La differenza tra il coaching per azione e il coaching per re-azione

Il motivo per cui le persone non ottengono risultati non dipende da quello che pensano che dovrebbero fare e che non fanno ma da ragioni meno evidenti che le inibiscono e gli impediscono di ‘funzionare’ ad un livello di performance ottimale.

Siamo sinceri, tutti abbiamo dei desideri: vogliamo aprire una nostra attività, oppure possiamo voler vendere di più, mentre qualcuno desidera di comprarsi quella particolare macchina o una casa più grande.

E questi sono solo alcuni desideri materiali.

Esistono anche desideri non così immediatamente tangibili: ad esempio, trovare il lavoro giusto, oppure trovare la persona giusta; qualcuno desidera che il figlio si laurei in medicina, trovi un lavoro perfetto, una moglie ed una casa; qualcun altro ancora culla il desiderio di scrivere il romanzo della propria vita,  o imparare un paio di lingue straniere e partire per un lunghissimo viaggio; magari  qualcuno vuole perdere peso, o mettere su gli addominali, scolpendo il fisico per essere più attraente.

Il punto non è tanto quali sono i tuoi desideri, bensì da quale configurazione prendono forma.  Quando si parla di desideri, infatti, c’è una cosa che raramente si prende in considerazione, ovvero che possono essere presi da due configurazioni diverse.

La prima è una configurazione inibitoria. Ed è la configurazione in cui decidi quali sono i tuoi obiettivi o i tuoi desideri come reazione a qualcosa che non vuoi.

Per dirlo con parole diverse: la maggior parte delle persone quando decide cosa vuole lo fa portando l’attenzione sul problema che percepisce di avere. Una volta identificato il problema, il passo successivo di solito è identificare il rimedio che ponga fine al problema. Si tratta di una reazione generata da uno stato di frustrazione.

È come se tu avessi l’indice della mano destra stretto in una morsa, che si stringe sempre di più, facendoti sempre più male. In quel momento tutta la tua attenzione è sul dolore, e ogni tua azione non parte da ciò che vuoi, ma da come evitare il dolore. Inizi a cercare tutti i modi per tiare fuori il dito dalla morsa.

Il punto è che magari, nel tirare fuori il dito, lo porti contro una sega elettrica o contro la punta di un trapano che gira a tutta velocità.

Magari ho fatto un esempio un po’ troppo splatter. Ma te ne voglio fare anche uno più edulcorato: immagina una persona che non ce la fa più con il suo lavoro e lo vuole cambiare a tutti i costi. La sua attenzione su cosa è posta? Magari sul capo che non gli piace, i colleghi con cui non si trova bene, o ancora sulle attività che svolge tutti i giorni e che ormai lo hanno sfinito (la morsa stretta intorno al dito). Da questa posizione accetterà qualsiasi attività lo porti via dal suo ufficio, ma visto che è così concentrato sulla fuga niente vieta che trovi un lavoro peggiore (la sega elettrica e il trapano), oppure un lavoro che lo frustra in modo minore. Non ho detto un lavoro che lo appaga, ma un lavoro che lo fa sentire meno frustrato rispetto al precedente. E magari nel raggiungere questo obiettivo si sentirà anche fortunato, perché prima il suo dolore era cento ed ora solo sessanta.

La seconda configurazione la potremmo definire di abbondanza. Si tratta di una configurazione nella quale non ci si limita a reagire ad un dolore, ma si agisce in relazione ad una condizione di pienezza (non necessariamente materiale). È la configurazione del capitano di un vascello che si trova bene nel porto dove è ormeggiato ma vuole partire e scoprire nuovi porti. Oppure è la configurazione di chi semplicemente riesce a distaccarsi da ciò che non vuole e si pone questa domanda: “Se in questo momento non avessi dolori, sofferenze o frustrazioni, quale sarebbero i miei desideri?

Queste configurazioni portano, per forza di cose, a risultati diversi.

Nel primo caso il risultato sarà una riduzione del dolore o della frustrazione.

Nel secondo caso, invece, il risultato sarà una piena soddisfazione.

Il problema è che molto spesso le persone agiscono per reazione, entrano in una configurazione inibitoria e da lì cominciano un percorso di sviluppo personale. Che in questo percorso siano da soli o accompagnati da una persona che li aiuta, se non ci si accorge di questo, i risultati che si otterranno saranno solo condizioni meno peggio delle precedenti. Quando questo accade ciò che si prova è un senso di sollievo, che nella maggioranza dei casi viene percepito come soddisfazione. Ma non è diverso dal dito che finalmente è uscito fuori dalla morsa, dopo essere stato stretto per tanto tempo. Il dito è ferito, tumefatto e sanguinante – insomma, non sta affatto bene – ma il sollievo di non averlo più stretto fa percepire la cosa come una situazione di benessere. Eppure, lo sai bene, non è affatto così!

La configurazione da cui si parte è fondamentale per qualsiasi percorso di sviluppo personale, così come è essenziale per raggiungere degli obiettivi che si vogliono davvero e non che si limitino a creare un senso di sollievo.

Che tu stia facendo un percorso di coaching (con qualcuno o con te stesso) o che tu sia un coach è fondamentale che tu prenda in considerazione in quale configurazione sei o in quale configurazione si trova il tuo coachee.

Il contrario potrebbe generare solo un susseguirsi di situazione meno insoddisfacenti delle precedenti.

Questo è un aspetto che teniamo molto in considerazione nei nostri corsi per coach. Proprio per questo che tu sia una persona che vuole lavorare su sé stessa, che tu voglia diventare un coach, o che tu sia un coach in cerca di un upgrade, mi piacerebbe che tu dessi un’occhiata a questa pagina prendendo in considerazione se può essere la soluzione che fa per te.

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