Autore: Coach Italy

Origini del Coaching: l’Inner Game di Tim Gallwey

Non è facile indicare con precisione le origini del coaching.

Qualcuno addirittura sostiene che il primo grande coach della storia fu Socrate, che esercitava la maieutica, ovvero:

“termine con cui viene generalmente, designato il metodo dialogico tipico di Socrate, il quale, secondo Platone (dialogo Teeteto), si sarebbe comportato come una levatrice, aiutando gli altri a «partorire» la verità: tale metodo consisteva nell’esercizio del dialogo, ossia in domande e risposte tali da spingere l’interlocutore a ricercare dentro di sé la verità, determinandola in maniera il più possibile autonoma” (Fonte: Treccani)

Dialogo, domande e risposte, ricerca.

Diciamo che alcune similitudini con il coaching ci sono, anche se il metodo che viene utilizzato oggi era ancora molto distante dall’avere una vera e propria sistematizzazione.

Volendo indicare un momento fondamentale alle origini del coaching, bisogna citare assolutamente Tim Gallwey che nel 1972 pubblicò un libro davvero rivoluzionario “The Inner Game of Tennis” (Il Gioco Interiore nel Tennis).

“The Inner Game of Tennis”: il libro alle origini del coaching

“Il Gioco Interiore nel Tennis” divenne immediatamente un successo senza precedenti.

Era la prima volta nella storia dell’editoria mondiale che un libro di sport non parlasse della tecnica vera e propria, ma della parte interiore del gioco come, ad esempio, gli ostacoli che ogni sportivo incontra nella sua mente.

Il lavoro svolto da Gallwey è stato senza dubbio enorme per i suoi tempi e credo di poter affermare che è a tutti gli effetti uno dei padri della psicologia dello sport, nonché uno dei padri fondatori del coaching.

Infatti “Il Gioco Interiore nel Tennis” è un libro che in primo luogo affronta il tema del miglioramento personale e sarebbe riduttivo definirlo un libro sullo sport.

Cosa tratta nel dettaglio questo libro?

Tim Gallwey identifica e descrive il self1 (sé stesso 1) e il self2 (sé stesso 2), facendo così comprendere che ogni volta che facciamo o pensiamo qualcosa siamo sempre in due:

  • il self1 è la parte cosciente che utilizziamo per pensare, decidere e parlare con noi stessi, è la parte che dubita, critica e che spesso alimenta le tensioni;
  • il self2, invece, è il subconscio, a cui accediamo quando siamo nel flusso, rilassati e lasciamo che le cose accadino, è la parte che riesce a gestire molte più informazioni ma raramente viene lasciato lavorare come dovrebbe.

Questi due sé sono spesso in conflitto e il modo in cui questo conflitto si risolve, determina i comportamenti e le performance.

In più Gallwey fa comprendere come il giocatore (così come qualsiasi altra persona) non è mai da solo, è sempre in compagnia di un dialogo interno, che ha da dire su tutto.

Per questo essere nel qui ed ora aiuta molto le performance, non solo nel tennis o nello sport in generale.

Cosa è davvero l’Inner Game di cui Gallwey parla nel libro?

Secondo Tim Gallwey per raggiungere uno stato di peak performance è importante far operare in armonia questi due se stessi.

Nel libro, entra nel dettaglio spiegando quali abilità devono essere sviluppate per generare armonia tra i due self:

  • saper lasciar andare il giudizio
  • saper lasciar andare l’ego
  • avere una presenza nel qui ed ora
  • apprendere dai feedback che riceviamo
  • fidarsi delle naturali abilità che abbiamo nell’apprendere anche soltanto guardando e visualizzando.

Molti dei concetti che va a trattare (modelling, alta performance, armonia tra le parti) sono anche parte del bagaglio di competenze della PNL. Infatti proprio la Programmazione Neuro Linguistica ha sviluppato molte strategie e tecniche per lavorare su questo aspetto; strategie e tecniche sempre più utilizzate nell’ambito del coaching.

Come applicare i concetti e il metodo di Tim Gallwey

Come è possibile applicare semplicemente il metodo di Tim Gallwey?

Voglio schematizzare in cinque passi uno degli approcci che delinea nel suo libro.

  1. Stabilisci l’aspetto che vuoi migliorare. Scegli un punto di partenza rispetto a ciò che vuoi. L’importante è che tu lo definisca in modo chiaro e specifico.
  2. Crea delle immagini mentali che ti mostrano mentre ottieni il risultato desiderato. La mente inconscia non sa distinguere tra ciò che immagina e ciò che reale, proprio per questo la visualizzazione ti aiuterà a sviluppare maggiore confidenza e preparare la tua mente ad orientarsi verso il risultato desiderato.
  3. Prendi in considerazione le nuove idee. Ovvero: decidi di sperimentare strade diverse, tutte quelle che ti verranno in mente. Raccogliendo i feedback per comprendere se ti stai avvicinando o allontanando dal risultato che ti sei prefissato.
  4. Ricorda il tuo scopo. Trova ogni giorno il momento per ricordare perché vuoi ottenere proprio quel tuo risultato. Che cosa ti porterà quel risultato? Che tipo di persona ti farà diventare? Come migliorerà la tua vita dopo averlo raggiunto? Basta che trovi anche solo tre minuti ogni giorno per ricordare tutto questo; va bene anche mentre stai guidando o sei in fila alla posta.
  5. Domandati sempre: “In che modo posso indirizzare i miei sforzi verso lo scopo?” E ovviamente metti in pratica le risposte che ti dai.

Dalle origini del coaching allo studio per diventare coach

Quello che trovo davvero interessante nel libro di Gallwey è che, per quanto possa essere un libro sul tennis, chiunque può leggerlo e trovare spunti per migliorare: musicisti, studenti e lavoratori possono raccogliere varie perle dalla sua lettura. In più è anche scritto con un linguaggio chiaro, diretto e ricco di esempi.

Proprio durante un’intervista lo stesso Gallwey ha dichiarato: “Prima di iniziare a sviluppare il principio del gioco interno nel 1970, ho potuto constatare nei miei studenti di tennis, così come in me stesso, che c’erano ostacoli mentali che interferivano con la nostra capacità di giocare al meglio . Allo stesso tempo, stavo cominciando a riconoscere che tutti noi abbiamo molto più potenziale dentro di noi di quanto pensiamo. Tre osservazioni hanno confermato e riconfermato che ero sulla strada giusta. Una volta che ho smesso di dare istruzioni tecniche e correggere i miei studenti in termini di giusto e sbagliato, le paure e i dubbi degli studenti sono diminuiti in modo significativo e hanno imparato più velocemente, con risultati migliori, si divertivano molto di più e non importava quale fosse il loro livello di gioco”.

Osservazione della realtà, analisi, ricerca di una soluzione alternativa, applicazione, gioco.

In questo breve paragrafo ci sono davvero tante riflessioni sull’approccio di Gallwey che ogni coach o aspirante coach dovrebbe approfondire.

“Il Gioco Interiore nel Tennis” è un libro fondamentale per chiunque voglia avvicinarsi al tema del coaching. È utile per un aspirante coach che vuole approcciare questa materia partendo dalle basi. È utile per chiunque cerchi degli strumenti che lo aiutino a migliorarsi.

Ovviamente per diventare coach non basta un libro ed è necessario iniziare un percorso che ti porti a svolgere l’attività di coaching da vero professionista.

“I Pilastri del Coaching” è un ottimo punto di partenza per chi vuole diventare coach professionista. Clicca qui per tutte le informazioni.

A presto

Dr Roberto Castaldo

Carisma: 7 convinzioni fondamentali per svilupparlo

Il carisma è una caratteristica personale che può essere allenata e sviluppata (soprattutto attraverso sessioni di coaching).

Nessuno nasce con un carisma innato ma lo sviluppa durante la sua vita, grazie a tutta una serie di fattori come esperienze, relazioni, crescita personale, ecc…

È innegabile che le persone carismatiche hanno una probabilità di raggiungere gli obiettivi e ottenere risultati molto maggiore rispetto alle persone con poco carisma e personalità.

Ecco perché lavorare sul tuo carisma può essere la svolta per la tua vita privata e lavorativa.

In questo articolo scoprirai cosa si intende per carisma, perché è importante nel coaching e nella vita in generale e quali sono le convinzioni che possono aiutarti a sviluppare il tuo carisma.

Partiamo!

Carisma: che cos’è e perché conta nel Coaching

Che cos’è il carisma? Come possiamo definirlo?

Il termine carisma indica tutto ciò che concorre a determinare un ascendente o un’influenza indiscutibile e generalizzata su altri.

Si tratta di una dote che, al di là delle definizioni, risulta essere molto complessa da comprendere.

Carisma, infatti, indica anche la capacità di farsi ascoltare (dote che mai quanto oggi risulta essere necessaria).

Se te ne parlo è perché il carisma è una componente fondamentale nel mondo del Coaching:

  • da un lato è necessario al coach che deve riuscire a farsi ascoltare dal coachee e deve essere visto come una figura autorevole.
  • dall’altro lato è una di quelle qualità che molto spesso il coachee vuole migliorare all’interno di un percorso di coaching.

Essendo, però, una qualità molto complessa risulta difficile identificarla, anche perché spesso e volentieri se chiedessimo a dieci persone diverse cosa è il carisma ci daranno dieci definizioni diverse. Certo, è probabile che tutte queste definizioni avranno degli elementi in comune ma, allo stesso tempo, saranno caratterizzate da sfumature molto differenti.

Per questo oggi voglio offrirti una prospettiva operativa sul carisma.

Carisma: le 7 convinzioni per svilupparlo subito

La prospettiva operativa parte da quelle che sono alcune convinzioni che possono aiutarti a lavorare sul tuo carisma e a svilupparlo.

Leggile attentamente, rileggile e fai in modo che la tua mente le possa assorbire completamente.

1. Non esiste il fallimento, ma solo risultati

Lo so, questa convinzione può essere non particolarmente facile da adottare. Magari ti eri fissato un obiettivo e qualcosa è andato storto. Eppure trasformare tutto ciò in un fallimento è solo una tua decisione.

Infatti puoi scegliere se accettare che le cose siano andate male, o semplicemente domandarti cosa potevi fare meglio, quali sono i modi in cui puoi far andare le cose nel modo che vuoi; quindi, trasformare il tutto in un’esperienza.

2. Il rifiuto è una cosa che non riguarda te ma esclusivamente l’altra persona

Un rifiuto, infatti, ti fornisce unicamente informazioni sul punto di vista della persona che lo esprime. Questo è influenzato dalla sua percezione in quel momento, dalle sue esperienze passate, dalle sue convinzioni, dallo stato mentale che sta vivendo.

Insomma, ciò che spinge una persona ad esprimere un rifiuto ha poco a che fare con un vero e proprio giudizio.

Pensa, ad esempio, ad una persona che viene respinta dal proprio partner. La cosa non dipende tanto da quella persona, ma dalla nuova percezione che ne ha il partner.

3. L’imbarazzo e il disagio non sono oggettivi, sono solo una percezione di chi li sperimenta

Per dimostrarti che sono solo una percezione ti chiedo di ricordare un momento in cui hai provato imbarazzo o disagio.

Molto probabilmente quello che ti è capitato è che eri più concentrato sui tuoi pensieri che su ciò che stava accadendo. La tua attenzione non era tanto rivolta alla situazione, quanto al tuo dialogo interno, a quella massa caotica di pensieri che ti dicevano che dovevi sentirti in imbarazzo o a disagio.

Quando sei in presenza di altre persone, quindi, puoi scegliere se dare retta alle tue “vocine nella testa”, oppure essere presente nel momento che stai vivendo.

Lo so, all’inizio può non essere facile, ma inizia a renderti conto che hai a disposizione questa scelta. Facendo questo, ti sorprenderai di come ad un certo punto sarà per te naturale smettere di dare retta a quei pensieri limitanti, per goderti l’esperienza che stai vivendo.

4. Va bene essere seri, meno essere seriosi

Le risate sono importanti, così come l’ironia. Eppure molte persone pensano che scherzare sia un grave danno per la propria immagine. Ma c’è una profonda differenza tra essere seri e seriosi.

Le persone serie sono quelle che danno un gran peso ai loro impegni e alle loro responsabilità.

Essere seriosi, invece, indica un atteggiamento sempre irreprensibile, privo di emotività nei confronti delle cose. Le persone seriose non sono in grado di trasmettere emozioni, se non forse la noia.

Quindi mantieni la tua integrità e prenditi il lusso di ridere, scherzare ed essere ironico. Nel peggiore dei casi non accadrà nulla di eclatante, ma ti sentirai sicuramente più rilassato e positivo.

5. Se vuoi ottenere ciò che desideri, smetti di averne bisogno

Conosci la legge psicologica dello sforzo inverso? In pratica, afferma che più ti sforzi di fare qualcosa, più diventa difficile riuscirci.

Insomma, devi ricordarti che se vuoi davvero qualcosa, devi imparare a sentirti bene anche in sua assenza.

Quando non fai questo passaggio, la tua mente crea una serie di immagini di te che provi dolore per ciò che ti manca. Questo vuol dire che il tuo pensiero è cosi concentrato su questa assenza, da impedirti di vedere altro; anche se davanti a te c’è proprio ciò che desideri e ti basterebbe allungare una mano per prenderlo.

6. Vai più d’accordo con te stesso e andrai più d’accordo con gli altri

Quando impari a trattare bene te stesso, impari a trattare bene gli altri.

Quando impari a trattare bene te stesso, emani una profonda energia di serenità (e ti assicuro che è una delle cose che maggiormente attraggono le persone).

In più, quando sei contento di te stesso ti trovi nello stato migliore per stare insieme agli altri.

7. Sei tu che definisci chi sei. Sei tu che decidi cosa fare. Sei tu a decidere il modo in cui vivere

Tu sei l’unico e solo giudice di te stesso.

Sei l’unico che conosce tutto di te, dai pensieri ai comportamenti (ti frequenti da quando sei nato, giusto?).

Sei l’unico e solo padrone della tua mente, l’unico e solo che può guidarla. Quindi inizia a riflettere da adesso su come puoi utilizzare il tuo cervello per migliorare la tua vita.

Carisma: come svilupparlo concretamente ed in pratica

Lavorare sul proprio carisma è un percorso.

Non si diventa persone carismatiche dall’oggi al domani e il tuo carisma va allenato e sviluppato giorno dopo giorno.

Il modo più semplice e veloce per migliorare il tuo carisma è farti seguire da un coach.

Attraverso un percorso di coaching personalizzato in base alla tua situazione di partenza e ai tuoi obiettivi, i nostri coach professionisti ti guideranno a migliorare il tuo carisma e ad ottenere risultati incredibili nella vita privata e professionale.

Richiedi ora la tua sessione di coaching e iniziamo insieme questo percorso!

Filtri percettivi: come la tua mente trasforma la realtà in punto di vista

La mente umana, per certi aspetti, segue lo stesso processo che si usa per preparare una tazza di tè.

Detto così può sembrare strano ma, pensaci bene: come si prepara una tazza di tè?

Si mettono le foglioline di tè sbriciolato nel filtro, questo poi viene immerso nell’acqua bollente. A questo punto l’acqua imbevendo le foglioline si impregna della loro essenza, sino a farle cambiare colore e a darle un buon sapore.

Per la mente è lo stesso.

I nostri preconcetti, i nostri giudizi, le nostre credenze così come le nostre convinzioni funzionano come dei veri e propri filtri della realtà.

La impregnano al punto tale, che ciò che riceviamo dall’esterno si manifesta all’interno della nostra mente già filtrato.

Il punto è che non tutti i nostri filtri possono essere performanti e soprattutto possono influenzare la realtà oggettiva.

Mettiamo il caso che una mia convinzione è quella di essere una persona che sa come cavarsela in ogni situazione. Nel momento in cui avrò una difficoltà reagirò in modo decisamente più proattivo rispetto a chi si sente sempre schiacciato dagli eventi.

Senza voler andare nei giudizi di valore, possiamo dire che i filtri percettivi sono più o meno funzionali rispetto a quelli che sono i nostri obiettivi.

Ti faccio un altro esempio: prendiamo una persona con una concezione del mondo basata sul fatto che gli altri, se ne hanno l’occasione, ti fregano. Nel momento in cui lavora in un contesto poco sano, dove le invidie tra colleghi sono all’ordine del giorno, questo filtro può essere molto utile. Ma di colpo diventa deleterio se continua ad applicarlo quando è con i propri amici o la propria famiglia.

Il punto è: come sono i tuoi filtri? Funzionano?

Se la risposta non dovesse essere positiva, continua a leggere perché voglio condividere con te un processo che unisce coaching e PNL e che ti aiuterà a fare proprio questo: modellare i tuoi filtri in relazione ai risultati che vuoi ottenere.

Modellare i filtri percettivi in relazione all’obiettivo

In primo luogo comincia a domandarti: quali sono le mie convinzioni limitanti?

Per convinzione intendo proprio una tua idea sul modo in cui vanno le cose. Per limitante, invece, voglio intendere che quel modo di vedere le cose non ti aiuta a raggiungere ciò che vuoi ottenere.

Un esempio, a questo proposito, potrebbe essere la seguente convinzione: se non hai raccomandazioni non vai avanti nel lavoro.

È vera? È falsa? Non ci interessa!

Ciò che ci interessa sono le conseguenze di questa convinzione: probabilmente chi la pensa così non darà mai il massimo, non ce la metterà mai tutta perché non crede possa servire. Quindi tutto ciò che farà, in un modo o nell’altro, andrà a confermare questa convinzione.

Insomma: se sono convinto di qualcosa, anche a livello inconscio farò in modo di trovare conferme.

Il primo passo per cambiare i propri filtri percettivi è comprendere quali sono quelli che ci frenano e ci limitano nel raggiungere un obiettivo.

Il mio consiglio è quello di prenderti quindici minuti di tempo per segnare tutti quelli che ti vengono in mente. Nei giorni successivi poi potrai aggiornare questo elenco, in relazione a ciò che ti verrà in mente.

“Questa idea, questa credenza mi aiuta ad avvicinarmi al mio obiettivo oppure mi rema contro?”

Questa domanda è la cartina tornasole, che mostra all’istante se quel tuo filtro ti è utile oppure no.

Una volta identificato un filtro che ti limita, domandati se ci sono degli elementi di conferma nella realtà che ti circonda e che ti mostrano che questo filtro non è vero (o, quantomeno, non è sempre vero). Puoi cercare tra:

  • le tue esperienze personali,
  • le esperienze che hai potuto osservare,
  • le esperienze che ti hanno raccontato o hai letto.

Quanti più elementi trovi che non confermano il tuo filtro più lo inizi a disinstallare dalla tua mente.

Cambiare punti di vista e filtri percettivi: di cosa hai bisogno

Detto così, l’intero processo è molto semplice.

Quindi sorge una domanda: perché una cosa così facile raramente viene applicata?

Perché per quanto il processo sia facile non è un processo per tutti.

E questo per due motivi: ci vuole costanza e apertura mentale.

Il tuo filtro percettivo non è composto da un’unica convinzione ma da un sistema molto più ampio. Quindi ci vuole un po’ di costanza (per quanto posso assicurarti che dopo poco già cominci a notare i primi benefici), dote che non tutti hanno.

In secondo luogo un processo del genere implica affermare ripetutamente che la precedente visione delle cose non era corretta al cento per cento. E, dato che uno dei nostri bisogni maggiori è quello di avere ragione, di veder confermato il nostro punto di vista, molti ne risultano frenati.

Questo elemento è importantissimo specialmente se sei un coach o vuoi diventare coach: molto spesso si commette l’errore di voler ristrutturare una convinzione limitante durante una sessione di coaching, senza però prima assicurarsi che la persona sia pronta. Quando questo accade, l’intera sessione rischia di essere un buco nell’acqua, mentre il rapport tra coach e coachee rischia di spezzarsi.

Il lavoro sui filtri percettivi è fondamentale all’interno di un percorso di coaching e per questo solitamente consiglio di partecipare a due corsi per avere una visione completa sull’argomento e su come gestire questo aspetto da coach professionista.

I corsi sono:

Per saperne di più scrivimi o contatta il team Coach Italy che ti darà tutte le informazioni.

A presto

Roberto Castaldo

Come gestire al meglio il setting di una sessione di coaching

Il setting è fondamentale in una sessione di coaching.

Se non ti prendi cura di questo aspetto, rischi che il tuo coachee non comprenda neppure la differenza tra una sessione di coaching e una piacevole chiacchierata.

Ho scritto questo articolo proprio perché ritengo che qualsiasi coach debba creare da subito un setting ideale per le proprie sessioni di coaching.

Vediamo subito cosa si intende per setting e su quali aspetti porre l’attenzione nella fase iniziale di un percorso di coaching.

Che cos’è il setting nel coaching e “dove” incontrare il tuo coachee

Quando parlo di setting, mi riferisco ad un concetto mutuato dalla psicoterapia: con esso si intende il contesto nel quale ha luogo la relazione di coaching e può essere costituito tanto da elementi astratti (il modello teorico di riferimento, la personalità del coach), quanto da elementi fisici (la stanza in cui avviene l’incontro, l’arredamento, l’abbigliamento del coach).

Il setting, quindi, rappresenta il contenitore mentale, materiale e relazionale e ha lo scopo di rendere quanto più funzionale possibile la relazione tra coach e coachee.

L’ideale è che il coach riceva il suo cliente nel proprio studio, adibito proprio a questo scopo.

Potrebbe sembrare una cosa scontata, ma non lo è affatto.

Mi è capitato di incontrare coach che, in assenza di un proprio studio in cui ricevere i clienti, gestiscono le sessioni al bar, sorseggiando un caffè o un aperitivo.

In questo caso dovrebbe anche essere superfluo dirlo: se sei un coachee scappa a gambe levate, così come scapperesti da un medico o da un avvocato che, non avendo un ufficio, ti offre la sua consulenza al bar.

Se, invece, sei un coach sappi che l’immagine che stai dando di te è lontana anni luce da qualsiasi professionalità. E questo risulta dannoso non solo per te, ma anche per il coachee, che difficilmente riuscirà ad esprimere il suo pieno potenziale in un contesto del genere.

L’ambiente ideale per il setting di una sessione di coaching

Nell’ambito del setting rientra quindi anche lo spazio nel quale avviene la sessione di coaching. Vediamo quali sono le caratteristiche che deve avere:

  • deve essere accogliente, il luogo in questione deve essere in grado di mettere a proprio agio il coachee tanto mentalmente quanto fisicamente;
  • deve essere immune a qualsiasi interferenza, privo di qualsiasi rumore, compreso quello di campanelli o telefoni (tanto del coach, quanto del coachee);
  • deve garantire il massimo della privacy e della riservatezza.

Una volta rispettati questi punti, il coach può lasciare libero spazio alla propria creatività.

Ad esempio conosco un coach che ha arredato il suo studio con vari quadri astratti dai colori riposanti.

Allo stesso modo, conosco chi ha lasciato il proprio studio estremamente scarno, limitandosi ad arredarlo con un paio di poltrone e un tavolino tra le due.

Il setting della relazione di coaching

Una volta che ti sei preso cura dell’aspetto fisico ed ambientale, sarà fondamentale strutturare il setting della relazione di coaching.

Da questo elemento dipenderanno i futuri incontri con il coachee e la relazione che si andrà ad instaurare con lui.

Ecco perché è di massima importanza la gestione del primo incontro: è proprio in questa fase che si genera l’imprinting relazionale capace di influenzare (positivamente o negativamente) il processo complessivo.

L’obiettivo del primo incontro, infatti, non è semplicemente quello di raccogliere informazioni sul coachee per mettere a fuoco come sviluppare le sessioni: deve anche gettare i presupposti affinché la relazione sia il quanto più potenziante ed efficace possibile.

Nella gestione di questa dinamica è il coach che deve intervenire attivamente.

Personalmente ritengo che sia fondamentale spiegare quali siano le regole che stanno alla base di una relazione di coaching nel modo più chiaro possibile, facendo comprendere al coachee che senza l’accettazione e il rispetto delle stesse, l’intero lavoro sarà completamente inutile.

Il contratto tra coach e coachee

Personalmente utilizzo un contratto di coaching che, a seconda dei casi, espongo oralmente o faccio sottoscrivere al coachee stesso; con quest’ultima azione vado a rendere il quanto più ufficiale possibile il rispetto del nostro rapporto.

Nell’ambito di qualsiasi professione di aiuto, infatti, l’alleanza incide per il 25% sul raggiungimento del risultato finale.

Ed è proprio l’alleanza ciò che il coach deve creare nel primo incontro, ricordando che dovrà averne cura per l’intera durata dell’intervento.

Un’alleanza nella quale il coach deve fare del suo meglio per far giungere il coachee alle proprie soluzioni e allo stilare un piano d’azione. Piano d’azione che, invece, il coachee deve impegnarsi ad eseguire.

Il setting nel coaching: facciamo il punto della situazione

Quindi, per riassumere ciò che abbiamo detto sino a questo momento:

  • fai in modo che il luogo nel quale accogli il coachee sia comodo, senza rumori fastidiosi e immune dalle interruzioni
  • comunica la tua professionalità in maniera chiara e diretta al tuo coachee
  • spiega dettagliatamente le regole alla base di una relazione di coaching
  • aspetta che il coachee accetti esplicitamente le regole alla base della relazione
  • inizia a coltivare subito l’alleanza col tuo coachee in modo da massimizzare i risultati

Rispetta tutti questi punti e avrai iniziato il tuo intervento col piede giusto!

Come hai potuto notare, il giusto setting rappresenta uno dei fondamenti su cui costruire le tue sessioni di coaching efficaci ed una relazione costruttiva col tuo coachee.

Eppure è soltanto la punta dell’iceberg di un percorso di coaching che prevede un approccio integrato di diverse metodologie ed aspetti che vanno ben oltre il setting stesso.

Per conoscere tutti gli elementi che bisogna curare per strutturare un percorso di coaching dai risultati garantiti con i propri coachee oltre ad un setting perfetto, clicca qui e scopri come diventare un vero Coach Professionista.

Ad maiora

Dr Roberto Castaldo

Relazioni: come crearle e come farle funzionare con il coaching

Una delle maggiori frustrazioni che viviamo è quella di non avere il tipo di relazioni che vogliamo.

E non mi riferisco al termine “relazione” esclusivamente in senso amoroso, ma in generale, comprendendo anche quelle di amicizia, così come quelle di parentela o di lavoro.

Sono certo che almeno una volta nella vita questo senso di insoddisfazione l’avrai provato anche tu: amicizie che col tempo si sono sfaldate, rapporti che si sono logorati, incomprensioni, se non addirittura una totale mancanza di sintonia.

Perché succede questo?

La risposta più ovvia è: perché le persone sono diverse.

Il che è vero, ma a livello profondo potrebbe rivelarsi non sufficiente.

Pensa alle persone con cui intrattieni e hai intrattenuto una relazione (d’amore, di amicizia, di lavoro o di semplice conoscenza):

  • quanto e come sono diverse da te?
  • quanto sono diverse tra loro?

Probabilmente tra loro ci sono alcune persone che non andrebbero d’accordo mai e poi mai.

Sono così diverse che ci sono delle cose che faresti con alcune e non con altre. Sono così diverse che magari il linguaggio che usi con un gruppo è differente rispetto a quello che usi con un altro. Ci sono persone di cui ti fidi ciecamente, altre con cui intrattieni solo ottimi rapporti professionali; quelle con cui ti piace uscire la sera ma che non ami invitare a casa; quelle a cui racconti tutte le tue esperienze e quelle con le quali ti limiti alle frasi di circostanza.

Con ogni persona che ti circonda intrattieni un tipo diverso di relazione. E questo tipo di relazione si è costruito nel tempo, come conseguenza dei vostri incontri e confronti, durante i quali, a poco a poco, hai stabilito (a livello più o meno conscio) il tipo di esperienza che volevi condividere.

Ma perché abbiamo così tanto bisogno di entrare in relazione con gli altri?

Creare relazioni è un bisogno umano

Sappiamo tutti che l’uomo è un animale sociale.

Possiamo fare a meno di mettere in ballo il discorso antropologico che ci dimostra come l’uomo, nei tempi più antichi, non avrebbe avuto vita facile (anzi, avrebbe avuto vita molto breve) se non fosse entrato in relazione con i suoi simili. Ma questa non è una peculiarità appartenente solo all’uomo, bensì a quasi tutte le specie animali.

I motivi “più umani” per i quali entriamo in relazione gli uni con gli altri sono legati all’esigenza di soddisfare alcuni nostri bisogni.

In primo luogo il bisogno di sostegno, che è un bisogno simile a quello strettamente materiale che affronta l’antropologia. Non mi riferisco, infatti, al semplice sostegno materiale, ma anche a quello affettivo, morale e spirituale.

C’è poi il bisogno di condivisione: l’uomo necessita di condividere con gli altri le sue esperienze. È grazie a queste condivisioni che si generano le idee che permettono all’uomo di evolversi, non solo sotto l’aspetto tecnologico, ma anche emotivo.

Un altro bisogno che le relazioni soddisfano è il bisogno di appartenenza. Tutti noi sentiamo la necessità di appartenere ad un gruppo, con cui – per l’appunto – condividiamo non solo le nostre esperienze, ma anche il linguaggio, la cultura, dando vita a degli universi consensuali che aumentano il nostro senso di sicurezza verso il mondo.

E così ci colleghiamo al bisogno di sicurezza. Ognuno di noi ambisce a far parte di un gruppo di persone con cui si sente al sicuro, aumentando così la propria fiducia negli altri.

Come avrai capito già, tutti questi bisogni sono intrecciati tra loro e sono così fusi insieme che ti consiglio di prendere con le pinze la distinzione che ho appena fatto. Insomma, è solo una semplificazione per farti capire quanto sono necessarie le relazioni per ognuno di noi.

Quindi da dove cominciare per avere il tipo di relazione che desideri?

Come creare relazioni che ti soddisfano: una domanda fondamentale

Credo sia abbastanza chiaro il motivo per cui le relazioni personali sono così importanti.

Proprio per questo motivo è consigliabile che ognuno di noi sappia cosa vuole dalle proprie relazioni.

Certo, porsi un obiettivo sul tipo di relazione che vogliamo da una persona non appena la conosciamo è a dir poco strambo, per non dire completamente folle. Ma iniziare a chiedersi cosa si desidera è un buon punto di partenza.

Quindi ciò che ti chiedo oggi è: cosa vuoi dalle tue relazioni?

Non voglio che ci pensi soltanto, voglio che lo metti per iscritto!

Prendi un foglio di carta e butta giù tutto ciò che ti viene in mente.

Una volta che hai scritto tutto, domandati: quante delle tue relazioni soddisfano queste caratteristiche?

Certo, non tutte le relazioni sono uguali. Ciò che desideri da una relazione amorosa è completamente diverso da ciò che vuoi da una relazione professionale, così come da una relazione di amicizia, ecc. ecc.

Quindi per ogni categoria delle tue relazioni, domandati cosa vuoi e chiediti se le tue relazioni soddisfano questi requisiti.

Capire cosa vuoi da una relazione e l’aspetto più importante per creare il rapporto che desideri.

Far funzionare le relazioni: la metafora dell’addestratore

È sicuro che non appena comincia un rapporto tra due persone difficilmente avrà tutte le caratteristiche che vuoi.

La relazione va costruita nel tempo.

Come è possibile fare in modo che la relazione possa andare nella direzione che desideri?

Voglio risponderti con una metafora.

Immagina di avere un cagnolino. Se ne hai (o ne hai mai avuto uno) sai benissimo quanto sia difficile all’inizio insegnargli a fare pipì fuori e non in casa.

Quindi, cosa fai quando il cucciolo ti lascia un bel bisognino nel salotto? Di solito gli metti il muso vicino alla pipì per fargli capire che non deve.

Cosa fai invece quando fa pipì fuori casa? Probabilmente lo premi con un biscotto. Lo stesso principio è possibile adottarlo nelle relazioni.

Ovviamente, la mia è una metafora, non sto affatto dicendo che le persone sono come i cani. Ma pensaci bene.

Cosa fai quando qualcuno, magari appena conosciuto, fa qualcosa che non ti piace?

Il più delle volte, forse, lasci correre – che diavolo, lo conosci da poco, non ha molto senso cominciare subito con le polemiche.

Questo atteggiamento è assolutamente sbagliato.

Facendo così la persona con cui ti relazioni non capirà quali sono i comportamenti che causano fastidio e continuerà a comportarsi in quel modo.

Insomma, è come se al cagnolino dessi il biscottino dopo aver fatto la pipì sul tappeto perché è solo un cucciolo, e poi pretendessi che smettesse di farlo quando è più grande.

Sarà davvero difficile fargli cambiare questo comportamento, perché è il frutto di un’abitudine che tu stesso hai contribuito a fargli sviluppare.

Con questo non voglio dire che non appena qualcuno fa qualcosa che non ti piace devi farglielo notare, ma rispondere con una “comunicazione punitiva”, di modo da fargli intendere che la cosa non ti è andata giù. Poi, non appena fa qualcosa che ti piace, usare con lui una “comunicazione di gratificazione”.

Ti faccio un esempio.

Mettiamo il caso che ogni volta che il tuo compagno o la tua compagna sia giù di morale, tu gli compri un regalino per migliorargli l’umore. Questo comportamento, se ripetuto nel tempo, farà sì che userà lo stare giù per avere maggiori attenzioni. Se il regalino, invece, lo fai alla fine di una splendida giornata passata insieme, avrà un significato diverso. Nel primo caso, infatti, associ un atto d’affetto al suo stare male, nel secondo caso invece allo stare bene insieme. E secondo te quale di queste due associazioni tende a favorire le basi di una buona relazione?

Questo principio può essere adattato – con i dovuti accorgimenti – a qualsiasi rapporto.

Ma per addestrare un cagnolino, deve essere ben chiaro cosa vuoi che faccia e cosa assolutamente non tolleri. Molto spesso, nella vita di tutti i giorni, questi due elementi non ci sono particolarmente chiari.

Così come difficilmente ci domandiamo cosa vogliamo, non ci capita spesso di domandarci cosa non vogliamo. O, se proprio lo facciamo, non ci rispondiamo quasi mai con la dovuta attenzione.

Così ti propongo di rispondere a questa domanda, scrivendo tutto ciò che non vuoi in una relazione. Come nel precedente esercizio, parti dal generale, per poi concentrarti sulle varie relazioni che intrattieni.

Quindi: cosa vuoi evitare dalle tue relazioni?

Poniti sia questa che la prima domanda più volte. È probabile che la prima volta ti vengano in mente solo pochi elementi. Aggiorna sia questo elenco che quello precedente ogni volta che ti viene in mente qualcosa di nuovo.

Molto spesso pensiamo che i rapporti interpersonali si creino per caso, ma sono il prodotto delle interazioni che si sono avute.

Mi piace sempre fare questo esempio.

Da adolescente, quando hai chiesto ai tuoi genitori di uscire la sera, non ti hanno permesso subito di tornare a casa a mezzanotte. Ti sei guadagnato questo orario nel tempo. Prima potevi tornare a casa entro le dieci, poi entro le undici. A poco a poco hai portato il rapporto con loro verso la direzione che desideravi. Certo, non sapevi affatto che lo scontro verbale per spostare il coprifuoco con i tuoi genitori era un modo per portare la vostra relazione lì dove tu preferivi, allora probabilmente stavi semplicemente lottando contro di loro per affermare un tuo diritto. In pratica: sapevi bene cosa volevi e cosa non volevi e stavi facendo in modo di far andare le cose come preferivi.

Questo è il meccanismo che ha formato tutte le nostre relazioni.

Relazioni: perché il coaching è importante

Quanto sei consapevole di ciò che vuoi e di ciò che non vuoi da una relazione?

In che modo puoi guidare le relazioni nella direzione desiderata?

Avrai notato che in questo articolo ho inserito tante domande a cui ti ho chiesto di rispondere.

È ciò che avviene anche in una sessione di coaching.

Il lavoro di un coach consiste nel guidare la persona verso un obiettivo e le domande sono lo strumento per interrogarsi su cosa si vuole e come raggiungerlo.

Questo vale anche se il tuo obiettivo è avere relazioni migliori con le persone che frequenti.

Attraverso una sessione di coaching, infatti, è possibile risalire ai problemi profondi di quella relazione, a cosa non va e a come farla funzionare in base a ciò che desideri.

Se anche tu vuoi migliorare le tue relazioni, prenota la tua sessione di coaching.

A presto

Roberto

Come porre domande potenzianti alla tua mente + ESEMPI

Quando non riusciamo a cambiare la nostra vita, cerchiamo spesso aiuto negli altri: istituzioni, familiari, partner, amici.

Ma, nel fare questo, perdiamo di vista che il nostro più grande alleato ce l’abbiamo già a portata di mano: ti sto parlando della tua mente.

Proprio per questo voglio farti una domanda:

Hai mai stimolato la tua mente nel modo giusto?

Di solito, quando pongo questa domanda (magari in una sessione di coaching, o al corso per diventare coach), la maggior parte delle persone mi guardano in modo strano, per poi dirmi:

“Io cerco aiuto da chi me lo può dare! Cosa c’entra la mia mente?”

Una tipica risposta di chi ancora non conosce le potenzialità della propria mente, del potere che abbiamo di alimentare la nostra mente con pensieri, idee, riflessioni che possono aiutarci a raggiungere i nostri obiettivi.

Ovviamente devi imparare a stimolarla, a nutrirla quotidianamente come se fosse un giardino da innaffiare e curare ogni giorno.

La domanda allora è: in che modo puoi stimolare e potenziare la tua mente?

Vediamolo insieme.

Allenare la tua mente con le domande potenzianti

Per utilizzare la tua mente come il tuo miglior alleato, devi fare ricorso a quelle che vengono definite domande potenzianti.

Le domande sono l’essenza del coaching e possono svolgere un ruolo fondamentale nella tua vita anche se non sei un coach e non sei interessato al coaching.

Questo perché attraverso le domande potenzianti puoi (tra i tanti vantaggi):

  • avere un approccio funzionale anche nelle situazioni più negative;
  • sviluppare tutto il tuo potenziale e accedere a risorse che non pensavi di avere;
  • restare focalizzato sugli obiettivi e su ciò che conta davvero;
  • innescare un processo di crescita e di miglioramento personale.

Inoltre, proprio attraverso le domande, puoi allenare la tua mente al pensiero positivo e ad un approccio efficace per evitare di farti sovrastare dagli eventi, di farti condizionare dagli altri, di farti abbattere dalle situazioni più dure della vita.

“Le domande stimolano la tua mente, se sai formularle nel modo giusto.”

Una domanda posta nel modo sbagliato può essere determinante nel non raggiungimento di un obiettivo o può influenzare un risultato piuttosto che un altro.

Non a caso, in un precedente articolo, abbiamo sottolineato le domande da evitare in una sessione di coaching.

Questo perché il potere delle domande è immenso e una domanda mal posta può davvero rovinare tutto, non solo nel coaching.

È importante quindi formulare le domande nel modo più efficace affinché ti guidino verso ciò che vuoi ottenere.

Ecco a te alcuni esempi di domande che possono essere formulate in modo più efficace.

❌ Sono senza soldi, come farò a pagare le bollette questo mese?

✔️ Ok, devo ancora trovare i soldi per le bollette, come posso fare?

❌ Che fisico orribile! Come farò quest’estate ad indossare il costume in spiaggia?”

✔️ Prendo atto che non mi piaccio. Cosa posso fare per piacermi di più?

❌ Troverò mai una persona che mi ami?

✔️Come posso migliorare la mia vita sociale per conoscere più persone e trovare quella giusta per me?

Va già molto meglio, non credi?

Queste domande, infatti, sono poste in forma positiva e potenziante.

Sono domande che stimolano la tua mente e la obbligano a pensare, a darti una risposta.

Già con queste modifiche sei in grado di stimolare maggiormente la tua mente a trovare la soluzione, e ad arrivare al cambiamento che desideri.

Le domande, infatti, sono in grado di orientare il tuo pensiero, le tue idee, il tuo modo di ragionare. Quando le usi nel modo migliore, ecco che la tua prospettiva cambia: lì dove continuavi ad avere un muro, si apre una porta e a te non resta altro da fare che afferrare la maniglia e aprirla.

Esempi di domande potenzianti

Solo cambiando approccio nel modo di formulare le domande puoi ottenere grandi risultati.

Voglio però lasciarti con qualche indicazione ancora più concreta.

Ecco a te un elenco di 10 domande potenzianti.

  1. Cosa ho fatto bene e cosa posso migliorare?
  2. Sto facendo del mio meglio con le risorse a disposizione?
  3. Cosa posso fare per risolvere questo problema e trovare una soluzione?
  4. Di cosa ho bisogno e cosa posso fare per raggiungere il mio obiettivo?
  5. Cosa posso imparare da questa esperienza?
  6. Quali sono le persone attorno a me che aggiungono valore alla mia vita?
  7. Come posso trasformare questa situazione in un’opportunità?
  8. Qual è la mia priorità ora?
  9. Qual è l’azione che posso fare ogni giorno e che mi rende felice?
  10. Per cosa sono grato oggi?

Queste sono solo alcuni esempi di domande potenzianti che puoi utilizzare per affrontare le sfide, le situazioni, i problemi di ogni giorno.

Un elenco molto più approfondito lo trovi in questo articolo dedicato alle domande nelle sessioni di coaching, da tenere sempre a portata di mano anche se non sei un coach.

Spero che questo articolo ti abbia aperto un mondo, che ti abbia fatto capire il potere che abbiamo nello stimolare la nostra mente e soprattutto ti abbia convinto che

“prima delle risposte è importante porsi le domande giuste”

E se hai domande per me, chiedi pure compilando questo form.

A presto

Dr Roberto Castaldo

Rapport nel coaching: come approfondire il rapporto col tuo coachee

In un precedente articolo, abbiamo visto quanto sia importante entrare subito in rapport nel coaching e come creare empatia con il tuo coachee fin dalle prime sessioni.

Questo aspetto è sicuramente la base di un rapporto di coaching proficuo, perché senza un buon grado di sintonia e di fiducia tra coach e coachee è molto più complicato raggiungere qualsiasi obiettivo.

Oggi voglio parlarti di un aspetto che ti permetterà di andare più in profondità nel rapporto con il tuo coachee e ti aiuterà ad essere sulla sua stessa lunghezza d’onda.

Di cosa si tratta?

Riuscire a comprendere quali sono le sue credenze e i suoi valori.

Vediamo come farlo nella pratica.

Rapport nel coaching: come individuare credenze e valori

Se credenze e valori sono due concetti importanti nel coaching, è utile chiarire cosa si intende con queste due parole e dare una definizione condivisa.

Con il termine credenze intendiamo tutto ciò in cui una persona crede e ritiene sia vero per esperienza diretta.

Con il termine valori intendiamo ciò che è importante per la persona, ciò che la guida, ciò che la motiva all’azione.

Credenze e valori sono fortemente collegati tra loro.

Infatti se una persona ti dice “Credo che la libertà sia la cosa più importante” esprime qualcosa in cui crede, ma allo stesso tempo sta anche mostrando un suo valore fondamentale.

Capire cosa crede il tuo coachee, quali sono i criteri che lo governano e quali sono i suoi valori di vita, ti permette di conoscere la mappa del suo mondo.

Infatti ogni persona percepisce la realtà in modo soggettivo, in base a dei veri e propri filtri cognitivi. Proprio per questo la condivisione di credenze e valori è fondamentale per creare empatia.

A questo punto ti starai chiedendo: ma come faccio nella pratica a comprendere le credenze e i valori del mio coachee?

Molto spesso è proprio lui a rivelare e comunicare questi aspetti nel corso della conversazione. In questo caso è necessario semplicemente utilizzare un ascolto attivo nei suoi confronti.

Nel caso in cui questi non dovessero emergere spontaneamente, puoi procedere ponendo delle domande dirette.

Ecco 3 semplici domande che puoi usare per aumentare la fiducia ed estrarre valori e credenze:

  1. Di solito cosa ti motiva?
  2. Cosa è davvero importante per te?
  3. Cosa ti fa alzare dal letto ogni mattina?

Dalle risposte che il tuo coachee ti darà a queste domande, dovresti avere già ottime informazioni e riuscire ad individuare i suoi valori e le sue credenze.

Rapport nel coaching: perché è importante condividere valori e credenze

Dopo aver acquisito informazioni ed estratto valori e credenze, è importante che ti poni una domanda: quali di questi valori e credenze condivido e in che modo?

Questa domanda ti serve per evitare uno dei classici errori che commette chi ha poca esperienza nel coaching: mostrare al coachee valori e credenze che non condividi.

A meno che tu non sia un attore che ha passato anni tra palcoscenici e pellicole, mentire non è un’opzione percorribile, soprattutto perché andrai a compromettere la fiducia che il tuo coachee ripone in te.

Invece devi mostrare i valori e le credenze che condividi anche tu, che senti davvero tuoi e in cui ti riconosci. Quando fai questo, ecco che il tuo coachee prova un senso di soddisfazione e di fiducia, sente di essere compreso e di condividere qualcosa con la persona che ha davanti.

Ricorda: i valori e le credenze sono estremamente importanti per ognuno di noi, in quanto sono alla base delle scelte che facciamo. Non a caso, gli obiettivi che ci poniamo nella vita sono proprio un’espressione di questi importanti elementi interiori. Individuare valori e credenze ti permette di creare maggiore sintonia con una persona, nel coaching e in ogni ambito della tua vita.

A questo punto tocca a te: metti in pratica quanto detto in questo articolo e prova ad estrarre valori e credenze.

Il contesto non deve per forza essere una sessione di coaching ma puoi esercitarti anche con le persone che incontri quotidianamente.

Ti anticipo che all’inizio potresti incontrare qualche difficoltà.

Stiamo parlando infatti di una tecnica non semplicissima da mettere in pratica.

Per approfondire ed esercitarti con la supervisione di un tutor esperto ti consiglio due corsi:

PNL Practitioner

I Pilastri del Coaching

Sono due corsi tenuti da me con il supporto del mio team, in cui ci sono alcuni moduli ed esercitazioni dedicati proprio a come costruire relazioni di valore e a come creare rapport nel coaching e in tutte le situazioni che vivi ogni giorno.

Ti aspetto.

Dr Roberto Castaldo

Sei a corto di motivazione? Esegui l’upgrade!

Capita a tutti, in alcuni momenti della propria vita, di sentirsi scarichi, di non avere energia e motivazione per raggiungere un obiettivo che magari si è desiderato a lungo.

Infatti più si viaggia per raggiungere quella meta così tanto sognata e più sopraggiunge la stanchezza. Questo non significa che il viaggio non sia piacevole, ma che i piccoli problemi che si possono incontrare lungo la strada, le difficoltà che fanno rallentare il percorso, possono rendere necessario un “upgrade della propria motivazione”.

In questo articolo vogliamo proporti un modo efficace e semplice da applicare, per poter aggiornare e dare nuova energia alla tua motivazione.

Motivazione: tutto parte dal tuo “obiettivo più grande”

Per essere motivato hai innanzitutto bisogno di un obiettivo ambizioso.

Il primo passo, quindi, è quello di focalizzarti sul tuo “obiettivo più grande”.

Se sei già pratico di PNL probabilmente saprai che “obiettivo più grande” è una nominalizzazione: si tratta di un insieme di parole che vogliono significare tutto e niente, che non hanno un corrispettivo oggettivo, al punto tale che persone diverse possono interpretare quelle stesse e identiche parole in modo differente.

Per “obiettivo più grande” intendiamo ciò che vuoi realizzare nel lungo periodo.

Ok, la definizione è un po’ più chiara ma ancora nebbiosa.

Quindi specifichiamo ancora di più.

Per essere davvero motivante, il tuo “obiettivo più grande” deve essere:

  1. Proiettato nel futuro
  2. Grandioso
  3. Realistico
  4. Appassionante
  5. Positivo non solo per te ma anche per gli altri

Il tuo motore per la motivazione, infatti, non può essere una cosa da poco, ma deve essere qualcosa che ti fa vibrare, ti eccita, ti fa sentire vivo, al posto giusto e al momento giusto. Il tuo motore per la motivazione deve essere la molla che ti fa svegliare al mattino, che ti fa fremere dal desiderio di percorrere ogni giorno almeno un passo verso la direzione che ti sei prefissato. Infine, deve essere così potente da trainare qualsiasi tua attività quotidiana.

Detto così non sembra affatto facile. Per questo è giusto analizzare le cinque caratteristiche di cui sopra, in modo che avrai tutto più chiaro e potrai iniziare il tuo upgrade motivazionale.

1. Proietta il tuo obiettivo nel futuro

Prova a fare questo esperimento: chiedi a dieci persone diverse cosa vogliono dalla vita.

Resterai sorpreso nel notare che almeno sette di queste ti risponderanno iniziando più o meno così: “Allora… in primo luogo non voglio più…”

Se accade questo è perché la frenesia di tutti i giorni (per non dire i piccoli problemi quotidiani) si frappongono molto spesso con ciò che desideriamo davvero.

Ti faccio un esempio pratico: immagina un ragazzo che vuole laurearsi ma deve lavorare per mantenersi. Gli viene offerto un lavoro per un anno pagato discretamente. Poiché è abituato ad avere la necessità di mantenersi gli studi la sua attenzione è proprio su quel punto, così, quando ha l’occasione di guadagnare di più, ecco che ci si getta a capofitto. Ma alla fine dell’anno cosa succede? Probabilmente avrà dato molti meno esami del previsto e buona parte dei soldi guadagnati se ne andranno in tasse universitarie. Così, ecco che quella che sembrava essere una buona idea, analizzando i fatti, è stato un investimento a perdere dal punto di vista economico, del tempo e delle energie.

Quando, invece, ti proietti molto in là nel futuro, ecco che le necessità del presente svaniscono e puoi concentrarti su ciò che vuoi davvero.

Quindi, come rendere tutto questo pratico?

Quando definisci il tuo obiettivo più grande, programmalo almeno cinque o dieci anni nel futuro; immaginando un futuro roseo, in cui hai ottenuto ciò che desideri davvero.

2. Il tuo obiettivo deve essere grandioso

Questo punto è semplice ma non hai idea di quante persone lo sottovalutano.

Tanti sono abituati a pensare in grande. Ci sono altri, invece, che – per svariate ragioni – temono di fare una cosa del genere; spesso perché credono di non essere all’altezza, o perché l’ambiente che li circonda ha trasferito loro il concetto che “pensare in grande è da arroganti” o “pensare in grande è solo un modo per deludersi”.

C’è una famosa citazione di Les Brown che dice: “Mira alla luna, anche se mancherai il bersaglio finirai pur sempre in mezzo alle stelle”.

Ed è una cosa che mi piacerebbe che tu tenessi bene a mente perché, in primo luogo, ti fa comprendere quanto il tuo obiettivo deve essere così grandioso da farti emozione (se questo non accade, lascia stare, probabilmente non è quello che vuoi davvero).

In secondo luogo perché se ti prefiggi di raggiungere 100 e qualcosa andrà storto forse arriverai a 80, nel peggiore dei casi a 60, peggio del peggio a 50. Ma se ti prefiggi di raggiungere 50 l’unico modo per farcela è che tutto vada nel migliore dei modi, senza intoppi, senza difficoltà, senza problemi, senza mai alcun calo di performance.

Il che è quantomeno improbabile.

3. Il tuo obiettivo deve essere realistico

È certamente bello sognare ma siamo tutti consapevoli che il sogno è un qualcosa che svanisce al mattino. Sappiamo tutti che il sogno esiste unicamente quando abbiamo gli occhi chiusi. Non è reale. E dicendo questo non voglio essere negativo, voglio semplicemente farti riflettere sul tipo di linguaggio che usi.

Se pensi che il tuo obiettivo più grande sia un sogno, almeno una parte di te saprà che non è realizzabile. Ma se cominci a pensare al tuo sogno come una realtà che aspetta solo il tempo e il tuo agire per realizzarsi, ecco che la tua motivazione sarà molto più potente e trainante.

Se questo ti dovesse risultare difficile, ecco due consigli:

  • analizza la presenza di eventuali credenze limitanti in relazione al tuo obiettivo;
  • informati, cerca tutte le informazioni disponibili su persone che sono riuscite ad ottenere ciò che desideri anche tu.

In questo modo avrai la conferma che ciò che desideri può essere realizzabile e avrai a disposizioni anche una serie di esempi, da cui puoi imparare e farti guidare, anche solo per evitare gli errori commessi da loro.

4. Il tuo obiettivo deve essere appassionante

Nel corso della tua vita ti toccherà spesso di fare cose che non ami.

Proprio per questo il tuo obiettivo deve essere la cosa che ti appassiona di più.

Deve essere così emotivamente coinvolgente da darti la forza di fare anche quelle attività che di solito rimandi.

Deve essere così appassionante da non farti mai mancare la motivazione.

5. Il tuo obiettivo deve essere positivo anche per gli altri

Già Anthony Robbins, nella sua teoria dei sette bisogni fondamentali, definiva l’aiutare gli altri come uno dei bisogni più potenti degli esseri umani. Sapere che il tuo obiettivo non è solo qualcosa che soddisfa il tuo ego, ma è in grado di risuonare positivamente anche all’interno del tuo ambiente circostante è sicuramente una motivazione in più.

A tale riguardo Robert Dilts parla di allineamento tra vision, mission, ambition:

  • per vision intende “come secondo te è giusto che dovrebbe andare il mondo”;
  • per mission intende “che cosa fai di concreto, nel tuo piccolo, per far andare il mondo in quella direzione”;
  • per ambition intende “tutto ciò che soddisfa il tuo ego mentre porti avanti le altre due”.

Dilts aggiunge anche che quando questi tre elementi sono perfettamente allineati si è in grado di sprigionare lo stesso carisma dei grandi leader.

Assicurati quindi che il tuo obiettivo porti vantaggi e benefici non solo a te ma anche alle persone che ti circondano. In questo modo quando avrai un calo di motivazione sarai portato a ritrovarla non solo per te ma anche per gli altri.

Motivazione: come ritrovarla con un coach

Come hai letto in questo articolo, la motivazione dipende principalmente dall’obiettivo che vuoi raggiungere.

In quest’ottica è utile prenderti un’oretta di tempo ogni giorno per riflettere attentamente sul tuo obiettivo più grande e su questi cinque punti ponendoti queste domande:

  • In che modo ciò che faccio mi avvicina al mio obiettivo più grande?
  • Che cosa ho fatto oggi per avvicinarmi al mio obiettivo più grande?
  • Che cosa posso fare domani per avvicinarmi al mio obiettivo più grande?

Se ti rendi conto che le tue azioni non sono utili ed efficaci per raggiungere l’obiettivo, comincia a creare una strategia che ti consenta di allinearti di nuovo alla tua meta e ritrovare la motivazione che ti manca.

Non sempre le persone riescono a fare questo step ulteriore da sole.

Spesso c’è bisogno di una persona esterna che ti guidi nel focalizzarti sul tuo obiettivo e sappia come alimentare la tua motivazione.

È ciò che fa un coach professionista.

E se pensi che il tuo obiettivo ti stia sfuggendo o di essere sulla strada sbagliata, è il momento di affidarti a un coach.

Prenota ora la tua Sessione di Coaching con un coach professionista del team Coach Italy.

Ritrovare la motivazione e raggiungere il tuo obiettivo più grande sarà solo una conseguenza.

Empatia: una tecnica per entrare in empatia con chiunque

Il primo passo per iniziare una sessione di coaching è instaurare una relazione profonda con il coachee. Da dove iniziare? Parti dal creare empatia.

L’aspetto relazionale è fondamentale in un rapporto di coaching ed è alla base sia della capacità del coach di farsi seguire e di guidare il coachee, sia dei risultati che si vogliono ottenere.

Relazione, fiducia, empatia sono parole che ricorrono spesso quando si parla di coaching proprio perché sono i pilastri da cui partire per rendere un percorso di coaching efficace.

In questo articolo voglio soffermarmi proprio sul concetto di empatia, partendo dalla sua definizione, per poi illustrarti una tecnica con cui riuscirai ad entrare in empatia con chiunque.

Partiamo!

Che cos’è l’empatia

Partiamo con il capire cos’è l’empatia prendendo in prestito la definizione del vocabolario Treccani che definisce l’empatia come:

“la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale”.

Tutti gli esseri umani sono dotati di questa capacità (tranne soggetti affetti da gravi psicopatologie), che è fondamentale non soltanto per ogni singola persona, ma per l’intera società.

L’empatia, infatti, è ciò che rende possibile la socializzazione, la condivisione di pensieri e di emozioni, e che rende possibile l’insorgere di quel sentimento che ci spinge a prenderci cura di un’altra persona.

L’empatia è quindi importante non solo a livello individuale ma anche a livello sociale.

Riuscire a creare empatia con tutte le persone con cui ci relazioniamo è un grande vantaggio. Il problema è che all’atto pratico risulta molto complicato.

Tante persone hanno difficoltà a relazionarsi, a creare sintonia con gli altri, ad immedesimarsi nello stato d’animo di chi si ha di fronte, a capire come approcciarsi.

E questo vale anche per i coach o per aspiranti tali, in un ambito, come quello del coaching, in cui sapersi relazionare e creare empatia è un requisito fondamentale.

Oltre alla propria predisposizione all’ascolto attivo, alla relazione e alla comprensione, ci sono alcune tecniche che possono aiutare a generare empatia.

Il discorso sarebbe molto lungo, ma qui voglio farti conoscere un metodo pratico che utilizzo e che in tanti utilizzano per innescare il fuoco dell’empatia.

Una tecnica per entrare in empatia: il rispecchiamento (mirroring)

Come ti ho anticipato oltre a sottolineare l’importanza dell’empatia nella vita e nel coaching, voglio darti anche qualche indicazione più concreta.

Mi riferisco a una tecnica presa in prestito dalla Programmazione Neuro Linguistica che ti aiuterà a creare empatia con chiunque.

Questa tecnica è conosciuta come Mirroring ovvero Rispecchiamento.

In cosa consiste?

Si tratta di assumere una postura uguale e speculare a quella del tuo interlocutore.

Quando facciamo questo accadono due cose molto interessanti:

  • la persona che abbiamo di fronte ci percepisce simile a lui, e questo perché la sua mente subconscia legge il nostro “assumere la sua stessa posizione” come un indice di similarità. Insomma, è un po’ come se pensasse: “Questa persona si muove come me, quindi è simile a me, di conseguenza posso fidarmi di lui”.
  • chi usa il rispecchiamento riesce ad accedere in parte agli stessi stati emotivi dell’interlocutore. E questo perché ad ogni determinata posizione equivale un preciso assetto mentale. Questo ci mette nella posizione di comprendere molto più profondamente la persona che abbiamo di fronte.

Alcuni studi hanno confermato che l’empatia si genera più facilmente quando il corpo degli interlocutori è in sincronia.

C’è però un errore che in queste situazioni devi evitare di commettere.

Vediamo quale.

Rispecchiamento: il fatale errore che può distruggere l’empatia

Una delle convinzioni che ho potuto riscontrare tra gli studenti di coaching e di PNL è credere che rispecchiare significhi scimmiottare: non è affatto così!

Per evitare questo sono due le attenzioni che devi avere, una che riguarda l’atteggiamento e una che riguarda la tecnica.

  • Atteggiamento: l’idea che devi avere bene in mente mentre esegui il rispecchiamento è che questo è un mezzo per entrare in sintonia con l’altro, per comprenderlo, per avvicinarsi il più possibile al suo universo emotivo. Se, invece, l’atteggiamento è quello di chi pensa “Ora ti rispecchio e così fai quello che voglio io”, l’effetto sarà esattamente l’opposto, e la persona che hai davanti invece che vederti come simile, si limiterà a percepire un forte senso di fastidio.
  • Tecnica: non andare di fretta! Se il tuo interlocutore accavalla le gambe, non farlo immediatamente, lascia passare qualche secondo. E soprattutto, non avere l’ansia di seguirlo. Sii fluido, calmo, fai in modo che il movimento che stai andando a rispecchiare sia in primo luogo piacevole per te.

Presta grande attenzione a come utilizzi la tecnica del rispecchiamento perché invece che generare empatia c’è il rischio di ottenere l’effetto contrario.

Creare empatia: scopri tutte le tecniche per relazionarti in modo efficace

Ovviamente questa non è l’unica tecnica per creare empatia, ma è di certo la più semplice, quella che già adesso puoi sperimentare per implementare le tue abilità di coach.

Ma, anche nel caso tu non fossi un coach, puoi provare ad usare questo strumento nella vita di tutti i giorni e notare come cambiano le tue relazioni e come i tuoi rapporti personali cominciano a farsi sempre più profondi.

Per scoprire tutte le tecniche più efficaci per generare empatia e creare relazioni di valore, ti consiglio di partecipare al corso PNL Practitioner.

La PNL è la disciplina numero uno al mondo per avere una comunicazione eccellente in ogni situazione e scoprirai tante tecniche da applicare fin da subito per migliorare le tue relazioni.

Se poi vuoi imparare a sviluppare questa capacità nell’ambito del coaching, ti aspetto al corso “I Pilastri del Coaching”.

A presto.

Roberto

Perché senza responsabilità il coaching non esiste

La responsabilità è una delle chiavi del Coaching.

E, bada bene, non si declina solo nel rapporto tra il coach e il coachee (a questo riguardo ho già scritto un articolo che puoi trovare qui), ma anche nel rapporto del coachee con sé stesso (non importa se all’interno di un rapporto di coaching con un professionista, o in percorso autonomo di sviluppo personale).

Una delle domande più potenti che uso nelle mie sessioni di coaching, quando un coachee inizia a focalizzarsi troppo sui suoi problemi è:

“Come hai fatto ad arrivare sino a questo punto?”

Di solito, in questi casi, il coachee mi guarda sempre in modo confuso, poi farfuglia qualcosa sulle condizioni, sugli altri, sui rifiuti che ha ricevuto e le aspettative non rispettate. Così sorrido e dico:

“Forse non mi sono spiegato bene. Volevo dire come hai fatto TU ad arrivare sino a questo punto?”

Devo dirti la verità, capita che il più delle volte la persona che ho di fronte mi dica che non ha fatto in nessun modo, che se ci sono degli aspetti della sua vita che non gli piacciono non dipende da lui, è tutta colpa degli altri o delle circostanze.

È davvero così?

 

L’importanza di assumerti la responsabilità della tua vita.

Il problema è che se una persona non è in grado di assumersi in prima persona la responsabilità della propria esistenza, io non posso fare niente. O meglio, potrei pure farlo, ma non fa parte del mio lavoro.

Se, invece, è in grado di rispondere in modo costruttivo (o anche solo ha bisogno semplicemente di essere guidato verso l’assunzione delle proprie responsabilità) allora so che possiamo lavorare insieme, e quella domanda (Come hai fatto ad arrivare sino a questo punto?) è il nostro punto di partenza.

Siamo onesti: tutti nella nostra vita affrontiamo i problemi, tutti riceviamo promesse che vengono infrante, tutti abbiamo almeno un paio di aspettative che non vanno come vogliamo. E possiamo avere due tipi di atteggiamenti:

  1. prendercela con gli altri per averci remato contro, per non aver rispettato i patti, ecc.;
  2. assumerci la responsabilità in prima persona senza scuse.

Queste due prospettive non sono solo due modi di vedere la realtà.

Se proprio dovessimo osservare qualcosa che ci è andato male con una lente obiettiva, ci renderemmo conto che le cause spesso sono varie e hanno a che fare con noi, con gli altri, con l’ambiente circostante e le coincidenze imprevedibili.

Ma all’interno della prospettiva tipica del coaching, nel momento in cui scegliamo di prendercela con gli altri, adoperiamo una lente di visione (quindi una riduzione della realtà) che ci deresponsabilizza. Il che da un lato è ottimo: se ogni errore non dipende da me allora non sbaglio mai. Ma se gli errori non dipendono da te allora neppure il successo dipende da te. Se non hai controllo sul fallimento (che fondamentalmente è l’esito di un’azione) non ce l’hai neppure sul successo (altra forma di esito ad un’azione).

Questo messaggio, se anche non passa a livello consapevole, è estremamente impattante a livello inconscio, e porta a maturare questa convinzione: io non ho controllo della mia vita, io sono in totale balia degli eventi (questo, ripeto, se anche non accade a livello conscio comincia a germinare in modo inconscio).

 

Cosa accade quando ti assumi la responsabilità

Nel momento in cui scegli di assumerti la responsabilità delle tue decisioni e delle tue azioni, diventi automaticamente il soggetto agente della tua vita.

In primo luogo inizierai a vedere ciò che non ti è piaciuto con uno sguardo di autocritica, il che trasforma ogni evento negativo in una piccola lezione di cui fare tesoro, in un’esperienza utile che ti aiuta a crescere.

In più aumenti la consapevolezza e l’autostima per agire in ogni ambito della tua vita perché senti di essere tu il protagonista e non sei più in balia degli eventi, delle circostanze e delle persone.

Ti faccio qualche esempio.

 

Situazione: un esame andato male.

Approccio Colpevolizzatore: il professore è cattivo, mi ha chiesto pure le note.

Approccio Responsabile: non immaginavo che fosse così specifico, devo studiare in modo più approfondito.

 

Situazione: un colloquio di lavoro non andato a buon fine.

Approccio Colpevolizzatore: quelli lì vogliono gente diversa da me.

Approccio Responsabile: la prossima volta devo prepararmi meglio ed essere più sicuro di me.

 

Situazione: essere lasciato/a dal partner

Approccio Colpevolizzatore: è un/a pazzo/a!

Approccio Responsabile: cosa ho fatto per portarl0/a a prendere questa decisione? Cosa avrei potuto fare meglio?

 

Come ho già detto, non si tratta di comprendere quale sia la verità, ma comprendere quale approccio è più produttivo rispetto a ciò che desideri.

Nel coaching non ci interessa arrivare alla verità, quanto conquistare una prospettiva funzionale rispetto agli obiettivi che vogliamo raggiungere.

Ovvio, l’approccio colpevolizzatore è comodissimo: il colpevolizzatore è sempre perfetto, è il mondo che è cattivo e ce l’ha con lui.

Il punto di vista del responsabile, invece, è più difficile, si mette costantemente in gioco, sa bene che tutto ciò che avviene è la somma delle decisioni che ha preso. Questo di sicuro non è semplice.

La differenza tra i due, sta che il colpevolizzatore pensa a come vorrebbe che andasse la sua vita; il responsabile – come si dice dalle mie parti: storto o morto – fa di tutto per farla andare in quella direzione.

A te la scelta.

Che tipo di persona vuoi essere?

Certo, decidere in che direzione far andare la tua vita non è sufficiente.

Siamo sinceri, a volte non bastano le buone intenzioni, ci vogliono anche gli strumenti per trasformare proprio quelle intenzioni in azioni reali, che cambiano lo stato delle cose, permettendoci di avvicinarsi sempre più al risultato che vogliamo ottenere.

E in questo il coaching è lo strumento perfetto.

Vieni a scoprire la potenza del coaching e affidati ai nostri coach professionisti che ti guideranno a realizzare i tuoi obiettivi più grandi.

Richiedi ora una sessione di coaching.

A presto

Dr Roberto Castaldo

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