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Come usare il Milton Model in una sessione di Coaching

Nello storico libro I modelli della tecnica ipnotica di Milton Erickson, Richard Bandler e John Grinder affrontarono per la prima volta quello che avevano nominato Milton Model, ovvero lo schema linguistico mutuato dal modo normale di parlare e di fare terapia dell’innovatore dell’ipnosi, colui che ha reinventato quella che oggi possiamo definire l’ipnosi moderna. Si tratta di uno strumento estremamente utile tanto dal punto di vista della persuasione, che da quello del coaching. Se vuoi saperne di più, ti consiglio di leggere un articolo introduttivo che ho scritto a riguardo, che puoi trovare cliccando qui.

Quello che voglio fornirti in questa occasione è uno schema preciso in cui puoi usare praticamente il Milton Model, all’interno di una sessione di coaching.

Si tratta di un modo molto semplice ed efficace per usare gli strumenti della trance ipnotica, così da lasciare che sia l’inconscio del coachee a trovare le risorse che gli occorrono per affrontare nel modo migliore il suo obiettivo.

Sei curioso? Allora vediamolo insieme.

Fase 1 – La creazione del rapport

Il primo passo per usare al meglio il Milton Model è quello di creare un legame di empatia con la persona che hai davanti. L’idea di fondo è quello di essere visto dal tuo interlocutore con un amico, una persona di cui si può fidare e con cui può sentirsi completamente al sicuro.

Fase 2 – Ricalco e guida

In questa fase chiedi al coachee di chiudere gli occhi e di rilassarsi. Dopo aver fatto questo inizi ad alternare descrizioni della situazione (ad esempio la sua postura, il respiro, ecc) a suggestioni di rilassamento. Ad esempio: “Mentre mi ascolti, puoi notare la sensazione dei vestiti sulla tua pelle, così come l’aria nella stanza, e puoi iniziare a rilassarti sempre di più”. Quando fai così leghi ad elementi reali le tue prime suggestioni, lasciando che l’inconscio di legga come parte della descrizione che stai facendo.

Fase 3 – Adeguarsi al tempo

In questa fase devi adeguarti tanto alla persona che hai di fronte, quanto alla situazione nella quale vi trovate. Da bravo coach devi incorporare nel tuo eloquio ciò che sta accadendo. Ti faccio subito un esempio: “E mentre sei seduto, con la schiena comodamente appoggiata allo schienale… e mentre ascolti il suono della mia voce”. Si tratta di una frase che può ricalcare sia la situazione che il soggetto che hai di fronte. Puoi anche dire: “Mentre la tua aria entra… ed esce dal corpo”. Proprio mentre il coachee sta inspirando o espirando.

Fase 4 – Farsi accettare come qualcuno di fidato

Come coach devi farti accettare il prima possibile dalla parte inconscia del coachee come qualcuno degno di fiducia, qualcuno che lo capisce e lo comprendere profondamente. Proprio per questo una delle cose che puoi fare è incorporare la tua voce nel rilassamento, ad esempio dicendo: “E mentre sei qui seduto, ascolti la mia voce, lasciando che ti guidi come quella di un amico, di un maestro, del vento quando soffia tra le cime degli altri”.

Fase 5 – Linguaggio abilmente vago

“… e inizi ad essere cosciente di certe sensazioni”. In questa fase inizi ad usare un linguaggio vago, che permette al coachee di notare il modo in cui si sta rilassando. Ad esempio: “E non so quale punto del tuo corpo è più rilassata”. In questo modo sarà la stessa mente del coachee a trovare degli elementi che attestando che sta andando sempre più in profondità.

Fase 6 – Uso delle metafore

Le metafore rappresentano il coachee e, in questo caso, gli prospetta una situazione futura in cui i problemi saranno finiti e ci potrà essere per lui un nuovo benessere: “E tu sai che a volte il cielo può essere in tempesta ma poi, però, il sereno torna a splendere ogni volta”. Non è importante che il coachee sappia che le metafore siano dirette a lui, quanto più sono indirette meglio è. Possono anche essere pronunciate come delle osservazioni che fa il coach, quasi stesse parlando del più e del meno.

Fase 7 – Uso delle nominalizzazioni

Le nominalizzazioni sono tutte quelle ‘parole zainetto’ che possono avere un insieme enorme di significati. Ad esempio: amore, famiglia, libertà. In questa fase usale per descrivere nel modo più vago possibile l’esperienza del coachee. Ad esempio: “E sai che ci sono certe situazioni che ancora sono irrisolte e noi siamo qui proprio per questo” Quali sono queste situazioni? Forse tu non lo puoi sapere, ma la mente del tuo coachee troverà immediatamente un coefficiente a questa nominalizzazione.

Fase 8 – Racconto di una storia

In questa fase puoi raccontare una storia che risulti per il coachee una metafora su come è possibile trovare le risorse che gli occorrono. Puoi prendere spunto dalla tua esperienza, oppure raccontare scene che hai letto in libri o visto al cinema. Quello che conti è che tu sia estremamente bravo nella descrizione, andando ad stimolare tutti e cinque i sensi del coachee. Lascialo immergere nella tua storia.

Fase 9 – Affidarsi all’inconscio

E non so quanto di tutto ciò hai appreso… ma allo stesso tempo so che il tuo inconscio sta imparando… imparando a livello profondo. E forse ne sarai consapevole ora, o forse più avanti. Ciò che è davvero importante è che stai imparando già da adesso”. In questa fase si comunica al coachee che un apprendimento è in atto e ne sarà sempre più consapevole nei giorni a venire. Tutto ciò che deve fare è avere fiducia nel proprio inconscio.

Fase 10 – Emersione

Siamo alla fine. A questo punto può dire al tuo coachee di sentirsi bene, energico, completamente ricaricato. Infine lo porti a riaprire gli occhi. Puoi farlo semplicemente dicendogli che quando si sentirà pronto può alzare le palpebre è tornare presente. Oppure puoi usare un conteggio: “Adesso conterò da uno a cinque e con ogni numero potrai risvegliarti, sentendoti sempre meglio, completamente ricaricato come dopo un lungo sonno ristoratore”.

Quando usi questo strumento, puoi anche evitare di dire al coachee che stai usando il Milton Model. Anzi, il mio consiglio è quello di dirgli che gli vuoi proporre un esercizio di rilassamento; in questo modo andrai ad aggirare molte delle possibile resistenze.

In più voglio darti un altro consiglio: se già usi la tecnica delle visualizzazioni guidate all’interno delle tue sessioni di coaching, usale applicando questo schema, inserendole lì dove ti ho segnato che va raccontata la storia. Sarai sorpreso dai risultati!

 

coach italy domande potenzianti per la mente

Come porre domande potenzianti alla tua mente

Quando non riusciamo a cambiare la nostra vita, cerchiamo spesso aiuto negli altri: istituzioni, famiglia, amori, amici, ecc. Oppure cominciamo a pregare, chiedendo aiuto a Dio, all’Universo o a chi per loro. Ma, nel fare questo, perdiamo di vista che il nostro più grande alleato ce l’abbiamo già a portata di mano: ti sto parlando della tua mente.

Proprio per questo voglio farti due domande:

– Hai mai stimolato la tua mente nel modo giusto ?

– Hai mai chiesto aiuto direttamente alla tua mente?

Di solito, quando pongo queste domande (magari in una sessione di coaching, o in un corso dal vivo), la maggior parte delle persone mi guardano in modo strano, per poi dirmi: “Io cerco aiuto da chi me lo può dare! Che diavolo centra la mia mente?
Come che cosa centra?

La tua mente è il tuo miglior alleato.

La tua migliore amica.

La tua mente è forse l’unica di cui puoi fidarci ciecamente.

Ovviamente devi imparare a stimolarla, a nutrirla quotidianamente come se fosse un giardino.

Ti piacerebbe vedere questo tuo giardino crescere e fiorire, vero? E sono certo che allo stesso modo ti piacerebbe godere della bellezza di questi fiori, che tu stesso hai fatto crescere.

Ottimo.

Così come un giardino, la tua mente va annaffiata e curata ogni giorno.

La domanda allora è: in che modo puoi curare e coltivare la tua mente?

Devi sapere che la mente umana non è in grado di focalizzarsi su due pensieri contemporaneamente, quindi, nel momento in cui pensi positivo, è impossibile riuscire anche a pensare in negativo (questo vale anche viceversa).

Quindi, voglio suggerirti subito qualche idea per nutrirla.

Vediamole insieme!

  1. Ogni sera, prima di addormentarti, ripeti questo piccolo mantra: “Ogni giorno posso trovare la soluzione ai miei problemi. Ogni giorno interrogo la mia mente, che mi aiuta a trovare la soluzione più adatta. La soluzione ai miei problemi è sempre alla mia portata e ti ringrazio, mente mia, per tutto l’aiuto che ti dai”.
  2. Ogni mattina, prima di alzarti, ripeti nuovamente il mantra di sopra. Fallo appena metti i piedi giù da letto, o anche prima: quando sei ancora in quello stato tra veglia e sonno.
  3. Ricordati sempre di ringraziare la tua mente per l’aiuto che ti da e che ti darà in futuro. Trattala proprio come se fosse una persona reale, a cui ti rivolgi quando hai bisogno di aiuto.

Così facendo, cominci a nutrire la tua mente, ad annaffiarla ogni giorno e a concimarla con pensieri potenzianti. E questo perché il messaggio che recepisce il tuo inconscio è il seguente: “Posso risolvere i miei problemi e la mia mente mi aiuta a trovare le soluzioni più adatte!

Si tratta non solo di un messaggio positivo, ma di aprire la mente alla possibilità: possibilità di trovare una soluzione, possibilità di andare oltre, possibilità di venirne sempre a capo.

Quindi, una volta che hai annaffiato la tua mente, devi cominciare a stimolarla con le domande giuste. In un precedente articolo ho già scritto quali sono le domande che non dovrebbero essere mai poste durante una sessione di coaching, e ti consiglio di andarlo a leggere, anche perché quello di cui stiamo parlando in questa sede è riguarda proprio l’effettuare una sessione di coaching con la tua mente (lo puoi trovare cliccando qui). In breve, devi sapere che la maggior parte delle persone, quando ha un problema o vuole cambiare qualcosa, usa questo tipo di domande:

– Se hanno un problema di soldi, la domanda classica è: “Oh mio Dio, come farò a pagare le bollette questo mese?”

– Se hanno un problema con sé stessi (ad esempio non si piacciono) dicono: “Mamma mia, non mi piacciono per niente, come farò quest’estate quando dovrò indossare il costume in spiaggia?”

– Se, invece, la loro autostima è sotto i piedi: “Che vita orribile! Ma non cambierà mai nulla nella mia vita?”

– Se si sentono soli, magari alla disperata ricerca dell’anima gemella, si dicono: “Resterò sempre solo, non troverò mai una persona che mi ami. Ma come faccio a trovare uno che voglia stare proprio con me?”

Ovviamente questi solo esempi. Esempi che ti mostrano quel genere di domande che non fanno altro che acuire il problema, facendoti sprofondare sempre più al suo interno, rendendoti incapace di vedere una vita d’uscita.

Quindi, qual è il modo migliore per porre delle domande alla propria mente?

Devi comprendere che la mente ha bisogno di essere stimolata, e il miglior modo per farla è porgli delle domande che la obbligano a pensare, a cercare la risposta dentro di te o, quantomeno, a suggerirti dove trovarne una.

Ti mostro gli stessi esempi di prima, questa volta però, modificati per diventare potenzianti.

– “Ok, devo ancora trovare i soldi per le bollette come posso fare?

– “Prendo atto che non mi piaccio. Cosa posso fare per piacermi di più?

– “La mia vita deve migliorare. Da dove posso cominciare? E in che modo?

– “Come devo migliorare la mia vita sociale per conoscere più persone e trovare quella giusta per me?

Va già molto meglio, non credi?

Queste domande, infatti, sono poste in forma positiva e potenziante. Sono domande che stimolano la tua mente e la obbligano a pensare, a darti una risposta.

Già con queste modifiche sei in grado di stimolare maggiormente la tua mente a trovare la soluzione, e ad arrivare al cambiamento che desideri.

Questa è forse l’essenza del coaching: le domande, infatti, sono in grado di orientare il tuo pensiero, le tue idee, il tuo modo di ragionare. Quando le usi nel modo migliore, ecco che la tua prospettiva cambia: lì dove continuavi ad avere un muro, si apre una porta e a te non resta altro da fare che afferrare la maniglia e aprirla.

Proprio per questo vorrei che tu imparassi ad usare queste strategie. E per poterle usarle nel modo migliore ho preparato un percorso di formazione che troverai estremamente utile: vieni a scoprirlo!

Il ruolo della responsabilità nel rapporto tra coach e coachee

Il coach è una persona che aiuta. Volendo usare una metafora, è una sorta di allenatore, mentre il cliente è il giocatore. Il coach aiuta il giocatore ad allenarsi, a motivarsi, gli indica le giuste strategie di gioco, ma poi sarà il giocatore a dover scendere in campo e a meritarsi la stima segnando il suo goal; sarà lui a dover vivere con grande motivazione tutti quegli stati d’animo che il coach, l’allenatore, lo ha aiutato ad estrarre; sarà lui a dover raggiungere il suo obiettivo.

Il coaching, infatti, riguarda il raggiungimento degli obiettivi, e in questo si differenzia dalla terapia: mentre la terapia tende a risolvere problemi, il coaching si occupa degli obiettivi. Il coaching, quindi, è rivolto a persone che stanno bene e vogliono stare ancora meglio raggiungendo l’eccellenza in ciò che fanno.

Il coaching può essere indirizzato verso obiettivi di natura privata, professionale o sportiva. In ogni caso si deve mettere in chiaro che, data la natura di questa disciplina, un elemento fondamentale è lasciato alla responsabilità che appartiene sempre e comunque al coachee (ovvero, il cliente). Per questo, mentre il coach si assume la responsabilità di svolgere al meglio il suo lavoro, al coachee spetta quello di eseguire il piano di azione che delinea durante la sessione.

Infatti il coach non fornisce soluzioni, né dà consigli (altrimenti sarebbe un consulente), invece aiuta il cliente a estrarre risorse già in suo possesso, facendo domande.

Anthony Robbins ‒ che è un grandissimo formatore e uno dei coach più famosi a livello internazionale ‒ afferma che all’inizio della sua carriera seguiva la PNL nel dettaglio; aveva frequentato dei corsi tenuti dai due fondatori, Richard Bandler e John Grinder, e aveva cominciato a utilizzare la PNL nelle sue sessioni di coaching e nei suoi corsi. Un giorno, però, proprio alla fine di un corso, arrivò un cliente che un paio di anni prima, a seguito di una sessione di coaching finalizzata a interrompere la dipendenza dal fumo, era effettivamente riuscito a smettere di fumare. Malgrado ciò, quella persona giunse da Robbins e gli disse: “Tu hai fallito!” Poi continuò: “Ricordi? Abbiamo fatto una sessione per smettere di fumare. Io ho smesso, però adesso ho ricominciato”.

Robbins, che voleva capire meglio come erano andate le cose, chiese: “Quanto tempo è passato dal momento in cui hai smesso a quello in cui hai ricominciato?”

E il cliente: “Sono stato due anni senza fumare; fumavo cento sigarette al giorno, tu mi hai aiutato a smettere, però adesso ho ricominciato. Ciò dimostra che hai fallito”.

E Robbins, che certo non è uno sprovveduto, sentendosi dare del “fallito” replicò: “Aspetta un momento. Mi stai dicendo che fumavi cento sigarette al giorno, che grazie a me hai smesso di fumare per due anni, che solo ora hai ricominciato e… io avrei fallito?

“Sì” rispose il cliente. “Hai fallito perché mi hai programmato male!

Robbins capì, grazie a questa esperienza, che la metafora usata nella denominazione “Programmazione Neuro-Linguistica” poteva portare a fraintendimenti; l’utilizzo del termine “programmazione” era stato infatti deciso da Richard Bandler, appassionato di informatica, per paragonare il cervello umano a un computer. Con ciò voleva intendere che le abitudini, gli schemi che regolano i nostri comportamenti sono ripetitivi, cioè agiamo come se stessimo seguendo un programma, un software.

Quindi Robbins si rese conto che chi non conosceva il vero significato del termine “programmazione” poteva facilmente equivocare e pensare: “È il coach che mi programma ad abbandonare un’abitudine o a curare una fobia; io sto lì e aspetto che lui agisca”. Quasi che il coach dovesse compiere una sorta di magia.

Questo è l’inconveniente cui si va incontro se non si capisce cos’è la PNL. Per cui Robbins, sia per questo motivo sia per ragioni di marketing, cambiò il nome della PNL in NAC, Neuro-Associative Conditioning ovvero Condizionamento NeuroAssociativo. Se il cliente ha delle associazioni a livello neurologico per cui reagisce all’ansia fumando la sigaretta, il coach deve solo cambiare, rompere questa connessione neurologica e insegnare al cliente a condizionarsi nel tempo per mantenere il risultato raggiunto.

Il coach fa una sessione ma poi è il cliente che deve continuare e raggiungere il suo obiettivo.

Dietro questo aneddoto c’è, quindi, il senso di responsabilità e di condivisione tra coach e cliente, un concetto fondamentale. Il coach non “programma” ma fornisce gli strumenti che il cliente dovrà applicare con responsabilità per raggiungere i suoi obiettivi, guidato dai suoi valori.

Questo è molto importante. Se dovesse arrivare un cliente che ti dice: “Sai, io non ho obiettivi e per questo voglio fare una sessione di coaching con te. Aiutami, programmami affinché io possa raggiungere qualche obiettivo”, la prima cosa che dovrai rispondere è la seguente:

Non posso programmarti, non sono in grado di farlo; il raggiungimento dei tuoi obiettivi non dipende da me ma solo da te. Io ti posso motivare, darti strategie, fornirti gli strumenti migliori ma metterli in pratica dipende da te”.

Questo è un discorso importantissimo che deve essere chiaro sia a te che ai tuoi clienti.

Quando, infatti, questo punto non viene preso bene in considerazione ecco che cominciano di equivoci e, di conseguenza, l’intero lavoro che si andrà a fare corre il serio rischio di essere completamente inefficace.

Molto spesso, infatti, chi non ha le idee chiare sul coaching finisce per pensarla proprio come il cliente di Anthony Robbins e si mette in una posizione passiva, nella quale si aspetta che il coach faccia delle magie che, per incanto, lo mettano nella condizione di ottenere ciò che desidera.

Mi spiace, ma non è questo quello che fa il coach. Tutt’al più può essere ciò che fa lo sciamano!

Questo punto diventa fondamentale nella sessione di intake, che forse è la più delicata in assoluto. Da anni, infatti, durante i corsi pratici svolti all’interno dell’Università del coaching, mi dilungo molto sull’importanza del contratto che coach e coachee devono sottoscrivere prima di iniziare a lavorare insieme. Questo contratto (che i nostri studenti ricevono alla fine dei corsi, così come i consigli sulle modalità di somministrazione) è in grado di fare una grande differenza per tutte le sessioni successive.

Ora tu puoi anche non avere un sistema così altamente professionalizzato, ciò che conta è che tu faccia comprendere l’importanza della responsabilità nel lavoro di coaching. Una volta che il tuo coachee l’avrà ben compreso e accettato, le sessioni successive avranno ottime possibilità di andare per il meglio.

I 4 segreti di un coach per raggiungere più clienti nell’era dei social

Tutte le volte in cui nella vita non riusciamo ad ottenere i risultati sperati, è perché qualcosa è andato storto coi nostri obiettivi. O, in fase di pianificazione, l’obiettivo non è stato ben formato, oppure, durante l’esecuzione del programma di azione, non abbiamo saputo mantenere il focus sul risultato che volevamo raggiungere e abbiamo perso la concentrazione, spostando la nostra attenzione su qualcosa che ci ha allontanato dal nostro traguardo.

Riguardo la prima possibilità, ti ricordo che – in estrema sintesi – un obiettivo ben formato è un obiettivo correttamente formulato secondo determinati criteri che, se rispettati, riducono al minimo le probabilità di insuccesso e, per approfondire l’argomento, ti rimando a questo utile articolo.

Riguardo la seconda possibilità, la questione è semplice: se l’obiettivo, pur essendo stato ben formato, egualmente non si traduce in risultato, quasi sicuramente si è verificata una perdita di focalizzazione, che ha “distratto” la tua attenzione, disperdendola su elementi estranei all’obiettivo stesso e determinando il tuo fallimento.

Comprenderai facilmente che nella nostra società digitale e ultra interattiva, le occasioni per distrarsi non mancano: siamo continuamente bombardati da informazioni e stimoli di natura anche molto diversa, e praticamente ogni canale comunicativo col quale entriamo in contatto, dalla tv al web ai social network, pare contribuire a distogliere la nostra attenzione dagli obiettivi che ci siamo fissati.

D’altra parte, però, è proprio attraverso questi canali comunicativi, che possiamo sviluppare interazioni fondamentali per intercettare nuovi potenziali clienti, e restare in contatto e fidelizzare quelli già affezionati.

Per un coach che vuole proporsi sul mercato, allora, diventa essenziale la capacità di utilizzare in maniera consapevole gli strumenti che il web e le piattaforme social mettono a disposizione, al fine di accrescere la propria clientela e attivare strategie funzionali di personal branding.

Se il risultato da raggiungere per un coach è ampliare il proprio bacino clienti, come si fa a restare focalizzati su questo obiettivo nell’era dei social?

Da coach, ti svelo 4 segreti per restare concentrato sui tuoi obiettivi professionali:

 

  1. Ricorda che sei un produttore di valore.

Affinché i tuoi clienti possano scegliere te, e proprio te, all’interno della folla concorrenziale entro la quale ti muovi, devi saperti differenziare, quindi devi offrire contenuti di valore, che incuriosiscano, motivino, coinvolgano ed educhino il tuo (potenziale) cliente. Proprio per questo devi gestire la tua immagine sui social, e posizionare bene la tua offerta sul mercato digitale. Per fare questo, la strategia migliore consiste nell’essere presente con video, articoli, blog e ogni altro contenuto di valore in cui, attraverso i tuoi servizi, offri soluzioni ai problemi percepiti dai tuoi clienti. I clienti che stai cercando, probabilmente sono già alla ricerca di te. Se vuoi maggiori dettagli ho scritto un articolo a riguardo. Lo puoi trovare cliccando qui: https://www.coachitaly.it/un-coach-cerchi-clienti-cosa-devi/

  1. Tieni un diario

Stai tranquillo, non voglio farti tornare tra i banchi di scuola! Devi sapere che tenere un diario personale è un buon metodo per raccogliere le idee, gli episodi, i momenti più significativi della tua giornata e della tua vita; è estremamente utile per fare il resoconto dei successi e dei fallimenti ottenuti, riflettendo sul loro significato e sulle lezioni positive che ti è possibile ricavarne. Si tratta un po’ di fare del coaching su te stesso: così facendo, ti accorgerai dei benefici straordinari che questa semplice abitudine apporterà al tuo lavoro, specialmente se sarai capace di trasferire il tuo vissuto in contenuti di valore per i tuoi clienti.

  1. Tieniti in forma

Questo consiglio è trasversale, e riguarda soprattutto l’atteggiamento con cui dovresti approcciare al tuo lavoro. Allena il corpo nella misura in cui alleni la mente: ti aiuterà a restare concentrato e focalizzato sui tuoi obiettivi! Quando ti tieni in forma il tuo organismo rilascia le endorfine: sono dei neurotrasmettitori rilasciati dal lobo frontale del cervello, che funzionano come una sorta di booster naturale. Migliorano il tuo umore, la tua attenzione, così come le tue prestazioni.

  1. Crea un piano di personal branding

Il personal branding è l’insieme delle strategie e delle azioni messe in atto per identificare, comunicare e far conoscere i motivi per cui un cliente dovrebbe scegliere te, proprio te e non un tuo concorrente. In breve si tratta dell’immagine che comunichi al pubblico e si traduce in quello che pubblichi sulle varie piattaforme presenti sulla rete. Ad esempio c’è chi posta le foto in discoteca con i propri amici, con tanto di cocktail in bella mostra, e chi post delle pillole che riguardano il proprio lavoro. Secondo te, tra i due, chi risulterà più credibile come professionista. Con questo non ti voglio dire di censurarti, oppure non pubblicare nulla di personale sul tuo profilo Facebook, voglio semplicemente dire che, magari, potrebbe essere più saggio aprirti un profilo pubblico, e limitare quello privato unicamente a quelli che sono i tuoi amici nella vita reale.

Ricorda sempre: quello che i tuoi potenziali clienti vedono non sono le tue qualità, le tue capacità e i tuoi talenti, ma semplicemente l’immagini che trasmetti. E questa immagine può rispecchiare chi sei davvero, oppure no. Sta a te decidere. Sta a te sviluppare quella particolare attenzione che ti aiuta a comunicare nel modo più immediato ed efficace che sei esattamente ciò che stanno cercando.

A volte fare questo può risultare estremamente complesso, anche perché chi ha studiato per diventare un coach professionista non necessariamente è anche un esperto di comunicazione on line e di marketing.

Proprio per questo, se sei davvero interessato a lavorare sulla tua immagine pubblico, ti consiglio di contattarmi. Con l’Università del coaching, infatti, non ci proponiamo solo di formare coach eccellenti, ma anche di fornire loro gli strumenti che gli consentano di svolgere al meglio la propria professione.

Il team coaching: quello che le aziende cercano da un coach

Il coaching non ha solo una dimensione individuale, è possibile applicarlo anche ad un gruppo di persone: ad esempio all’interno di una famiglia, in un’organizzazione di lavoro, in una comunità, così come in un ufficio. In questi casi si parla di team coaching ed è molto in voga tra le aziende consapevoli che del connubio tra benessere organizzativo e benessere mentale. Si tratta di un approccio in cui il focus è dato dall’organizzazione o dai gruppi facenti parte dell’organizzazione, dove il presupposto di partenza è sempre l’attenzione per le risorse umane e per la dimensione relazionale.

Già a partire dagli anni ’90 i manager hanno iniziato a riconoscere l’utilità del coaching come risorsa utile non solo per gli individui ma anche per le organizzazioni. Infatti quando il mondo soggettivo si rapporta con quello delle organizzazioni, è naturale che i disequilibri individuali si incontrino con quelli organizzativi, con la conseguenza di generare situazioni di tensione che, non solo rendono difficile la convivenza e affievoliscono la motivazione, ma possono produrre ricadute negative sulla produttività e sul rendimento dell’azienda.

Un classico esempio di una situazione che è possibile affrontare con questa metodologia è quella che si presenta quando non vi è integrazione tra gli obiettivi personali e quelli aziendali. In questi casi quello che succede è che le spinte, gli interessi e le aspirazioni del singolo non trovano spazio di espressione, o che le richieste aziendali non riescano a soddisfare le attese del lavoratore.

Anche i periodi di transito o di cambiamento possono preludere a stati critici che mettono a rischio la salute organizzativa dell’azienda; tali fasi riportano alla superficie intensi vissuti emotivi che si esplicitano sotto forma di resistenza o negazione alle nuove idee e proposte, oppure all’opposto, come urgenza di intraprendere un cammino sconosciuto per sfuggire da una situazione sentita come stagnante, senza invece salvare lo storico e le esperienze di successo.

In sintesi: questi specifici interventi di coaching prendono in carico sia il singolo che la collettività, muovendosi tra problematiche causate dal rapporto tra organizzazione e individuo. Proprio per questo alcune si sviluppano a partire dalla sfera individuale, altre da quella organizzativa. In ogni caso risulta comunque difficile stabilire una chiare suddivisione tra questi ambiti, in quanto fortemente intrecciati tra loro.

Un elemento di sicura divergenza tra coaching all’individuo ed il team coaching è dato dalla figura del cliente che richiede l’intervento e che si interfaccia con il coach. Se nel primo caso il cliente è il soggetto che, riconoscendo una situazione di disagio, sceglie di rivolgersi al coach, nel secondo caso è l’istituzione tutta che richiede l’intervento, creando una rete di relazioni in cui viene sviluppato l’intervento. Inoltre se nel caso del coaching individuale la persona che riceve il supporto coincide con il cliente finale, in genere nelle organizzazioni il cliente è meno facilmente identificabile, e la questione può essere ambigua e problematica, dal momento che spesso il coach si trova a lavorare ed interagire con differenti figure che possono esprimere aspettative tra loro diverse.

Per gestire efficacemente la rete di clienti presenti nell’organizzazione è necessario distinguere in modo netto e tenere a mente quali sono le differenti tipologie di clienti, poiché a seconda delle specificità questi si esprimeranno con comportamenti diversi e condurranno alla creazione di precise dinamiche.

Infine un’ulteriore differenza tra il coaching individuale ed il team coaching, riguarda quanto spazio è lasciato alla dimensione emotivo relazionale.

Come accennato, è da tempo che si inizia ad accettare che anche i manager necessitano di sviluppare e di utilizzare competenze emotive, proprio per questo anche le azioni di coaching devono favorire un accomodamento soddisfacente dei sentimenti delle persone dentro un sistema di regole formalmente finalizzate alla produzione di risultati.

Le similitudini tra coaching individuale e coaching di gruppo sono in realtà maggiori di quello che possa sembrare. Innanzitutto il coach deve svolgere un ruolo di supporto finalizzato all’ascolto e alla comprensione dei bisogni che integri due differenti polarità:

  • Facilitare l’approfondimento delle problematiche emerse, esercitando la dovuta comprensione ed empatia, valutando lo stato di “salute” del soggetto, individuale e collettivo, con cui questi lavora, al fine di garantirne la tenuta nel tempo;
  • Intervenire con sostegni mirati ed efficaci.

Come in tutte le occasioni di confronto anche nel coaching si fronteggiano differenti culture su cui impostare una proficua collaborazione: considerato che in ambito organizzativo si definisce cultura ciò che per analogia negli interventi individuali corrisponde alla personalità individuale, la cultura del coach dovrà raffrontarsi con quella dell’organizzazione.

In conclusione è opportuno che sia il coaching individuale sia quello rivolto a gruppi esercitino un’azione di mediazione tra ambito logico-cognitivo e ambito emotivo-relazionale, che adottino differenti approcci e che, in ultima analisi, tengano conto del benessere e della produttività.

Le principali tipologie di coaching di gruppo propongono interventi che hanno come scopo ultimo quello di aiutare le organizzazioni ad affrontare il cambiamento in modo flessibile mettendo al centro le persone su cui investire.

Anche per ciò che concerne le aree di applicazione del coaching si deve distinguere tra le motivazioni principali (che stanno alla base della richiesta di un intervento di tipo più individuale) e gli obiettivi che invece si vogliono raggiungere attraverso il gruppo. Quindi se il percorso individuale in genere è rivolto a manager o professionisti, un percorso di team coaching invece viene attivato quando si presenta uno di questi bisogni:

    • Sviluppare le competenze nei collaboratori per favorire la leadership ed il lavoro in team

 

  • Indurre un miglioramento della produttività
  • Stimolare il senso di appartenenza al gruppo

 

  • Migliorare la performance  
  • Motivare i collaboratori  
  • Affrontare e gestire nuovi progetti  
  • Tenere il passo con il cambiamento organizzativo

Le relazioni interpersonali, in un contesto in cui colleghi, capi, collaboratori, clienti e fornitori non sono scelti ma imposti, hanno una probabilità maggiore di essere il focus più diffuso su cui si concentrano eventuali criticità: in primo luogo, c’è da dire che molti di noi portano sul posto di lavoro i vissuti e le situazioni esperienziali che riguardano la sfera personale; in secondo luogo, vi possono essere incompatibilità caratteriali che purtroppo si manifesteranno in maniera più o meno evidente nella condizione lavorativa causando tensioni, incomprensioni e alla fine disaccordo esplicito.

Quindi nell’agire concreto il coach agisce in presenza di conflittualità relazionali legate a situazioni dipendenti da fattori personali (vissuti contingenti, personalità del singolo), amplificate da motivi di carattere organizzativo (confini ambigui, sovrapposizione di compiti e responsabilità): si può ad esempio trattare di scarsa congruenza tra il contenuto del ruolo medesimo e le caratteristiche della persona o di incompatibilità tra le caratteristiche soggettive di due individui che esercitano due ruoli tra loro fortemente interrelati.

Proprio per questo motivo si tratta di un percorso estremamente specialistico che necessita di competenze molto diverse da quelle applicate all’interno di un contesto individuale. Un percorso che rischia di diventare completamente fallimentare se non si ha alle proprie spalle un buon bagaglio metodologico ed esperienziale.

L’Università del coaching, infatti, ha creato dei percorsi verticalizzati proprio su questo aspetto. Oggi come oggi le aziende sono sempre più alla ricerca di specialisti di questo settore, in grado di portare dei miglioramenti reali all’interno del contesto lavorativo.

Ti piacerebbe specializzarsi proprio in questo ambito? Contattaci, abbiamo preparato proprio il percorso di studi adatto per te!

I filtri percettivi: come la tua mente trasforma la realtà in punto di vista

La mente umana, per certi aspetti, segue lo stesso processo che si usa per preparare una tazza di tè.

Detta così può sembrare strano ma, pensaci bene, come si prepara una tazza di tè?

Si mettono le foglioline di tè sbriciolato nel filtro, questo poi viene immerso nell’acqua bollente. A questo punto l’acqua imbevendo le foglioline si impregna della loro essenza, sino a farle cambiare colore e a darle un buon sapore.

Per la mente è lo stesso: i nostri preconcetti, i nostri giudizi, le nostre credenze così come le nostre convinzioni funzionano come dei veri e propri filtri della realtà. La impregnano al punto tale, che ciò che riceviamo dall’esterno si manifesta all’interno della nostra mente già filtrato.

Il punto è che non tutti i nostri filtri possono essere performanti.

Mettiamo il caso che una mia convinzione è quella di essere una persona che sa come cavarsela in ogni situazione; nel momento in cui avrò una difficoltà reagirò in modo decisamente più proattivo rispetto a chi si sente sempre schiacciato dagli eventi.

Senza voler andare nei giudizi di valore, possiamo dire che questi filtri sono più o meno funzionali rispetto a quelli che sono i nostri obiettivi. Ti faccio un altro esempio: la mia concezione del mondo si basa sul fatto che le persone, se ne hanno l’occasione, ti fregano. Nel momento in cui lavoro in un ufficio dove per me è fondamentale guardarmi le spalle, questo filtro mi può essere molto utile. Ma di colpo diventa deleterio se continuo ad applicarlo quando sono con i miei amici o la mia famiglia.

Il punto è: come sono i tuoi filtri?

Funzionano?

Ti fanno bere il tè esattamente come piace a te?

Se la risposta non dovesse essere positiva, continua a leggere perché voglio condividere con te un metodo che deriva dal coaching con la PNL che ti aiuterà a fare proprio questo: modellare i tuoi filtri in relazione ai risultati che vuoi ottenere.

In primo luogo comincia a domandarti: quali sono le mie convinzioni limitanti?

Per convinzione intendo proprio una tua idea sul modo in cui vanno le cose. Per limitante, invece, voglio intendere che quel modo di vedere le cose non ti aiuta a raggiungere ciò che vuoi ottenere. Un esempio, a questo proposito, potrebbe essere la seguente convinzione: se non hai raccomandazioni non vai avanti nel lavoro.

È vera?

È falsa?

Non ci interessa!

Ciò che ci interessa è ciò che crea questa convinzione: probabilmente non darà mai il massimo, non ce la metterà tutta perché non crede possa servire. Quindi tutto ciò che farà, in un modo o nell’altro, andrà a confermare questa convinzione. In psicologia sociale, a questo proposito, si parla di profezia che si auto adempie. Insomma: se sono convinto di qualcosa, anche a livello, inconscio farò in modo di trovare conferme.

Il primo passo per cambiare i propri filtri percettivi è comprendere quali sono quelli che ci frenano. Il mio consiglio è quello di prenderti quindici minuti di tempo per segnare tutti quelli che ti vengono in mente. Nei giorni successivi poi potrai aggiornare questo elenco, in relazione a ciò che ti verrà in mente.

Questa idea, questa credenza mi aiuta ad avvicinarmi al mio obiettivo oppure mi rema contro?

Questa domanda è la cartina di tornasole, che mostra all’istante se quel tuo filtro ti è utile oppure no.

Una volta identificato un filtro che ti limita, domandati se ci sono degli elementi nella realtà che ti circonda e che ti mostrano che questo filtro non è vero (o, quantomeno, non è sempre vero). Puoi cercare questi elementi:

  • Tra le tue esperienze personali
  • Tra le esperienze che hai potuto osservare
  • Tra le esperienze che ti hanno raccontato o hai letto

Quanti più elementi trovi che disconfermano il tuo filtro più lo cominci a disinstallare.

Detto così, l’intero processo è molto semplice. Quindi sorge una domanda: perché una cosa così facile raramente viene applicata?

Perché per quanto il processo sia facile non è un processo per tutti. E questo per due motivi: ci vuole costanza e apertura mentale.

Il tuo filtro percettivo non è composto da un’unica convinzione ma da un sistema molto più ampio. Quindi ci vuole un po’ di costanza (per quanto, posso assicurarti che dopo poco già cominci a notare i primi benefici), dote di cui non tutti sono dotati.

In secondo luogo un processo del genere implica l’affermare ripetutamente che la precedente visione delle cose non era corretta al cento per cento. E dato che una dei nostri bisogno maggiori è quello di avere ragione, di veder confermato il nostro punto di vista, molti ne risultano frenati.

Questo elemento è importantissimo specialmente se sei un coach: molto spesso si commette l’errore di voler ristruttura una convinzione limitante durante una sessione, senza però prima assicurarsi che la persona sia pronta. Quando questo accade, l’intera sessione rischia di venir mandata a monte, mentre il rapport tra coach e coachee rischia di spezzarsi.

I lavoro sui filtri percettivi è fondamentale all’interno di un percorso di coaching, anche se spesso è difficile trovare gli strumenti migliori. Come ti ho accennato all’inizio di questo articolo, sono dell’idea che nell’arsenale dell PNL si possono trovare delle armi estremamente efficaci. Per questo ti consiglio di approfondirle e di farne esperienza in prima persona.

Sei pronto?

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E se il tuo obiettivo fosse quello sbagliato?

L’obiettivo che mi sono dato è davvero in linea col tipo di vita che voglio di qui a cinque anni?

Non prendere in considerazione una domanda del genere potrebbe farti perdere un sacco di denaro, tempo ed energia.
Infatti, quando si ignora questo particolare (che piccolo non è affatto) ci si può ritrovare a lavorare sodo per ottenere un certo risultato, salvo poi rendersi conto dopo un paio di settimane, di mesi e, in certi casi, anche di anni, che non solo non era importante quanto sembrava all’inizio, ma che in fondo ciò che genera è qualcosa che non si vuole affatto.

Proprio per questo, oggi voglio condividere con te un esercizio che ti sarà estremamente utile per settare il tuo obiettivo e la tua motivazione nel modo migliore.

Inizio subito con una domanda: qual è il tuo obiettivo più grande?

Per il bene di questo esercizio pensa a qual è la cosa che (se avessi la completa certezza di riuscirci) faresti. E concentrati anche sul motivo per cui tutto questo per te è importante.

L’hai fatto? Oppure se una di quelle persone che legge gli esercizi senza farli?

Devi sapere che nel coaching funziona così: il coach si impegna a fare del suo meglio e, allo stesso tempo, il coachee si impegna nell’eseguire.

Quindi, prima di continuare, spero sinceramente che tu abbia risposto alla domanda.

Devi sapere che molto spesso i motivi per cui tante persone si impegnano in obiettivi che poi risultano non essere validi, è che la spinta che porta all’azione non viene tanto da una determinazione interiore, quanto dal voler accontentare delle aspettative esterne.

Ti faccio subito alcuni esempi. Se si scava bene, quando si chiede a queste persone cosa li motiva proprio in quell’obiettivo e non in un altro, le risposte sono più o meno queste:

  • Per avere successo c’è bisogno di più soldi
  • Voglio rendere i miei genitori (o chiunque altro) orgogliosi di me
  • Voglio mostrare alla gente quanto sono di successo
  • Desidero avere attorno a me persone che mi rispettano (o mi adorano, o mi amano)

In altre parole ciò che le spinge all’azione non ha niente a che fare con la loro natura profonda, quanto con fattori puramente estrinseci. Quando succede questo è più che normale che l’obiettivo (anche quando viene raggiunto) non avrà il sapore di una vittoria, e lascerà comunque l’amaro in bocca.

Infatti, quando i tuoi obiettivi non sono in linea con i tuoi valori, con tutto ciò che è davvero importante per te (per chi sei davvero), l’obiettivo rischia di non essere raggiunto o, se raggiunto, di non produrre il medesimo livello di soddisfazione che produrrebbe se avesse all’origine una motivazione puramente intrinseca.

Una delle cose che spesso le persone vogliono è fare più soldi.

Ma perché vogliono questo?

Qualcuno per viaggiare in giro per il mondo, qualcun altro per cambiare automobile ogni sei mesi, qualcun altro ancora per cenare nei migliori ristoranti, e qualcun altro perché desidera essere riconosciuto come una persona che ha i soldi.

Per mia esperienza posso dirti che i soldi non sono un fine, ma un mezzo. Quando usi questo mezzo per ottenere il tipo di esperienze che desideri, allora stai percorrendo la tua vera strada. Quando, invece, lo stai facendo solo per assecondare un’aspettativa esterna, allora, mi spiace dirtelo, potrai pure essere sulla strada giusta, ma di certo non è la tua vera strada!

E quando parlo di aspettativa esterna non mi riferisco solo a quella che possono provare persone specifiche nei tuoi confronti, ma anche delle aspettative indotte dalla cultura dominante, così come dell’ambiente sociale circostante.

Quindi, torniamo all’inizio: ti ho chiesto di pensare al tuo obiettivo più grande e di prendere in considerazione le motivazioni che ti spingono. A questo punto ti pongo un’altra domanda: in che altri modi puoi soddisfare queste motivazioni?

Per ogni motivazione cerca almeno tre obiettivi alternativi che puoi perseguire per soddisfarla.

Anche in questo caso, non ti limitare a leggere, fai l’esercizio.

Se mi stai seguendo, siamo arrivati quasi alla fine. Per questo voglio tornare proprio alla domanda con cui ho iniziato questo post.

L’obiettivo che mi sono dato è davvero in linea col tipo di vita che voglio di qui a cinque anni?

Per ogni obiettivo che è uscito fuori, poniti questa domanda. Ti accorgerai che alcuni superano brillantemente questo test e altri, invece, no.

A questo punto concentrati solo su quelli che l’hanno superato in modo positivo:

  • Sono obiettivi in linea con la tua natura profonda?
  • Sono tuoi e non derivano dall’assecondare l’esterno?

Bene, se in entrambi i casi la risposta è sì, è molto probabile che siano di gran lunga migliori dell’obiettivo originale. E questo per un motivo molto semplice: il focus è stato cambiato. Se all’inizio le motivazioni dipendevano dall’esterno, ora invece partono unicamente da te.

Ma c’è qualche parola in più che voglio spendere sul concetto di vita ideale.

Per vita ideale intendo quel tipo di vita che ti piacerebbe fare nella quotidianità. Non parlo dello straordinario, o dell’eccezionale, ma della consuetudine di tutti i giorni. E se ti ho chiesto di pensare a questa vita ideale da qui a cinque anni è perché, così facendo, ti proietto in un futuro in cui non sono presenti i bisogni urgenti dati dal momento.

Se hai eseguito l’intero esercizio, sono certo che hai trovato nuovi spunti di riflessione e di azione. Per questo ti invito a dare un’occhiata a questa pagina, troverai un ulteriore modo per ottenere ciò che desideri nel pieno rispetto di chi sei davvero.

La mini-guida del coaching per creare un perfetto piano di azione

La mini-guida del coaching per creare un perfetto piano di azione

Alla fine di una sessione di coaching bisogna arrivare ad un risultato ben preciso: la creazione di un insieme di punti di azione che creano un progresso tangibile verso il traguardo prestabilito.
Se non si è creato un piano d’azione, non si sta facendo una sessione di coaching. Cosa si sta facendo allora?
Sarò onesto: non ne ho la più pallida idea! Quando, infatti, si convertono le varie opzioni in una precisa sequenza di punti di azione, le possibilità hanno a disposizione una vera e propria mappa per concludersi in qualcosa di reale, tangibile e che, soprattutto, crea un risultato.

Per aiutare il coachee a fare questo, è importante concentrarsi su tre verbi fondamentali.

  • Posso: grazie a questo verbo puoi creare delle domande che aiutano il coachee ad esaminare le sue possibilità. Come ad esempio: “Che altro potresti fare?
  • Voglio: con questo verbo invece è possibile chiedere al coachee di focalizzarsi e impegnarsi in una opzione ben precisa. Ad esempio: “Quale tra le opzioni che hai esaminato vuoi scegliere?”
  • Farò: Con questo verbo, infine, è possibile richiedere al coachee di impegnarsi in uno specifico passo. Ecco ancora un esempio: “Mi dici esattamente cosa farai ed entro quando?

Posso” lascia esaminare il coachee prima di impegnarsi. Chiedendo una decisione all’inizio, con il “Voglio” ottieni il permesso di guidarlo a compiere un’azione concreta. “Farò” porta all’impegno. Usare tutti e 3 verbi assicura un alto coinvolgimento.

Come esempio, ecco una ipotetica sequenza di domande:

  • Cosa potresti fare? [Opzioni]
  • Quali di queste opzioni vuoi perseguire?
  • È un passo che vuoi fare?
  • Rendilo un punto d’azione: cosa farai esattamente?
  • Entro quando lo farai?
  • Cosa ti impegnerai a fare nelle prossime due settimane per continuare ad andare avanti?
  • Qual è il tuo prossimo passo?

Ricorda di fare sempre molta attenzione: i punti d’azione che non vengono eseguiti possono diventare molto dannosi, portano via fiducia ed energia, e rendono meno possibile che i futuri punti abbiano successo. Come coach, vuoi incoraggiare le persone a creare dei punti d’azione realizzabili. Se avverti che sia necessaria una sicurezza maggiore per fare un determinato passo, prova una di queste domande:

  • Ci sono degli ostacoli per realizzare questa cosa e che dobbiamo affrontare?
  • Con chi altro hai bisogno di confrontarti o di lavorare per far succedere questo?
  • Su una scala da 1 a 10, quanto sei fiducioso di completare questo passo entro la scadenza?
  • Cosa ci vorrebbe per alzare quel ‘ sette’ ad un ‘otto’ o ad un ‘ nove’?
  • Come potresti cambiare l’azione o la scadenza per renderle più realistiche?
  • Come potresti aumentare le tue possibilità di successo nel completare questo?
  • Hai bisogno di responsabilità al riguardo?

È possibile che durante la sessione il coachee utilizzi un linguaggio equivoco. Un linguaggio equivoco è un indizio che il cliente non si è pienamente impegnato in una linea di azione. Quindi usa queste domande per andare oltre, maggiormente in profondità, in modo sempre più specifico:

  • Sei pronto a impegnarti a compiere questo passo?
  • Hai menzionato che potresti fare quel passo. C’è qualcosa che ti trattiene?
  • Stai dicendo che dovresti farlo. Cosa lo renderebbe qualcosa che faresti perché lo vuoi veramente fare?
  • C’è niente che dobbiamo cambiare o discutere su questo passaggio che ti aiuterebbe a fare una scelta decisiva al riguardo?

Ma esiste un modo in cui possiamo essere certi che il piano di azione verrà poi davvero messo in atto dal coachee?

Ovviamente non ci sono certezze in questo ambito, per quanto è possibile utilizzare un piccolo test di verifica per controllare proprio il piano di azione. I piani di azione efficaci hanno queste quattro caratteristiche:

  • Chiarezza: so esattamente cosa fare
  • Calendario: l’azione può essere fissata ad un tempo preciso
  • Impegno: so che farò questo
  • Scadenza: ho stabilito una data certa per la conclusione

Linee Guida Per Un Resoconto Dei Progressi

Molti coach richiedono un resoconto dei progressi (scritto o orale) all’inizio di ogni nuova sessione per stabilire una forma di responsabilità per i passi precedenti. Ecco, quindi, quattro linee guida per un efficace resoconto orale dei progressi.

  1. Fallo come prima cosa durante l’appuntamento, così da non finire il tempo e ometterlo.
  2. Usa la lista di azione del coachee, non la tua.
  3. Chiedi al cliente di toccare punti d’azione. Successivamente torna su quelli che hanno bisogno di maggiore discussione.
  4. Sii breve: usa tra i 3 e i 5 minuti, così da non usare l’intera sessione solo per questo.

Domande per il resoconto dei progressi:

  • Ti va di darmi un breve resoconto sul tuo piano di azione?
  • Mi dai un veloce aggiornamento su cosa hai compiuto dall’ultima volta che ci siamo visti?

Insomma, queste sono le indicazioni indispensabili per creare un perfetto piano d’azione. Questo risulterà estremamente efficace nel momento in cui viene integrato con gli altri elementi del modello G.R.O.W..

Ma c’è qualcos’altro che puoi fare per diventare un coach sempre più competente, in grado di aiutare i tuoi coachee a raggiungere i propri obiettivi in fretta e nel modo migliore: clicca qui e scoprilo!

Come avere esattamente le relazioni che desideri col coaching

Una delle maggiori frustrazioni che viviamo è quella di non avere il tipo di relazioni che vogliamo. E non mi riferisco al termine “relazione” esclusivamente in senso amoroso, ma in generale, comprendendo anche quelle di amicizia, così come quelle di lavoro. Sono certo che almeno una volta nella vita questo senso di insoddisfazione l’avrai provato anche tu: amicizie che col tempo si sono sfaldate, rapporti che si sono logorati, incomprensioni, se non addirittura una totale mancanza di sintonia. Ma perché succede questo? La risposta più ovvia è: perché le persone sono diverse. Il che è vero, ma a livello profondo potrebbe rivelarsi non sufficiente. Pensa alle persone con cui intrattieni e hai intrattenuto una relazione (d’amore, di amicizia, di lavoro o di semplice conoscenza): quanto e come sono diverse da te?

E quanto sono diverse tra loro?

Probabilmente tra loro ci sono alcune persone che non andrebbero d’accordo mai e poi mai. Sono così diverse che ci sono delle cose che faresti con alcune e non con altre. Sono così diverse che magari il linguaggio che usi con un gruppo è differente rispetto a quello che usi con un altro. Ci sono persone di cui ti fidi ciecamente, altre con cui intrattieni solo ottimi rapporti professionali; quelle con cui ti piace uscire la sera ma che non ami invitare a casa; quelle a cui racconti tutte le tue esperienze e quelle con le quali ti limiti alle frasi di circostanza.

Con ogni persona che ti circonda intrattieni un tipo diverso di relazione. E questo tipo di relazione si è costruito nel tempo, come conseguenza dei vostri incontri e confronti, durante i quali, a poco a poco, hai stabilito (a livello più o meno conscio) il tipo di esperienza che volevi condividere.

Ma perché abbiamo così tanto bisogno di entrare in relazione con gli altri?

Sappiamo tutti che l’uomo è un animale sociale, e possiamo fare a meno di mettere in ballo il discorso antropologico che ci dimostra come l’uomo, nei tempi più antichi, non avrebbe avuto vita facile (anzi, avrebbe avuto vita molto breve) se non fosse entrato in relazione con i suoi simili. Ma questa non è una peculiarità appartenente solo all’uomo, bensì a quasi tutte le specie animali.

I motivi “più umani” per i quali entriamo in relazioni gli uni con gli altri sono legati all’esigenza di soddisfare alcuni nostri bisogni.

In primo luogo il bisogno di sostegno, che è un bisogno simile a quello strettamente materiale che affronta l’antropologia. Non mi riferisco, infatti, al semplice sostegno materiale, ma anche a quello affettivo, morale e spirituale.

Molto simile a ciò è il bisogno di condivisione: l’uomo ha bisogno di condividere con gli altri le sue esperienze. È grazie a queste condivisioni che si generano le idee che permettono all’uomo di evolversi, non solo sotto l’aspetto tecnologico, ma anche emotivo.

Un altro bisogno che le relazioni soddisfano è quello di appartenenza. Tutti noi sentiamo la necessità di appartenere ad un gruppo, con cui – per l’appunto – condividiamo non solo le nostre esperienze, ma anche il linguaggio, la cultura, dando vita a degli universi consensuali che aumentano il nostro senso di sicurezza verso il mondo e il modo di interpretarlo.

Infine le relazioni ci permettono di soddisfare sia il bisogno di sicurezza che il bisogno di diversità. Ognuno di noi ha bisogno di un gruppo di persone che lo circondano e che gli danno sicurezza: sia condividendo gli universi consensuali di cui sopra, sia come punto di riferimento per i propri bisogni di sostegno, condivisione e appartenenza. Ma, visto che l’uomo è una specie un po’ più complessa rispetto agli altri animali, sente anche il bisogno di diversità, di avere a che fare con nuove persone, con le quali può avere nuove esperienze e magari sentirsi di appartenere ad un gruppo con un modo completamente diverso di vedere il mondo.

Come avrai capito già, tutti questi bisogni sono intrecciati tra loro e sono così fusi insieme che ti consiglio di prendere con le pinze la distinzione che ho appena fatto. Insomma, è solo una grezza semplificazione per farti capire quanto sono necessarie le relazioni per ognuno di noi.

Quindi da dove cominciare per avere il tipo di relazione che desideri?

Credo sia abbastanza chiaro il motivo per cui le relazioni personali sono così importanti (non che prima non lo fosse, per carità, mi sono limitato a fare un po’ di luce in quegli angolini che di solito restano al buio). Proprio per questo motivo è consigliabile che ognuno di noi sappia cosa vuole dalle proprie relazioni. Certo, porsi un obiettivo sul tipo di relazione che vogliamo da una persona non appena la conosciamo è a dir poco strambo, per non dire completamente folle. Ma iniziare a chiedersi cosa si desidera è un buon punto di partenza.

Quindi ciò che ti chiedo oggi è: cosa vuoi dalle tue relazioni?

Non voglio che ci pensi soltanto, voglio che lo metti per iscritto! Prendi un foglio di carta e butta giù tutto ciò che ti viene in mente.

Una volta che hai scritto tutto, domandati: quante delle tue relazioni soddisfano queste caratteristiche? Certo, non tutte le relazioni sono uguali. Ciò che desideri da una relazione amorosa è completamente diverso da ciò che vuoi da una relazione professionale, così come da una relazione di amicizia, ecc. ecc. Quindi per ogni categoria delle tue relazioni, domandati cosa vuoi e chiediti se le tue relazioni soddisfano questi requisiti.

L’addestratore di cagnolini

È sicuro che non appena comincia un rapporto tra due persone difficilmente avrà tutte le caratteristiche che desideri. La relazione va costruita nel tempo. Ma come è possibile fare in modo che la relazione possa andare nella direzione che desideri?

Voglio risponderti con una metafora.

Immagina di avere un cagnolino. Se ne hai (o ne hai mai avuto uno) sai benissimo quanto sia difficile all’inizio insegnargli a fare pipì fuori e non in casa. Quindi, cosa fai quando il cucciolo ti lascia un bel bisognino nel salotto? Di solito gli metti il muso vicino alla pipì e gli dai uno schiaffo. Cosa fai invece quando fa pipì fuori casa? Probabilmente lo premi con un biscotto. Lo stesso principio è possibile adottarlo nelle relazioni.

Ovviamente, la mia è una metafora, non sto affatto dicendo che le persone sono come i cani. Ma pensaci bene. Cosa fai quando qualcuno, magari appena conosciuto, fa qualcosa che non ti piace? Il più delle volte, forse, lasci correre – che diavolo, lo conosci da poco, non ha molto senso cominciare subito con le polemiche.
Questo atteggiamento è assolutamente sbagliato. Facendo così la persona con cui hai a che fare non capirà mai che ha varcato un limite che tu non vuoi venga superato e, nel caso in cui tu voglia affrontare l’argomento una volta raggiunta una maggiore confidenza, lei si sarà già abituata a comportarsi con te in quel modo. Insomma, è come se al cagnolino dessi il biscottino dopo aver fatto la pipì sul tappeto perché è solo un cucciolo, e poi pretendessi che smettesse di farlo quando è più grande. Sarà davvero difficile fargli cambiare questo comportamento, perché è il frutto di un’abitudine che tu stesso hai contribuito a fargli sviluppare.

Con questo non voglio dire che non appena qualcuno fa qualcosa che non ti piace devi farglielo notare, ma rispondere con una “comunicazione punitiva”, di modo da fargli intendere che la cosa non ti è andata giù. Poi, non appena fa qualcosa che ti piace, usare con lui una “comunicazione di gratificazione”.

Ti faccio un esempio.

Mettiamo il caso che ogni volta che il tuo compagno o la tua compagna stia giù di morale, tu gli compri un regalino per migliorargli l’umore. Questo comportamento, se ripetuto nel tempo, farà sì che userà lo stare giù per avere maggiori attenzioni. Se il regalino, invece, lo fai alla fine di una splendida giornata passata insieme, avrà un significato diverso. Nel primo caso, infatti, associ un atto d’affetto al suo stare male, nel secondo caso invece allo stare bene insieme. E secondo te quale di queste due associazioni tende a favorire le basi di una buona relazione?

Questo principio può essere adattato – con i dovuti accorgimenti – a qualsiasi rapporto.

Ma per addestrare un cagnolino, deve esserti ben chiaro cosa vuoi che faccia e cosa assolutamente non tolleri. Molto spesso, nella vita di tutti i giorni, questi due elementi non ci sono particolarmente chiari.

Così come difficilmente ci domandiamo cosa vogliamo, non ci capita spesso di domandarci cosa non vogliamo. O, se proprio lo facciamo, non ci rispondiamo quasi mai con la dovuta attenzione. Così ti propongo di rispondere a questa domanda, scrivendo tutto ciò che non vuoi in una relazione. Come nel precedente esercizio, parti dal generale, per poi concentrarti sulle varie relazioni che intrattieni.

Quindi: cosa non vuoi dalle tue relazioni?

Poniti sia questa che la prima domanda più volte. E’ probabile che la prima volta ti vengano in mente solo pochi elementi. Aggiorna sia questo elenco che quello precedente ogni volta che ti viene in mente qualcosa di nuovo.

E ora immagina: come sarebbero le tue relazioni se fossi in grado di attrarre solo quello che vuoi, allontanando tutto ciò che non ti piace? Credo che l’idea ti alletti un bel po’.

Utilizzare un tipo di comunicazione punitiva e di gratificazione, a seconda dei casi, è il primo passo per ottenere tutto questo; è il punto di partenza per costruire una relazione che va lì dove desideri. Molto spesso pensiamo che i rapporti interpersonali si creino per caso, ma sono il prodotto delle interazioni che si sono avute.

Mi piace sempre fare questo esempio. Da adolescente, quando hai chiesto ai tuoi genitori di uscire la sera, non ti hanno permesso subito di tornare a casa a mezzanotte. Ti sei guadagnato questo orario nel tempo. Prima potevi tornare a casa entro le dieci, poi entro le undici. A poco a poco hai portato il rapporto con loro verso la direzione che desideravi. Certo, non sapevi affatto che lo scontro verbale per spostare il coprifuoco con i tuoi genitori era un modo per portare la vostra relazione lì dove tu preferivi, allora probabilmente stavi semplicemente lottando contro di loro per affermare un tuo diritto. In pratica: sapevi bene cosa volevi e cosa non volevi e stavi facendo in modo di far andare le cose come preferivi.

Questo è il meccanismo che ha formato tutte le nostre relazioni. Ma quanto siamo consapevoli di quello che vogliamo e di ciò che non vogliamo? In che modo possiamo guidare le relazione nella direzione desiderata?

Sono certo che questo articolo sia riuscito a darti una risposta.

Ora, però, sta tutto nelle tue mani: puoi ignorare i consigli che ti ho dato, oppure li puoi seguire, sorprendendoti dei meccanismi che mettono in modo. Allo stesso tempo puoi anche scegliere di impegnarti davvero ad ottenere il tipo di relazioni che vuoi, attraverso un percorso full immersion di otto giorni. Se vuoi scoprire cosa faremo, clicca qui e vieni a dare un’occhiata al programma.

Quali sono i requisiti per svolgere professionalmente il ruolo di coach?

Oggi come oggi il lavoro di coach risulta essere a dir poco controverso: basta anche solo vedere l’abnorme numero di persone che si fregiano di questo titolo, molto spesso senza averne seguito i corsi e, ancora più di frequente, senza aver svolto corsi abilitanti.

Ma la verità è che la giurisprudenza da questo punto di vista risulta essere molto fumosa.

I problemi derivano dal fatto che la professione di coach non ha una sua normativa. Ma l‘assenza di una normativa specifica significa poter applicare anche ai coach la legge n.4/2013. Questa legge si rivolge tutte le professioni non organizzate in Ordini o Collegi, cioè tutti i professionisti che per svolgere la propria attività non devono far parte né di uno specifico Ordine né di un Collegio (come accade agli Avvocati, ai Farmacisti). Se non esiste nessun Ordine o Collegio dei Coach, allora si può affermare che anche questa professione di coach rientri tra quelle di cui alla legge 4/2013. Di conseguenza ogni coach è obbligato a richiamare gli estremi della legge 4/2013 in ogni documento e rapporto scritto con il cliente, a pena di essere sanzionato per pratiche commerciali scorrette.

In breve l’intero impianto della legge 4/2013 si focalizza sull’ importanza della formazione del professionista.

L’art. 1 c.4 stabilisce che l’esercizio della professione si fonda “sulle competenze e sull’indipendenza di giudizio intellettuale e tecnico […], nel rispetto dei principi di buona fede, di affidamento del pubblico e della clientela, della correttezza.”.

Questa norma indica chiaramente che per svolgere professionalmente il ruolo di coach hai bisogno di un percorso formativo adeguato. Solo in questo modo puoi acquisire quelle competenze idonee a svolgere la tua professione con la correttezza e la professionalità richiesta dalla legge.

L’art.7, infatti, lascia alle associazioni dei professionisti la facoltà di rilasciare ai propri iscritti un’attestazione circa il rispetto, da parte dell’iscritto, di determinati standard qualitativi e di qualificazione professionale.

Questo vuol dire che gli attestati non hanno solo un valore di immagine rispetto alla scuola che l’ha rilasciato, ma anche in base a quanto la sua formazione viene riconosciuta dalle associazioni di categoria.

Attualmente in Italia sono due le associazioni che si preoccupano di tutelare i coach: l’AICP e l’ICF. Se non sei iscritto ad una di queste due associazioni, ho una brutta notizia da darti: per quel che riguarda la legge italiana, non stai svolgendo il tuo ruolo di coach in modo professionale.

Ovviamente, come per qualsiasi associazione professionale, ognuna di queste associazione richiede un numero di crediti di aggiornamento annuale per potervi restare all’interno.

Probabilmente questa notizia non rallegrerà affatto chi, sino a questo momento, ha potuto fregiarsi di un titolo di coach inadeguato. Ma, per fortuna, mette ordine in una professione che sino a poco fa era in balia dell’anarchia.

Un’anarchia che non dava assoluta certezza circa la preparazione del coach e la sua professionalità.

Infatti, così come uno psicologo ha alle spalle un ordine professionale, che lo obbliga a restare sempre aggiornato e a rispettare alcune procedure fondamentali per lo svolgimento del suo lavoro, allo stesso modo anche i coach si stanno organizzando.

Tale organizzazione offre una doppia tutela.

Una tutela per i clienti, che possono sapere (semplicemente controllando se il coach è iscritto ad una associazione professionale) il livello di competenza, di aggiornamento e di esperienza (perché è importante anche sapere se il coach con cui si sta andando a lavorare fa dieci ore o cento ore in un anno; perché tra chi fa questo mestiere per hobby e chi lo fa invece come lavoro c’è una bella differenza).

Una tutela per i coach, che possono contare su un ente che ne certifica le competenze.

Alla luce di questo, diventa fondamentale seguire dei corsi che vengono riconosciuti come formativi dalle associazioni di categoria. Per essere riconosciuti, i corsi devono offrire ai partecipanti il tipo di formazione richiesto per svolgere in maniera professionale il lavoro di coach. Per avere questo livello di competenza è normale che solo pochi riescano a superare l’accurata indagine che viene fatta a riguardo. E non sempre lo stesso corso viene riconosciuto da entrambe le associazioni.

Te lo dico perché non è stato facile, quando abbiamo creato l’offerta formativa di Coach Italy ottenere l’accreditamento da entrambe (in realtà abbiamo anche ottenuto l’accreditamento da parte del NLP society, che è l’associazione internazionale che certifica il coaching con la PNL).

Proprio per questo, quando scegli un corso di coaching fai bene attenzione alla certificazione che rilascia. Il contrario potrebbe metterti nella condizione di frequentare un corso che può anche essere eccellente ma che, una volta concluso, ti impedisce di far parte di un’ associazione che abilita la tua attività professionale.

Il che va benissimo se per te il coaching è un hobby, ma diventa un enorme problema se vuoi che diventi la tua attività quotidiana.

Proprio per questo se vuoi sapere se le certificazioni che hai ti abilitano o meno alla pratica del coaching nel pieno rispetto delle normative legali, contattaci. Ti offriremo una consulenza gratuita che farà chiarezza sui crediti accumulati sino a questo momento

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