Perché senza responsabilità il coaching non esiste?

La responsabilità è una delle chiavi del Coaching. E non si declina solo nel rapporto tra il coach e il coachee (a questo riguardo ho già scritto un articolo che puoi trovare qui) ma anche nel rapporto del coachee con sé stesso (non importa se all’interno di un rapporto di coaching con un professionista, o in percorso autonomo di sviluppo personale).

Una delle domande più potenti che uso nelle mie sessioni di coaching, quando un coachee inizia a focalizzarsi troppo su suoi problemi è: “Come hai fatto ad arrivare sino a questo punto?

Di solito, in questi casi, il coachee mi guarda sempre in modo confuso, poi farfuglia qualcosa sulle condizioni, sugli altri, sui rifiuti che ha ricevuto e le aspettative non rispettate. Così sorrido e dico: “Forse non mi sono spiegato bene. Volevo dire come hai fatto TU ad arrivare sino a questo punto?

Devo dirti la verità, capita che il più delle volte la persona che ho di fronte mi dica che non ha fatto in nessun modo, che se ci sono degli aspetti della sua vita che non gli piacciono non dipende da lui, è tutta colpa degli altri o delle circostanze.

Il problema è che se una persona non è in grado di assumersi in prima persona la responsabilità della propria esistenza, io non posso fare niente. O meglio, potrei pure farlo, ma non fa parte del mio lavoro.

Se, invece, è in grado di rispondere in modo costruttivo (o anche solo ha bisogno semplicemente di essere guidato verso l’assunzione delle proprie responsabilità) allora so che possiamo lavorare insieme, e quella domanda (Come hai fatto ad arrivare sino a questo punto?) è il nostro punto di partenza.

Siamo onesti: tutti nella nostra vita affrontiamo dei problemi, tutti riceviamo promesse che vengono infrante, tutti abbiamo almeno un paio di aspettative che non vanno come vogliamo. E possiamo avere due tipi di atteggiamenti:

– prendercela con gli altri per averci remato contro, per non aver rispettato i patti, ecc., ecc.;

– possiamo assumercene in prima persona la responsabilità.

Queste due prospettive non sono solo due modi di vedere la realtà. Se proprio dovessimo osservare qualcosa che ci è andato male con una lente oggettiva, ci renderemmo conto che le cause spesso sono varie e hanno a che fare con noi, con gli altri, con l’ambiente circostante e le coincidenze imprevedibili.

Ma all’interno della prospettiva tipica del coaching, nel momento in cui scegliamo di prendercela con gli altri, adoperiamo una lente di visione (quindi una riduzione della realtà) che ci deresponsabilizza. Il che da un lato è ottimo: se ogni errore non dipende da me allora non sbaglio mai. Ma se gli errori non dipendono da te allora neppure il successo dipende da te. Se non hai controllo sul fallimento (che fondamentalmente è l’esito di un’azione) non ce l’hai neppure sul successo (altra forma di esito ad un’azione).

Questo messaggio, se anche non passa a livello consapevole, è estremamente impattante a livello inconscio, e porta a maturare questa convinzione: io non ho controllo della mia vita, io sono in totale balia degli eventi (questo, ripeto, se anche non accade a livello conscio comincia a germinare in modo inconscio).

Nel momento in cui scegliamo di assumerci la responsabilità operiamo sempre una riduzione della realtà ma che, questa volta, ci vede come soggetti agenti della nostra vita. In primo luogo cominciamo a rivedere ciò che non ci è piaciuto con uno sguardo di autocritica, il che trasforma ogni evento negativo in una piccola lezione di cui fare tesoro, in un esperienza utile che ci aiuta a crescere. In più assumiamo che possiamo agire sulle cose, semplicemente migliorando noi stessi e il modo di agire.

Ti faccio qualche esempio.

Un esame andato male.

Colpevolizzatore: il professore è cattivo, mi ha chiesto pure le note.  

Responsabile: non immaginavo che fosse così specifico, devo studiare in modo più approfondito.

Un colloquio di lavoro non andato a buon fine

Colpevolizzatore: quelli lì vogliono gente diversa da me.

Responsabile: in che modo posso far capire che sono il tipo di persona che cercano?

L’essere lasciato dal/la compagno/a 

Colpevolizzatore: è un/a pazzo/a! 

Responsabile: qual è stato il mio ruolo per farle prendere questa decisione?

Come ho già detto, non si tratta di comprendere quale sia la verità, ma comprendere quale punto di vista è più produttivo rispetto a ciò che desideri. Nel coaching non ci interessa arrivare alla verità, quanto conquistare una prospettiva funzionale rispetto agli obiettivi che vogliamo raggiungere.

Ovvio, il punto di vista del colpevolizzatore è comodissimo: il colpevolezzatore è sempre perfetto, è il mondo che è cattivo e ce l’ha con lui. Il punto di vista del responsabile, invece, è più difficile, si mette costantemente in gioco, sa bene che tutto ciò  è e che fa è la somma delle azioni che ha preso. Questo di sicuro non è semplice.

La differenza tra i due, di fondo, sta che il colpevolizzatore pensa a come vorrebbe che andasse la sua vita; il responsabile – come si dice dalle mie parti: storto o morto – ce la fa andare.

A te la scelta. Che tipo di persona vuoi essere?

Certo, decidere in che direzione far andare la propria vita non è sufficiente. Siamo sinceri, a volte non bastano le buone intenzioni, ci vogliono anche gli strumenti per trasformare proprio quelle intenzioni in azioni reali, che cambiano lo stato delle cose, permettendoci di avvicinarsi sempre più al risultato che vogliamo ottenere.

 

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