Il ruolo della responsabilità nel rapporto tra coach e coachee

Il coach è una persona che aiuta. Volendo usare una metafora, è una sorta di allenatore, mentre il cliente è il giocatore. Il coach aiuta il giocatore ad allenarsi, a motivarsi, gli indica le giuste strategie di gioco, ma poi sarà il giocatore a dover scendere in campo e a meritarsi la stima segnando il suo goal; sarà lui a dover vivere con grande motivazione tutti quegli stati d’animo che il coach, l’allenatore, lo ha aiutato ad estrarre; sarà lui a dover raggiungere il suo obiettivo.

Il coaching, infatti, riguarda il raggiungimento degli obiettivi, e in questo si differenzia dalla terapia: mentre la terapia tende a risolvere problemi, il coaching si occupa degli obiettivi. Il coaching, quindi, è rivolto a persone che stanno bene e vogliono stare ancora meglio raggiungendo l’eccellenza in ciò che fanno.

Il coaching può essere indirizzato verso obiettivi di natura privata, professionale o sportiva. In ogni caso si deve mettere in chiaro che, data la natura di questa disciplina, un elemento fondamentale è lasciato alla responsabilità che appartiene sempre e comunque al coachee (ovvero, il cliente). Per questo, mentre il coach si assume la responsabilità di svolgere al meglio il suo lavoro, al coachee spetta quello di eseguire il piano di azione che delinea durante la sessione.

Infatti il coach non fornisce soluzioni, né dà consigli (altrimenti sarebbe un consulente), invece aiuta il cliente a estrarre risorse già in suo possesso, facendo domande.

Anthony Robbins ‒ che è un grandissimo formatore e uno dei coach più famosi a livello internazionale ‒ afferma che all’inizio della sua carriera seguiva la PNL nel dettaglio; aveva frequentato dei corsi tenuti dai due fondatori, Richard Bandler e John Grinder, e aveva cominciato a utilizzare la PNL nelle sue sessioni di coaching e nei suoi corsi. Un giorno, però, proprio alla fine di un corso, arrivò un cliente che un paio di anni prima, a seguito di una sessione di coaching finalizzata a interrompere la dipendenza dal fumo, era effettivamente riuscito a smettere di fumare. Malgrado ciò, quella persona giunse da Robbins e gli disse: “Tu hai fallito!” Poi continuò: “Ricordi? Abbiamo fatto una sessione per smettere di fumare. Io ho smesso, però adesso ho ricominciato”.

Robbins, che voleva capire meglio come erano andate le cose, chiese: “Quanto tempo è passato dal momento in cui hai smesso a quello in cui hai ricominciato?”

E il cliente: “Sono stato due anni senza fumare; fumavo cento sigarette al giorno, tu mi hai aiutato a smettere, però adesso ho ricominciato. Ciò dimostra che hai fallito”.

E Robbins, che certo non è uno sprovveduto, sentendosi dare del “fallito” replicò: “Aspetta un momento. Mi stai dicendo che fumavi cento sigarette al giorno, che grazie a me hai smesso di fumare per due anni, che solo ora hai ricominciato e… io avrei fallito?

“Sì” rispose il cliente. “Hai fallito perché mi hai programmato male!

Robbins capì, grazie a questa esperienza, che la metafora usata nella denominazione “Programmazione Neuro-Linguistica” poteva portare a fraintendimenti; l’utilizzo del termine “programmazione” era stato infatti deciso da Richard Bandler, appassionato di informatica, per paragonare il cervello umano a un computer. Con ciò voleva intendere che le abitudini, gli schemi che regolano i nostri comportamenti sono ripetitivi, cioè agiamo come se stessimo seguendo un programma, un software.

Quindi Robbins si rese conto che chi non conosceva il vero significato del termine “programmazione” poteva facilmente equivocare e pensare: “È il coach che mi programma ad abbandonare un’abitudine o a curare una fobia; io sto lì e aspetto che lui agisca”. Quasi che il coach dovesse compiere una sorta di magia.

Questo è l’inconveniente cui si va incontro se non si capisce cos’è la PNL. Per cui Robbins, sia per questo motivo sia per ragioni di marketing, cambiò il nome della PNL in NAC, Neuro-Associative Conditioning ovvero Condizionamento NeuroAssociativo. Se il cliente ha delle associazioni a livello neurologico per cui reagisce all’ansia fumando la sigaretta, il coach deve solo cambiare, rompere questa connessione neurologica e insegnare al cliente a condizionarsi nel tempo per mantenere il risultato raggiunto.

Il coach fa una sessione ma poi è il cliente che deve continuare e raggiungere il suo obiettivo.

Dietro questo aneddoto c’è, quindi, il senso di responsabilità e di condivisione tra coach e cliente, un concetto fondamentale. Il coach non “programma” ma fornisce gli strumenti che il cliente dovrà applicare con responsabilità per raggiungere i suoi obiettivi, guidato dai suoi valori.

Questo è molto importante. Se dovesse arrivare un cliente che ti dice: “Sai, io non ho obiettivi e per questo voglio fare una sessione di coaching con te. Aiutami, programmami affinché io possa raggiungere qualche obiettivo”, la prima cosa che dovrai rispondere è la seguente:

Non posso programmarti, non sono in grado di farlo; il raggiungimento dei tuoi obiettivi non dipende da me ma solo da te. Io ti posso motivare, darti strategie, fornirti gli strumenti migliori ma metterli in pratica dipende da te”.

Questo è un discorso importantissimo che deve essere chiaro sia a te che ai tuoi clienti.

Quando, infatti, questo punto non viene preso bene in considerazione ecco che cominciano di equivoci e, di conseguenza, l’intero lavoro che si andrà a fare corre il serio rischio di essere completamente inefficace.

Molto spesso, infatti, chi non ha le idee chiare sul coaching finisce per pensarla proprio come il cliente di Anthony Robbins e si mette in una posizione passiva, nella quale si aspetta che il coach faccia delle magie che, per incanto, lo mettano nella condizione di ottenere ciò che desidera.

Mi spiace, ma non è questo quello che fa il coach. Tutt’al più può essere ciò che fa lo sciamano!

Questo punto diventa fondamentale nella sessione di intake, che forse è la più delicata in assoluto. Da anni, infatti, durante i corsi pratici svolti all’interno dell’Università del coaching, mi dilungo molto sull’importanza del contratto che coach e coachee devono sottoscrivere prima di iniziare a lavorare insieme. Questo contratto (che i nostri studenti ricevono alla fine dei corsi, così come i consigli sulle modalità di somministrazione) è in grado di fare una grande differenza per tutte le sessioni successive.

Ora tu puoi anche non avere un sistema così altamente professionalizzato, ciò che conta è che tu faccia comprendere l’importanza della responsabilità nel lavoro di coaching. Una volta che il tuo coachee l’avrà ben compreso e accettato, le sessioni successive avranno ottime possibilità di andare per il meglio.

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