Autore: Coach Italy

La tecnica segreta per cambiare le credenze limitanti

Un coach professionista è sempre alla ricerca di tecniche nuove e all’avanguardia per portare il suo coachee ad ottenere i risultati che desidera.

E spesso, per ottenere proprio il risultato desiderato, è opportuno compiere dei cambiamenti, che possono avere a che fare tanto col modo di pensare che col comportamento.

A volte le persone si pongono degli obiettivi eppure, per quanto possano mettercela tutta, non riescono a realizzarli.

I motivi possono essere vari ma in gran parte dei casi tra le cause ci sono alcune credenze limitanti.

In questo articolo, quindi, ti parlerò di cosa sono le credenze e come agiscono su di noi e, infine, ti fornirò una tecnica estremamente potente che ti consentirà di cambiarle.

Cosa sono le credenze limitanti

Andiamo per gradi e partiamo da una domanda: cosa sono di preciso le credenze?

Ognuno di noi ha un sistema di credenze che indirizza le azioni che compiamo quotidianamente.

Le credenze altro non sono che interpretazioni su cose, eventi e persone. Si tratta di giudizi dati alla luce delle nostre conoscenze limitate e per esperienza indiretta (aspetto questo che differenzia le credenze dalle convinzioni che sono basate sull’esperienza diretta) .

Ovviamente, le credenze non sono immutabili: si aggiornano, cambiano e vengono sostituite da altre.

Il punto è: siamo sicuri che le nostre credenze siano utili?

A tal proposito la Programmazione Neuro-Linguistica ha un approccio molto pratico: non è importante che le credenze siano vere o false, ma quanto siano funzionali agli obiettivi.

Ti faccio subito un esempio: immagina di voler fare un concorso importante, ma credi di non esserne all’altezza, che si tratta di qualcosa al di sotto della tua portata… come pensi possa andare?

Probabilmente non nel modo migliore e, allo stesso tempo, è certo che questa credenza non ti farà impegnare nello stesso modo in cui ti impegneresti se fossi certo di farcela; non ti darà lo stesso livello di determinazione e di motivazione.

A tale riguardo, forse avrai sentito parlare di profezia che si autoadempie, ovvero la nostra credenza si realizza per il solo fatto di essere convinti del suo verificarsi.

Per farla semplice: se siamo convinti di qualcosa (a livello consapevole o inconscio) faremo il possibile per confermare il fatto che abbiamo ragione.

Come individuare le credenze limitanti e potenzianti

A questo punto diventa fondamentale comprendere quali sono le credenze che ti limitano e quali quelle che ti potenziano.

Come fare?

Inizia a fare caso a tutte le volte che pensi frasi che cominciano con:

  • “Sicuramente è così…”
  • “La mia idea è che…”
  • “È certo che è così…”

Molto probabilmente stai portando alla luce una tua credenza.

Individuare le tue credenze limitanti ti permette di comprendere che c’è un nemico al tuo interno che fa di tutto per non farti ottenere i risultati che desideri.

Rifletti quindi su quali possono essere le credenze limitanti che ti stanno ostacolando. Fai caso al linguaggio che utilizzi, a come comunichi, alle idee in cui credi e chiediti se queste sono funzionali alla persona che vuoi essere e agli obiettivi che vuoi raggiungere.

Ricorda che le credenze limitanti sono il frutto di informazioni parziali e quindi in ogni situazione devi puntare ad acquisire il maggior numero di informazioni per fare scelte in linea con i tuoi obiettivi e creare credenze potenzianti.

Le credenze potenzianti sono quelle che ti spingono, ti invogliano, ti motivano, ad ottenere ciò che desideri.

Sono idee e pensieri che ti indirizzano verso gli obiettivi che vuoi realizzare e sulle quali puoi fare affidamento perché sai che ti porteranno dei benefici.

La passeggiata delle credenze

Grazie alla commistione tra Programmazione Neuro Linguistica e Coaching è stata creata una tecnica con la quale è possibile lasciarsi alle spalle una credenza limitante e rendere solida e certa la credenza potenziante.

È definita come “Passeggiata delle Credenze” e ti spiego in cosa consiste.

Dopo aver definito la credenza limitante di partenza e la credenza potenziante di arrivo, è possibile iniziare un percorso che facilita questo passaggio. Si tratta, appunto, di una passeggiata immaginaria, attraverso varie tappe.

1° tappa – Meta

Questa è la posizione di riflessione, in cui si osservano le credenze con assoluto distacco, come un osservatore esterno che non ha alcuna opinione pregressa.

2° tappa – Credenza attuale

Riguarda la presa in considerazione della credenza limitante.

3° tappa – Apertura al dubbio

È la posizione in cui si analizzano sia gli aspetti negativi che quelli positivi. Ci sono, infatti, aspetti funzionali anche nelle credenze limitanti, e sarebbe utile conservare questi aspetti, lasciando andare tutto il resto.

4° tappa – Museo delle vecchie credenze

Si tratta di immaginare un luogo dove sono conservate tutte le cose che credevi vere ed ora sai che sono false (ad esempio il fatto che Babbo Natale esiste). In questo luogo puoi immaginare di inserire la tua credenza limitante. Per fare questo ti propongo di rilassarti e dedicarti per dieci minuti ad un piccolo esercizio di immaginazione in cui esegui questa operazione.

5° tappa – Credenza desiderata

In questo punto si prende in considerazione la credenza potenziante: tutto ciò che la conferma come vera, quanto ti risulterà utile, tutte le opportunità che potrai avere nel momento in cui sarà completamente tua.

6° tappa – Disposto a credere

Si tratta della fase del percorso in cui si riflette su ciò che si pensava irrealizzabile e invece si è realizzato. Inoltre, così facendo, si crea un ponte che facilita l’accettazione della credenza potenziante.

7° tappa – Luogo sacro

Qui si fa una cosa simile a ciò che si è fatto nel museo delle credenze. Anche in questo caso ti consiglio di prenderti un po’ di tempo per te, per rilassarti e lasciarti andare all’immaginazione. Ciò che devi visualizzare, infatti, è un luogo che conserva tutte le credenze che sai essere assolutamente vere (ad esempio che il sole sorge all’alba e tramonta la sera), dove puoi inserire la credenza potenziante.

Questa è una tecnica che utilizzo spesso con i miei coachee e ti assicuro che ha sempre avuto un ottimo successo. Proprio per questo mi piacerebbe che tu cominciassi ad usarla (tanto su te stesso, quanto sui tuoi coachee).

In fondo tutti noi abbiamo credenze che, come catene, ci impediscono di andare avanti.

Quello che ho voluto condividere con te è uno strumento che permette di spezzarle e di essere libero di andare come e dove vuoi.

Se vuoi essere seguito in questo percorso di trasformazione delle tue credenze limitanti in credenze potenzianti e realizzare gli obiettivi più grandi della tua vita, richiedi ora una sessione di coaching con un nostro coach professionista.

Sono sicuro che sarà la scelta migliore della tua vita.

Dr Roberto Castaldo

Il coaching come stile di leadership efficace: vantaggi e strumenti

La leadership in molte aziende è ancora fedele al vecchio stile che prevede “dire alle persone cosa fare” con autorità e poca empatia.

Chi ha esperienza di questa cultura aziendale, sa molto bene che crea:

  • scarso coinvolgimento delle persone
  • scarsa fidelizzazione all’azienda
  • bassa motivazione e voglia di migliorarsi
  • minore senso di responsabilità
  • poca autonomia nel problem solving.

Si tratta di uno stile ovviamente poco efficace e che riflette molte disfunzionalità in ambito aziendale che riguardano la struttura gerarchica, il sistema di ricompense, le linee di condotta e, non ultimo, le relazioni tra le persone.

Questo stile di leadership è purtroppo ancora molto diffuso, ma fortunatamente qualcosa sta cambiando.

In un mondo economico e sociale in continuo mutamento, anche le aziende devono adattarsi a tutti i livelli.

In questo rientra anche il modo che hanno imprenditori, manager e professionisti di guidare dipendenti, collaboratori e team di lavoro.

Si sono affermati così diversi stili di leadership, tra cui anche quello basato sul coaching.

Leadership e Coaching: cosa hanno in comune

Leadership e coaching sono due concetti che all’apparenza possono sembrare distanti ma che hanno tanti punti in comune.

Il concetto di “guida” è centrale.

Un leader deve essere capace, tra le altre cose, di guidare un team al raggiungimento dei risultati attesi.

Un coach cura il processo che porta persone o gruppi di persone a realizzare un determinato obiettivo.

Da questo parallelismo si può comprendere perché, anche in ambito aziendale, si sente sempre più parlare di “leader coach” o di “coach leader”.

È la dimostrazione che coaching e leadership possono andare d’accordo o, ancora meglio, possono unirsi in un modello di leadership improntato al coaching.

Uno stile di leadership improntato al coaching: i vantaggi

Perché una leadership basata sul coaching è più efficace?

Perché un leader dovrebbe avere le competenze di un coach?

Il motivo è molto semplice: il coaching può aiutarti ad essere un leader migliore.

In che modo?

Innanzitutto si crea una relazione più funzionale tra il leader e i cosiddetti “follower”.

Non è più una relazione basata su una struttura gerarchica rigida e ruoli superiori ad altri: il leader coach si pone sullo stesso piano del follower coachee così come ogni relazione di coaching prevede.

In questo modo si crea quella che nel coaching viene definita “alleanza” e che porta ad una collaborazione più efficace in tanti aspetti come:

  • definire gli obiettivi individuali e di gruppo
  • pianificare in modo strategico le attività
  • aumentare la motivazione individuale
  • incrementare il senso di responsabilità
  • delegare senza manie di controllo
  • risolvere i problemi in minor tempo
  • gestire le performance individuali e di gruppo
  • migliorare il lavoro di squadra

Questi sono aspetti su cui un vero leader deve focalizzare la propria attenzione e attraverso una leadership improntata al coaching diventa tutto più agevole.

Gli strumenti del coaching per una leadership efficace

Abbiamo visto come leadership e coaching possono unirsi in modello che porta vantaggi a tutte le persone coinvolte.

A questo punto è importante sottolineare alcuni strumenti del coaching che, utilizzati in maniera corretta, possono rendere una leadership più efficace.

Ti faccio qualche esempio:

  • le tecniche di ascolto attivo per acquisire informazioni e prendere decisioni migliori
  • le tecniche per creare rapport e entrare in empatia con le persone
  • le domande potenti del coaching per guidare le persone all’obiettivo
  • il modello G.R.O.W per definire gli obiettivi valutando tutte le opzioni
  • le tecniche per creare un piano d’azione con risultati certi

Questi sono solo alcuni esempi di come gli strumenti utilizzati nel coaching possono aiutarti.

Se il tuo obiettivo è essere un leader migliore (e più efficace) è ora che inizi a farli tuoi, ad utilizzarli con costanza e a inserirli nel tuo stile di leadership.

Come fare?

Iscriviti alla prossima edizione di “I Pilastri del Coaching”, il nostro corso di 1° livello per diventare coach professionista e acquisire le competenze di base di un vero coach.

È un passo fondamentale per diventare un leader amato e seguito in ogni contesto.

Come diventare Business Coach

Perché il Business Coach è diventata una delle figure più ricercate dalle aziende?

I motivi sono tanti e di notevole importanza per il successo aziendale.

Partiamo col dire che la fortuna di questa figura si inserisce all’interno del forte sviluppo che ha avuto il coaching.

In molti si sono affacciati allo studio e alla pratica di questa disciplina per le notevoli opportunità che offre a livello professionale e l’area che più affascina è sicuramente quella del Business.

Quando si parla di coaching infatti bisogna distinguere tra varie tipologie a seconda del settore in cui si applica.

In generale abbiamo 3 macro aree in cui il coaching viene utilizzato maggiormente:

  • Business: quando si ha a che fare con imprenditori, manager e aziende
  • Sport: quando si lavora con atleti e squadre sportive
  • Life: per tutto ciò che riguarda la vita privata e le relazioni personali

Tra questi, il Business Coaching è quello che sta riscuotendo maggior successo sia per le tante aziende che hanno bisogno di un aiuto (soprattutto piccole e media imprese) sia perché l’ambito aziendale è estremamente vasto ed è possibile intervenire in aree diverse.

Ma di cosa parliamo quando facciamo riferimento al Business Coaching?

Cosa fa nella pratica un Business Coach?

Di seguito troverai le risposte.

Cos’è il Business Coaching

Come anticipato, il Business Coaching è relativo all’ambito aziendale e manageriale.

Mi piace definire il Business Coaching come un processo di miglioramento delle performance di un’impresa attraverso una figura professionale esterna che, non essendo influenzata dal contesto aziendale, riesce ad analizzare e comprendere con più obiettività le aree da migliorare e a tirar fuori i talenti e le capacità al suo interno, in modo da far crescere il business dell’azienda.

Il Business Coach, quindi, interviene a vari livelli della struttura e della gestione aziendale, sia dal punto di vista individuale che collettivo, attraverso approcci e tecniche diverse a seconda dell’obiettivo.

Ecco perché possiamo distinguere tra 3 tipi di Business Coaching.

I tipi di Business Coaching

L’attività di Business Coaching prevede interventi in vari ambiti aziendali a seconda delle aree in cui il coach va ad operare.

Per questo si parla di:

Executive Coaching: quando il coach lavora con imprenditori e manager per migliorare le loro tecniche di sviluppo del business e di gestione dell’azienda aiutandoli a trovare soluzioni a tutte le problematiche relative all’impresa;

Team Coaching: quando il coach interviene su un gruppo di lavoro in modo da migliorare le performance dei singoli e di conseguenza dell’intero team, facilitando i processi in termini di produttività e integrando le caratteristiche del singolo con quelle del gruppo;

Corporate Coaching: quando il coach si dedica al gruppo dirigente integrando coaching individuale e coaching di gruppo e, se necessario, si rivolge anche ai livelli intermedi dell’azienda.

Cosa fa un Business Coach

Quella del Business Coach è una figura alla quale stanno facendo affidamento sempre più aziende, sia grandi che piccole e medie imprese.

Per molte si è rivelato un supporto necessario e fondamentale per far crescere il proprio business e per migliorare le pratiche e le attività aziendali.

Cosa fa un Business Coach dipende dal contesto in cui viene inserito e dallo scopo che l’azienda si è prefissato.

In generale possiamo dire che un Business Coach tramite tecniche e strumenti del coaching (e non solo) mira a raggiungere obiettivi quali ad esempio:

  • lo sviluppo di tutte le risorse aziendali
  • il miglioramento della comunicazione e dei rapporti interpersonali tra le persone impiegate in azienda
  • il superamento delle problematiche, degli ostacoli e dei conflitti
  • una migliore gestione dell’azienda anche in termini di leadership da parte del management
  • individuare nuovi mercati e opportunità

A ciò si aggiunge il lavoro individuale che può fare un Business Coach sia con il management, ovvero con chi decide e gestisce le sorti dell’azienda, sia con i dipendenti a livello di obiettivi personali, soddisfazione e aree di miglioramento.

Come diventare Business Coach

Se quello che hai letto finora ti ha affascinato e stai pensando che potrebbe essere un’opportunità per cambiare lavoro e intraprendere questo tipo di carriera ti consiglio di fermarti un attimo.

Non voglio darti false illusioni, quindi ci tengo a precisare che per diventare un Business Coach di un certo livello devi formarti con chi già svolge questa attività, può insegnarti le tecniche e darti consigli pratici su come iniziare questa avventura nel mondo del coaching.

Diventare Business Coach è un percorso che richiede innanzitutto una formazione adeguata con esperti del settore in grado di indirizzare la tua carriera verso questo obiettivo.

Per iniziare il tuo percorso, il mio consiglio è di partire dalle basi del coaching.

In che modo?

Partecipando al corso “I Pilastri del Coaching”

Acquisirai le migliori tecniche dei coach professionisti e imparerai a trovare aziende che vorranno affidarsi a te, ad aggiungere valore all’interno delle loro organizzazione, a farle crescere in tutti gli aspetti e a portarle al successo.

Ti aspetto!

Dr. Roberto Castaldo

La migliore strategia per affrontare il cambiamento

La migliore strategia per affrontare un cambiamento

“Sono cambiamenti solo se spaventano”

Se hai indovinato da quale canzone è tratta la citazione complimenti per i tuoi gusti musicali (se non lo sapessi corri subito ad ascoltare “Di Domenica” dei Subsonica).

Una frase che contiene una grandissima verità che accomuna tante persone.

Nella maggior parte dei casi i cambiamenti spaventano ed è anche normale così.

Quando stai per uscire dalla tua zona di comfort e stai per affrontare una nuova avventura, una nuova sfida, un nuovo progetto è normale avere un po’ di paura.

Che riguardi la tua vita professionale o la tua vita privata, ti capiterà di dover affrontare un cambiamento e devi farlo con una strategia per evitare di essere sopraffatto dalle emozioni e ritrovarti a fare delle scelte poco efficaci.

Ovviamente ogni situazione di cambiamento può essere affrontata in modi diversi, voglio però darti 3 consigli che ti saranno sicuramente utili per vivere il cambiamento come un’opportunità di crescita e di miglioramento.

Come affrontare un cambiamento: 3 consigli utili

Un nuovo progetto lavorativo, una nuova sfida professionale, una nuova relazione amorosa, un nuova attività.

Quando ci sono dei cambiamenti nella nostra vita ci fermiamo sempre a riflettere su quale sia il modo migliore per affrontarli.

Dal mio punto di vista non c’è un modo giusto o un modo sbagliato, quanto piuttosto un modo più o meno efficace di raggiungere l’obiettivo legato a quel cambiamento.

Di seguito voglio darti tre consigli da cui partire per affrontare un cambiamento.

1. Concentrati su un aspetto solo per volta

Molto spesso quello che facciamo quando vogliamo cambiare un aspetto della nostra vita è fare mille cose insieme.

Ad esempio, se sono un ragazzo timidissimo ciò che voglio è diventare un grande latin lover.

Ovviamente la cosa non è facile, perché per esserlo devo prima imparare ad essere più sicuro di me, a saper essere seducente, ad instaurare una buona comunicazione, a creare intimità, ad avere un contatto fisico senza imbarazzarmi.

Insomma, apparentemente voglio una cosa, in realtà cerco di farne mille insieme.

Lo stesso magari accade per il lavoro.

Voglio iniziare una nuova attività ma, invece di pensare a quale può essere il primo passo, mi concentro su aspetti che dovrò affrontare solo successivamente, quando l’attività sarà ben avviata.

Oppure mi vengono in mente vari progetti e provo a farli tutti; li faccio insieme, spalmo su ognuno di loro un po’ delle mie energie e del mio tempo ma non riesco a concludere nulla.

Solitamente la soluzione migliore è scegliere un unico obiettivo, accantonare per il momento gli altri e concentrare unicamente le tue forze in quel punto, sino a quando non raggiunge la “massa critica”.

Ma che cosa intendo per massa critica?

Te lo spiego nel prossimo punto.

Per ora inizia a pensare qual è il tuo obiettivo più urgente, accantona tutti gli altri e domandati: “È davvero questo ciò che voglio?”

Se la risposta è negativa allora pensa ad un altro obiettivo, sino a quando non trovi quello per cui vale la pena dedicare per un po’ il tempo e le energie che al momento hai a disposizione.

 

2. Raggiungi la massa critica

Cosa intendo di preciso quando parlo di massa critica?

Hai presente quella classica scena dei cartoni animati in cui uno dei personaggi lascia andare una palla di neve giù dalla montagna e questa, man mano che rotola giù, si fa sempre più grande, sino a diventare una valanga?

Quello che spesso facciamo quando cominciamo un qualsiasi progetto (professionale e personale) è investire in esso tutte le nostre energie in modo un po’ confuso.

Non hai idea del numero di persone con cui ho a che fare e che per realizzare i propri obiettivi indirizzano le energie in mille direzioni diverse.

Torna alle palle di neve: cosa succede se ne lanci una giù dalla montagna?

Te lo dico io, assolutamente niente!

E cosa succede se ne lanci cento in direzioni diverse?

Anche in questo caso, nulla!

Ma se quelle stesse cento palline le metti insieme e le fai rotolare giù, ecco che la maxi palla comincerà a scendere da sola, diventando sempre più grande.

Come si applica questo principio a te e ai tuoi obiettivi?

  1. Decidi l’unico progetto in cui impegnarti o un preciso cambiamento da affrontare
  2. Almeno ogni giorno fai qualcosa per raggiungere l’obiettivo che ti sei prefissato
  3. Ripeti il punto 2 per 42 ore effettive di lavoro

Per esperienza personale ho notato che 42 ore di lavoro effettive (cioè di tempo che dedichi esclusivamente a quel progetto) sono necessarie a dargli una consistenza tale che, da quel punto in poi, è impossibile tornare indietro.

In più, da quel punto in poi si cominciano ad attivare una serie di meccanismi tali che il progetto inizia a crescere in modo sempre più esponenziale, anche quando ti ci dedichi con meno impegno.

Ricorda, è importantissimo: ciò che fa la differenza è la costanza, il dedicare ogni giorno almeno un po’ di tempo per far crescere la tua “palla di neve”.

E poi in fondo bastano anche solo 21 minuti al giorno come spiego nel mio libro “Time Management Sistema 21’”

 

3. Allineati con la tua vera direzione

La direzione è ciò che ti fa capire se il passo che stai per fare ti avvicinerà o ti allontanerà dal tipo di persona che vuoi essere.

Gran parte del lavoro che faccio nei corsi, così come nelle sessioni di coaching private, si basa su questo punto.

Cominciare un qualsiasi percorso senza avere ben presente la direzione generale e senza assicurarsi che quella direzione sia proprio quella giusta per noi, è un po’ come salire sull’auto di una persona che non sa dove sta andando e non ha neppure la patente.

Un bel rischio, vero?

Certo, ciò che faccio dal vivo è un po’ più elaborato e complesso, ma se segui esattamente i passi che ti andrò a segnare, ti assicuro che per te sarà sempre facile comprendere se stai seguendo la strada giusta.

Inizia a prenderti un po’ di tempo per te, per immaginare quale potrebbe essere la tua giornata tipo tra 5 anni.

Ovviamente, visto che l’immaginazione è gratuita e illimitata, immagina che tutto ciò che desideri l’hai ottenuto.

Da quel punto immagina la tua giornata tipo, non la giornata perfetta, ma una giornata normale all’interno della tua vita ideale.

Mi raccomando, cerca di essere specifico, dettagliato e minuzioso.

Non sono al tuo fianco, ma se lo fossi ti farei immaginare per filo e per segno ciò che fai da quando ti svegli a quando vai a dormire… quindi ti tocca fare questo lavoro al mio posto!

Una volta aver visualizzato la scena alla perfezione immagina di entrare nel te stesso del futuro: vedere ciò che vede lui, ascoltare ciò che ascolta lui, provare le stesse sensazioni che prova lui.

A quel punto domandati: “L’obiettivo che voglio raggiungere mi avvicinerà al tipo di persona che voglio essere?”

Se la risposta è sì, continua: “Qual è la cosa che posso fare oggi per avvicinarmi a questa giornata ideale?”

Qualunque sia, falla!

Fai questo esercizio per un paio di settimane e, quando non sai cosa fare, domandati come agirebbe il te stesso del futuro.

Ti assicuro che è il miglior consigliere che puoi avere.

Affrontare un cambiamento con il coaching

Nell’affrontare un cambiamento, molto spesso si prendono decisioni dettate da impulsi ed emozioni.

Ma cosa accade se tutto ciò non ha niente a che fare con chi sei e con chi vuoi diventare?

Accade semplicemente che dopo un po’ o ti penti della decisione presa, o semplicemente la abbandoni, rinunciando all’obiettivo che volevi ottenere e accumulando un altro progetto non concluso.

Un cambiamento deve portarti a raggiungere l’obiettivo che vuoi realizzare.

E per questo devi avere ben chiari l’obiettivo, la tua direzione, la persona che vuoi diventare.

Fare questo da soli è abbastanza complicato ma per fortuna esiste il coaching.

Richiedi una sessione di coaching con i nostri coach professionisti e scopri come affrontare i cambiamenti della tua vita e realizzare ciò che davvero desideri.

Sono sicuro che con la guida di uno dei nostri coach nessun cambiamento ti spaventerà al punto da rinunciarci.

Inizia ora questo percorso e ti si apriranno un mare di opportunità.

Roberto Castaldo

Come superare i propri limiti mentali

Oltre l’idea di “normalità”: come superare i propri limiti mentali

Il nostro cervello è un universo complesso di cui sappiamo ancora troppo poco.

Ci sono aspetti sorprendenti riguardo alle infinite potenzialità della mente umana e c’è il rovescio della medaglia, ovvero quei limiti mentali che noi stessi creiamo.

Limiti che ci impediscono di crescere e migliorarci e che soprattutto ci frenano nel compiere le azioni più efficaci per raggiungere i nostri obiettivi.

Se anche tu ti senti vittima di convinzioni e credenze limitanti, continua a leggere perché scoprirai come superare questi limiti mentali con alcuni semplici esercizi.

La normalità è soggettiva e i limiti mentali li crei tu

Partiamo subito da una premessa.

Il mondo è composto da infinite informazioni che nessun essere umano può gestire contemporaneamente.

Proprio per questo, attraverso i filtri percettivi, ognuno di noi fa una selezione delle informazioni e degli input che riceve dall’esterno per definire una propria idea di normalità.

Di conseguenza, il personale concetto di normalità che ognuno di noi ha, è il risultato della selezione di informazioni che vengono prese in considerazione come chiave di lettura del tutto.

Tale selezione non è volontaria, ma è strettamente connessa con le esperienze che viviamo, l’ambiente che ci circonda e i gruppi sociali di riferimento.

Facciamo subito un esempio.

L’idea di cominciare un’impresa sarà più o meno possibile se appartieni ad una famiglia di imprenditori o di dipendenti?

Nel primo caso, tutto ciò che ti circonda ti dimostra che fare impresa sia normale. Non solo perché sai perfettamente quali sono i passi da seguire per mettere in piedi un’azienda, ma anche perché probabilmente sono cose che accadono nel quotidiano e fanno parte della routine.

All’inverso, per un figlio di dipendenti ci saranno maggiori possibilità di vedere la cosa come impossibile e questo perché, oltre a non possedere le informazioni per avviare un’impresa, vive in un ambiente dove questa idea probabilmente sembra impossibile da realizzare.

Quella che consideriamo normalità non è la realtà ma il modo in cui ognuno di noi si approccia alla realtà e la semplifica.

All’interno dell’idea di normalità si trovano credenze, convinzioni, conoscenze, atteggiamenti, regole morali. Tutto ciò non è reale ma è il semplice frutto di una costruzione mentale che semplifica il mondo.

Una conseguenza negativa di questa semplificazione è che tutto ciò che non consideriamo normale ci sembra impossibile e irrealizzabile.

Ad esempio, potresti desiderare di lasciare un lavoro a tempo indeterminato vicino casa e con un’ottima paga per una nuova vita a Londra senza lavoro e senza certezze, ma il solo pensarci ti fa dire: “Vabbè, questo non è normale“.

In questo modo qualsiasi desiderio, sogno, obiettivo che la nostra mente ritiene si trovi al di fuori dell’idea di normalità è destinato a non realizzarsi.

In sostanza siamo noi a creare dei limiti mentali che ci impediscono di agire e di raggiungere ciò che davvero vogliamo.

3 esercizi per superare i tuoi limiti mentali

Era necessario fare questa premessa sull’idea di normalità e non dare per scontato un concetto importante: siamo noi stessi, nella nostra mente, a creare i limiti che ci frenano.

Detto questo vediamo una serie di esercizi che ti aiuteranno proprio ad espandere la tua idea di normalità, per portarti a superare i tuoi limiti e vivere con un maggiore livello di libertà e consapevolezza.

Iniziamo subito!

Esercizio 1: cos’è per te la normalità?

Dedica 15 minuti per segnare tutto quello che per te è normale rispetto alla vita che stai vivendo e a quella che vorresti vivere (es. è normale volersi sposare e avere dei figli, è normale vivere dove si è cresciuti vicino ai propri familiari, ecc…).

Nei prossimi giorni se ti viene qualcos’altro in mente, aggiungilo. In questo modo riesci a sviluppare una visione di massima di ciò che tu consideri normalità.

Analizza con attenzione ogni elemento e nota quale va in dissonanza con la tua vita attuale e con le esperienze che senti di voler davvero avere.

Devi essere consapevole di ciò che limita la vita che stai vivendo rispetto a quella che vorresti vivere.

Esercizio 2: espandi la tua idea di normalità

Per espandere la tua normalità, quello che devi fare è prendere in considerazione gli elementi dissonanti e approfondirli sino al punto in cui ciò su cui stai focalizzando l’attenzione assume un significato completamente nuovo.

In poche parole devi indagare sulle tue convinzioni limitanti e comprendere se sono degli ostacoli concreti oppure possono essere superati.

Per fare questo, poniti le seguenti domande per ogni convinzione.

  • Questa convinzione è sempre vera?
  • È mai accaduto che si sia rivelata inesatta?
  • È vera per tutti o è vera solo per me? E perché?
  • È una convinzione che mi è stata trasferita dagli altri o sono io ad essere giunto a questa conclusione?

Esercizio 3: elimina le convinzioni e supera i tuoi limiti mentali

Rispondi a queste domande per ogni convinzione che ritieni poco funzionale agli obiettivi che vuoi raggiungere.

  • Che informazioni mi mancano per comprendere meglio questa convinzione?
  • Con queste informazioni in più, in che modo cambia la mia percezione?
  • Con maggiori informazioni questa convinzione continua ad essere limitante?

Fatto questo probabilmente ti accorgerai che avendo più informazioni e ragionando a fondo sulle tue convinzioni, possono essere eliminate e riuscirai così a superare tutti quei limiti mentali e quei paletti che ti impediscono di agire in una determinata direzione.

Il processo che abbiamo appena descritto ti permette di mettere in atto enormi cambiamenti e di rendere possibile ciò che prima credevi impossibile.

Se hai bisogno di una mano e vuoi essere guidato in questo processo che ti porterà a modificare le tue convinzioni, a superare tutti i tuoi limiti mentali e a realizzare davvero ciò che desideri, richiedi ora una sessione di coaching con un nostro coach professionista.

Che cos'è il coaching?

Che cos’è il coaching?

Il coaching è una realtà ormai consolidata in tutto il mondo e un fenomeno in continua crescita anche in Italia. Da tutti ormai è riconosciuto a livello internazionale come lo strumento più efficace per sviluppare le potenzialità “nascoste” di ognuno e per la gestione del talento individuale.

Non tutti però conoscono questa disciplina.

Ecco perché oggi approfondirò l’argomento partendo dalla storia e proseguendo con le tipologie e le applicazioni pratiche che il coaching ha e può avere nella vita di ognuno di noi.

Alla fine di questo articolo avrai scoperto cos’è il coaching, a cosa serve e come iniziare un percorso insieme ad un coach professionista.

Partiamo!

L’origine del termine coaching

Il termine coaching deriva dalla parola “coach” che in origine indica la carrozza e la sua funzione di trasporto, in sostanza un mezzo di trasporto trainato da cavalli e condotto da una guida: il cocchiere.

Il termine anglosassone, invece, fa riferimento all’ambiente sportivo: nel XIX secolo in Inghilterra gli studenti universitari, verso la fine del proprio percorso, utilizzavano il termine coach per indicare i migliori tutor, dando loro titolo rispettoso e autorevole.

Negli Stati Uniti, il coach nasce per sviluppare e incrementare la prestazione sportiva. Il coach non solo guidava la squadra e la allenava, ma la seguiva dal punto di vista emotivo, la stimolava, creava spirito di gruppo per affrontare gli avversari con maggiore carica e sicurezza.

Attraverso la guida costante del coach, i giocatori e il team sviluppavano quelle capacità e competenze che rendevano il gruppo stesso motivato e forte, capace di raggiungere gli obiettivi attesi.

Il coaching come disciplina

Il coaching, quindi, è un processo di “allenamento” indirizzato al miglioramento delle performance e al raggiungimento di obiettivi personali, imprenditoriali, manageriali o sportivi, attraverso la scoperta e lo sviluppo delle potenzialità e dei talenti individuali.

Il punto di partenza di ogni attività di coaching è quello di avere la consapevolezza che ogni persona possiede dei talenti e delle capacità che, nella maggior parte dei casi, sono latenti o nascoste, ed è proprio obiettivo del coach quello di farle emergere ed aiutare il cliente, o per meglio dire il coachee, ad utilizzarle nel migliore dei modi.

In un rapporto di coaching, l’allenamento e la valorizzazione delle potenzialità e dei talenti personali permettono di inquadrare l’essenza stessa della disciplina: accompagnare la persona verso il massimo rendimento, attraverso un processo di apprendimento che sia del tutto autonomo.

Le tipologie di coaching

Esistono diversi settori nel coaching, anche se le differenze non sono così nette come le definizioni lascerebbero intendere.

È comunque possibile individuare, semplificando, tre macroaree di intervento.

  • Business Coaching (o Coaching aziendale): il coach supporta il proprio coachee nell’affrontare, consolidare, cambiare e/o risanare il proprio business, in presenza o meno di quelli che possono essere considerati i principali fattori di crisi e stress aziendale, sia dell’imprenditore che dello staff. Soltanto attraverso un valido affiancamento, il coachee può trovare nuovi metodi e nuove risorse al fine di sviluppare e rilanciare il proprio progetto imprenditoriale o parte di esso. È applicabile al singolo, imprenditore o manager, oppure a un team.
  • Sport Coaching (o Coaching sportivo): il coach prepara l’atleta alla competizione, lo stimola e si occupa del suo allenamento mentale, la cui importanza, per raggiungere il risultato in gara, è pari alla preparazione fisica e alla competenza tecnica e tattica. Anche in questo caso, il coaching sportivo è applicabile al singolo, atleta o allenatore, oppure alla squadra.
  • Life Coaching (o Coaching individuale): il coach interviene in qualsiasi area della sfera privata di una persona, aiutandola ad individuare i suoi valori, a definire obiettivi coerenti con le sue aspirazioni, e motivandola ad affrontare gli ostacoli.

Applicazione pratica del coaching

Come abbiamo visto il coaching può essere applicato sia a livello individuale, sia all’interno di un team, una squadra o un gruppo di persone.

Il consiglio è quello di affidarsi a un vero professionista con anni di esperienza sul campo che conosce le tecniche da utilizzare in relazione al coachee o al gruppo sul quale è chiamato a lavorare.

Gran parte dell’applicazione pratica del coaching sta nel porre le domande giuste ed è questo che un coach di professione fa per individuare problemi, aree di miglioramento e obiettivi.

In un secondo momento si passa al piano operativo, ovvero alle azioni che il coachee deve intraprendere per realizzare ciò che si è prefissato.

Ovviamente tutto ciò non si può inventare e non può essere fatto con approssimazione.

È necessario un coach che faccia da guida nel processo di miglioramento e che segua il suo coachee passo dopo passo.

Per questo non bisogna affidarsi ad improvvisatori o persone che non si sono formate adeguatamente in questa disciplina in quanto potresti avere più danni che benefici.

Se hai deciso di intraprendere un percorso di coaching, il mio consiglio è

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Un team di coach professionisti è a tua disposizione sia per sessioni individuali che di gruppo in tutti i settori del coaching, life, sport e business.

Richiedi subito la tua sessione di coaching e inizia questo percorso che ti porterà a raggiungere risultati straordinari in ogni ambito della tua vita.

Ad Maiora

Roberto Castaldo

 

Le 5 barriere che ti impediscono di creare un buon rapport

È successo anche a te?

Incontri qualcuno e dopo poche parole scatta un’intesa improvvisa.

Potete parlare per ore senza mai annoiarvi.

Riuscite a condividere i vostri pensieri e le idee in modo facile e naturale.

Ed è sorprendente come non si è mai a corto di cose da dire.

In effetti, si ha così tanto in comune che sembra non esserci abbastanza tempo per dirsi tutto.

E anche se hai appena incontrato questa persona, senti un legame immediato.

Ovviamente c’è anche l’altro lato della medaglia!

A volte si incontrano persone e, nonostante i nostri sforzi, non è possibile trovare un terreno comune. Le cose che piacciono a te, non piacciono a loro. È una lotta riuscire a conversare a qualsiasi livello.

Se ti occupi di coaching o hai qualche nozione di PNL sai benissimo che la differenza tra queste due situazioni deriva dalla presenza o meno del rapport.

Che cos’è il rapport e quali barriere devi eliminare per crearlo

Per Rapport si intende una connessione con un’altra persona, che ti mette nella condizione di capire il suo punto di vista, che ti fa sentire in sintonia con le sue opinioni e ti fa identificare con le sue esperienze.

Quando sei in rapport con una persona o un gruppo di persone, è possibile comunicare con loro. E così come tu comunichi con loro, loro ascoltano te: sei in sintonia con il loro modo di pensare e il loro modo di esprimersi.

Il rapport ti aiuta a relazionarti con le altre persone, ti permette di far cadere ogni barriera, in modo che ciò che dici possa fluire armoniosamente.

E puoi ben immaginare quanto questo elemento sia fondamentale per qualsiasi sessione di coaching.

Se manca il rapport l’intera sessione di coaching rischia di andare a monte.

Nella migliore delle ipotesi, invece, il tuo coachee ti ascolterà dubbioso, senza riuscire a fidarsi e a prendere davvero in considerazione ciò che stai dicendo.

A questo proposito è importante per te conoscere le cinque barriere che ti impediscono di entrare in rapport, così da poterle riconoscere e aggirarle con facilità.

Vediamole nel dettaglio.

Barriera #1: essere sempre d’accordo

La cosa fondamentale del rapport è che avviene a livello inconscio. Così se vuoi che questo accada, devi evitare di forzare la mano.

Probabilmente hai notato cosa ti succede quando la persona con cui stai parlando è d’accordo con tutto ciò che dici. Ti irriti, oppure inizi a pensare che c’è qualcosa che non va in quella persona, che non ti devi fidare, forse non lo percepisci neppure sincero.

Se questo accade è perché è stato mal compreso il senso del rapport.

Essere in rapport, infatti, non vuol dire essere d’accordo con l’altra persona, bensì accettare il suo punto di vista, rendersi conto che la vita l’ha portata a vedere il mondo in un certo modo e, di conseguenza, rispettare la sua visione delle cose.

Barriera #2: essere troppo invadenti

Alcune persone sono così brave a comunicare che possono vendere ghiaccio agli eschimesi.

Conoscerai anche tu tipi come il venditore che riesce a far comprare la macchina anche a chi non ne ha davvero bisogno; o il manager che riesce a far fare gli straordinari non pagati ad un suo collaboratore.

Allo stesso modo conosci l’esatto opposto: il venditore che cerca di forzare a comprare qualcosa in modo sin troppo invadente ti fa sentire a disagio, e tutto ciò che vuoi è scappare da quella persona il più lontano possibile. E più cerchi di far capire che quel prodotto proprio non lo vuoi, e più ti fa sentire come se avessi perso il controllo della situazione, come se le tue opinioni non contassero per niente.

Chiunque cerca di spingere le proprie opinioni o idee forzatamente verso il proprio interlocutore, non sarà mai in grado di creare rapport con quella persona.

Barriera #3: essere disinteressato

Per creare rapport è necessario essere interessati all’altra persona.

Quando sei realmente interessato a quello che gli altri hanno da dire, si vede. Il tuo linguaggio del corpo comunica accoglienza ed ecco che dà il via al rapport. Riesci ad essere concentrato sulle loro parole e fai sentire che la tua attenzione è completamente su di loro. Li fai sentire visti, accettati, importanti ed ecco che, quasi come per magia, anche da parte loro c’è voglia di entrare in rapport con te.

Ma, quando non ti interessa l’altra persona, il linguaggio del corpo lo rende palesemente evidente. I tuoi occhi sono lontani da quelli dell’interlocutore. Probabilmente cominci a muoverti troppo, inizi ad agitarti e magari non sapresti ripetere quello che ha detto.

Il fatto è che la gente, anche se non a livello conscio, è in grado di percepire questi segnali e si rende conto che ti stai annoiando o non ti interessa ciò che ha da dire. Probabilmente dopo un po’ smetterà di parlare, o si limiterà a dare risposte molto brevi.

Barriera #4: essere inflessibile

In ogni relazione, qualcuno deve portare i pantaloni. Qualcuno deve essere responsabile, e qualcuno deve essere in grado di prendere gli ordini. Qualcuno deve essere il leader, e qualcuno deve essere il seguace.

Il trucco è quello di ricordare che queste posizioni possono cambiare, non sono per niente statiche.

Ti faccio subito un esempio con una classica coppia felicemente sposata da dieci anni. Uno di loro scrive sempre le liste della spesa, e l’altro mette sempre le borse della spesa nel bagagliaio della vettura. A volte non è possibile fare acquisti insieme, così in questo caso uno di essi si assume la responsabilità per l’intera operazione.

Questo è un semplice esempio, ma dimostra la flessibilità.

Facciamo un altro esempio: supponiamo che il tuo partner si occupi ogni giorno della cena. Se lui o lei non sta bene, potrebbe essere difficile per lui/lei preparare da mangiare. In questo caso sarebbe assurdo se tu ti impuntassi, pretendendo che si metta ai fornelli.

Per creare rapport e farlo crescere è necessario essere in grado di adattarsi. È necessario essere in grado di prendersi la responsabilità in caso di necessità, e fare un passo indietro quando l’altra persona vuole condurre.

Barriera #5: focalizzarsi su un solo ambito

Si possono avere rapporti con qualcuno in determinati tempi e luoghi, ma ritrovarsi con nulla da dirsi in altri.

Questa situazione è probabilmente capitata anche a te.

Un insegnante e uno studente, per esempio, in circostanze normali, hanno un sacco di cose di cui parlare, ma non appena si incontrano al di fuori dell’ambiente formale della scuola la conversazione si arresta.

Perché accade questo?

Semplicemente perché la cornice di riferimento non c’è più. Si può parlare per ore dell’interesse comune in classe o all’interno dell’aula universitaria, ma al di fuori ecco che ci si potrebbe sentire come dei pesci fuor d’acqua.

Se questo accade è perché hai incentrato tutto il rapport su un singolo aspetto, molto probabilmente contigente ad un ambiente ben preciso. Ecco perché al di fuori di esso ci si può sentire in imbarazzo.

Proprio per questo devi esplorare tutte le sfaccettature e gli interessi dell’altra persona, incuriosirti ed espandere la vostra relazione a più ambiti.

I corsi di PNL e Coaching per imparare a creare rapport

Quando si tratta questo argomento è necessario comprendere che per costruire rapport ci vuole tempo, pazienza e comprensione. Bisogna essere disposti a farlo. Bisogna essere interessati alle altre persone ed è necessario volerle conoscere meglio.

Noi esseri umani abbiamo bisogno di altre persone nella nostra vita. Abbiamo bisogno di essere visti, ascoltati, compresi anche se la direzione che stanno prendendo le relazioni sembra andare in direzione contraria.

Quante volte ti sarà capitato di parlare al bar con un amico che, invece di guardarti negli occhi, aveva lo sguardo fisso sul suo smartphone?

Proprio perché oggi come oggi questo livello di attenzione risulta essere così difficile e raro, ecco che entrare in rapport ti permette di fare la differenza. Di essere percepito in modo diverso.

Questo vale ancora di più in una sessione di coaching, in cui il rapport che si crea tra coach e coachee può fare davvero la differenza nel raggiungimento degli obiettivi.

Noterai che entrando in rapport con il tuo coachee, ascolterà ogni tua parola, ti seguirà alla lettera e potrai guidarlo in modo efficace nel suo percorso.

Chi ha studiato Programmazione Neuro Linguistica riesce ad entrare in rapport anche in pochi minuti e in accoppiata con le tecniche di coaching si possono davvero ottenere risultati incredibili.

Se hai letto fin qui, probabilmente ti starai chiedendo come fare ad entrare in rapport in modo istantaneo con tutte le persone che incontrerai.

Un’ottima azione che puoi fare è partecipare a due corsi:

  1. PNL Practitioner: per apprendere le tecniche di comunicazione più efficaci per creare rapport
  2. I Pilastri del Coaching: per scoprire come creare rapport in una sessione di coaching.

Clicca sul nome del corso e ti si aprirà la pagina con tutte le informazioni, oppure contattaci al numero verde gratuito 800 911 827 per parlare con un nostro coach.

Ti aspettiamo!

Tecniche di Coaching: il modello G.R.O.W. di John Whitmore

Il modello G.R.O.W è tra le tecniche di Coaching più utilizzate dai coach professionisti per definire gli obiettivi. 

Questo modello è stato ideato da John Whitmore – uno dei padri fondatori del Coaching – e rappresenta uno degli strumenti più efficaci da governare per un Coach.

Lo scopo del modello GROW è quello di accompagnare il Coachee a raggiungere un obiettivo con la massima focalizzazione ed esprimendo a pieno il proprio potenziale, accedendo a risorse nascoste o poco usate.

Il compito del Coach, infatti, non è quello di offrire soluzioni già pronte al Coachee, ma di orientare a trovare da sé le soluzioni più efficienti. Al Coachee, in questo modo, non viene detto “che cosa fare” ma viene mostrato come agire in autonomia rispetto a ciò che è sotto il suo diretto controllo.

Il modello GROW risulta ancora più efficace quando è integrato con la Programmazione Neuro-Linguistica, che offre dei validi strumenti per operare nelle varie fasi del modello e, in generale, in un percorso di Coaching.

Vediamo nello specifico cos’è il modello GROW, quali sono i suoi passaggi, come utilizzarlo e perché sceglierlo tra le diverse tecniche di Coaching per fissare gli obiettivi.

 

Il modello GROW applicato a una sessione di Coaching

G.R.O.W. – che in inglese significa crescere – è l’acronimo delle 4 fasi del processo di settaggio degli obiettivi, che sono rispettivamente Goals, Reality, Options, Will.

Vediamo subito ogni singola fase del GROW, così da iniziare a prendere confidenza e a comprendere in che modo usarlo.

 

La G di Goals indica gli OBIETTIVI.

In qualsiasi processo di crescita personale o di motivazione è fondamentale partire dal risultato che si vuole ottenere.

Questo punto può sembrare piuttosto banale, ma non lo è affatto. Molto spesso, infatti, le persone tendono a fissare obiettivi in modo piuttosto “vago”.

Ad esempio, dicono “Voglio dimagrire”, ma si limitano a questo, tralasciando la parte più importante: quanto voglio pesare, in quanto tempo ed in che modo?

Oppure: “Voglio guadagnare di più”. Quanto vuoi guadagnare di più e facendo che cosa?

Un obiettivo, per essere ben formato, deve rispondere a requisiti specifici come quelli sintetizzati nel popolare metodo S.M.A.R.T.:

  • Specifico: definito in modo chiaro e determinato.
  • Misurabile: che può essere monitorato e misurato.
  • Ambizioso: che sia motivante ed importante per il Coachee.
  • Realistico: che sia realizzabile ed alla portata del Coachee.
  • “Temporizzato”: definito nel tempo e scritto.

È possibile aggiungere altri requisiti per rendere l’obiettivo ben formato – ad esempio, in PNL un obiettivo ben formato va espresso in positivo e dev’essere “ecologico” – per ora ci soffermeremo su queste.

Un obiettivo va espresso in positivo perché il cervello, ragionando per immagini, non computa il “non”. Il fatto che sia “ecologico” è fondamentale affinché le condizioni positive dell’individuo (precedenti al raggiungimento dell’obiettivo) restino invariate oppure migliorino.

Per riprendere l’esempio precedente, dire “non voglio ingrassare” non è affatto un obiettivo.

Pensaci: come cambia invece dire “Nei prossimi 7 giorni telefonerò ad un nutrizionista per chiedere un appuntamento”

 

La R di Reality indica la REALTÀ.

Dopo aver delineato l’obiettivo è necessario raccogliere informazioni sulla realtà, ovvero sulla condizione presente del Coachee.

Se ci hai fatto caso, c’è una relazione importante tra la fase di Goal e la fase di Reality.

Non è un caso che siano disposte secondo questo ordine: nella prima fase di Goal, infatti, si raccolgono informazioni sulla “scena ideale” del Coachee, su ciò che vuole ottenere; nella seconda fase di Reality, invece, si raccolgono informazioni sulla “scena attuale”.

Questo ordine ha diversi vantaggi: 

  • il Coachee fa innanzitutto chiarezza sul proprio obiettivo, di “dove vuole andare”
  • in una seconda fase prende atto delle condizioni di partenza, di “dove si trova”
  • si crea un “ponte” tra le due fasi che il cervello considera già “collegate”
  • si evita che il Coachee cali di motivazione, anche se la sua scena “attuale” non è delle migliori

Inoltre, questa fase può prevedere anche quello che viene detto in gergo “bagno di realtà”, nel senso che il Coach può far notare al Coachee i “giudizi” e le “rappresentazioni” presenti nel suo punto di vista, che risultano poco funzionali all’obiettivo che vuole raggiungere.  

Fatto questo, il Coach può allenare il Coachee a cambiare punto di vista ed entrare in contatto con la situazione attuale da una nuova posizione. Una posizione, a partire dalla quale, si aprono nuove possibilità di azione per raggiungere l’obiettivo.

 

La O di Options indica le OPZIONI.

Dopo la fase di Reality, arriva il momento di valutare le Opzioni possibili, le varie scelte a disposizione per raggiungere il proprio risultato. 

Come spesso accade, in questa fase il Coachee vede aprirsi un mondo che non credeva di avere a disposizione. 

È qui che il Coach può fare uso di domande potenti come:

  • Che cos’altro puoi fare per ottenere il risultato che ti sei prefissato?
  • Porta la tua attenzione a chi ci è già riuscito, come ce l’ha fatta?
  • Quali altre risorse puoi sviluppare per ottenere il risultato che desideri?
  • Quale persona potrebbe suggerirti ulteriori opzioni?
  • Nel caso in cui dovessi trovare una difficoltà, qual è la prima cosa che puoi fare per superarla?

È fondamentale per il Coach usare le domande giuste in modo tale da portare il suo focus sulle risorse a disposizione e sull’entrare in azione

Come già precisato in altri articoli, infatti, il Coach non dà soluzioni già pronte e non analizza psicologicamente il Coachee: questo è il tratto fondamentale che contraddistingue il Coaching da ogni forma di terapia.

Il Coach mette il Coachee nella condizione di focalizzarsi su ciò che è sotto il suo diretto controllo.

Ciò che il Coachee realizza, di fase in fase, è “farina del suo sacco”.

 

La W di Will indica la VOLONTÀ

In WILL, l’ultima fase del modello GROW, si passa ad un preciso piano d’azione con le informazioni raccolte nelle fasi precedenti. 

È in questa fase si porta il Coachee a sviluppare il suo “piano di battaglia”.

Per fare questo, si utilizzano domande che consentono di dettagliare il piano come:

  • When (quando)?
  • What (cosa)?
  • Where (dove)?
  • Who (chi)?
  • How (come?)

Rispetto alle fasi precedenti, le domande non hanno più come scopo l’analisi della situazione, quanto il definire un percorso di azioni concreto e specifico per raggiungere il risultato desiderato. 

Ecco le domande più dettagliate relative a questa fase:

  • Che cosa farai?
  • Quando lo farai?
  • Dove e con chi?
  • Di quali risorse hai bisogno?
  • In che modo puoi procurarti queste risorse?
  • Chi può aiutarti per avvicinarti al tuo risultato?
  • Quali sono i tempi e le scadenze delle azioni che hai definito?
  • Qual è la prima azione che farai immediatamente dopo il nostro incontro? 

Questa fase è molto importante perché, una volta terminata la sessione, tocca al Coachee passare all’azione.

Il Coach ha infatti responsabilità rispetto alla sessione di Coaching ed al processo: non può di certo entrare in azione al posto del Coachee, ma il suo lavoro va esattamente nella direzione di questo risultato. E quanto più chiaro e dettagliato sarà il piano d’azione nella fase Will, tanto più il Coachee inizierà a “fare” in modo efficiente.

 

Imparare ad usare il modello GROW

Analizzando punto per punto il modello GROW, ci si rende conto di quanto sia un processo veramente potente per raggiungere gli obiettivi e i risultati che si vogliono. 

Quando lavori con questa tecnica di Coaching i risultati sono immediati

Puoi usare questo modello su di te, per settare e raggiungere gli obiettivi a cui tieni di più con la massima focalizzazione dei tuoi risultati. 

Oppure puoi usarlo nelle sessioni di Coaching con il tuo Coachee, se sei un Coach. 

Il modello GROW è una delle tecniche di Coaching più efficaci, fa parte delle competenze base di un Coach ed è fondamentale conoscerlo e governarlo per diventare un Coach professionista. 

Se vuoi intraprendere questa strada, iscriviti al corso “I Pilastri del Coaching”, il primo livello di certificazione in coaching, dove apprenderai e applicherai sotto la supervisione dei nostri tutor le tecniche più utilizzate dai coach professionisti.

La mini-guida del coaching per creare un perfetto piano di azione

La mini-guida del coaching per creare un perfetto piano d’azione

Alla fine di una sessione di coaching bisogna arrivare ad un risultato ben preciso: la creazione di un piano d’azione in grado di guidare la persona verso il traguardo prestabilito.

Se non si è creato un piano d’azione, non è una sessione di coaching.

E l’obiettivo sarà molto lontano dall’essere realizzato.

Quando, infatti, si convertono le varie opzioni in una precisa sequenza di azioni, le possibilità di raggiungere un obiettivo diventano reali e tangibili.

Per aiutare il coachee a fare questo, è importante concentrarsi su tre verbi fondamentali: posso-devo-farò.

Questo tridente è estremamente potente e un coach deve saperlo utilizzare in modo funzionale per guidare il proprio coachee verso l’obiettivo.

Vediamo come.

I 3 verbi fondamentali per un piano d’azione efficace

Abbiamo anticipato quali sono i tre verbi da utilizzare per aiutare il coachee a definire un piano d’azione.

Entriamo più nel dettaglio con qualche precisazione per ognuno.

  • Posso: grazie a questo verbo puoi creare delle domande che aiutano il coachee ad esaminare le sue possibilità. Come ad esempio: “Cosa altro potresti fare?”
  • Voglio: con questo verbo invece è possibile chiedere al coachee di focalizzarsi su un’opzione ben precisa. Ad esempio: “Quale tra le opzioni che hai esaminato vuoi scegliere?”
  • Farò: con questo verbo, infine, è possibile chiedere al coachee di impegnarsi in uno specifico passo. Ecco ancora un esempio: “Mi dici esattamente cosa farai ed entro quando?”

Usare questi verbi ti assicura un alto coinvolgimento del coachee.

Ecco un esempio concreto di come utilizzare questi verbi nelle domande di una sessione di coaching.

Esempio pratico: le domande da fare per definire un piano d’azione

Come esempio dell’utilizzo dei verbi appena citati e per giungere alla definizione di un piano d’azione efficace, ecco una ipotetica sequenza di domande:

  • Cosa potresti fare? [Opzioni]
  • Quali di queste opzioni vuoi perseguire?
  • È un passo che vuoi fare?
  • Rendilo un punto d’azione: cosa farai esattamente?
  • Entro quando lo farai?
  • Cosa ti impegnerai a fare nelle prossime due settimane per continuare ad andare avanti?
  • Qual è il tuo prossimo passo?

Ricorda di fare sempre molta attenzione: i punti d’azione che non vengono eseguiti possono diventare molto dannosi, portano via fiducia ed energia, e rendono meno possibile che i futuri punti abbiano successo.

Come coach, devi incoraggiare le persone a creare un piano d’azione realizzabile.

Se avverti che sia necessaria una sicurezza maggiore per fare un determinato passo, prova una di queste domande:

  • Ci sono degli ostacoli per realizzare questa cosa e che dobbiamo affrontare?
  • Con chi altro hai bisogno di confrontarti o di lavorare per far succedere questo?
  • Su una scala da 1 a 10, quanto sei fiducioso di completare questo passo entro la scadenza?
  • Cosa ci vorrebbe per alzare quel 7 ad un 8 o ad un 9?
  • Come potresti cambiare l’azione o la scadenza per renderle più realistiche?
  • Come potresti aumentare le tue possibilità di successo nel completare questo?

È possibile che durante la sessione il coachee utilizzi un linguaggio equivoco e poco chiaro. Questo rappresenta un indizio che il cliente non si è pienamente impegnato in una linea di azione.

Quindi usa queste domande per andare oltre, maggiormente in profondità, in modo sempre più specifico:

  • Sei pronto a impegnarti a compiere questo passo?
  • Hai menzionato che potresti fare quel passo. C’è qualcosa che ti trattiene?
  • Stai dicendo che dovresti farlo. Cosa lo renderebbe qualcosa che faresti perché lo vuoi veramente fare?
  • C’è niente che dobbiamo cambiare o discutere su questo passaggio che ti aiuterebbe a fare una scelta decisiva al riguardo?

Come essere certi che il piano d’azione sia seguito alla lettera

Esiste un modo in cui possiamo essere certi che il piano di azione verrà poi davvero messo in atto dal coachee?

Ovviamente non ci sono certezze in questo ambito, ma è possibile utilizzare un piccolo test di verifica per controllare.

I piani d’azione efficaci hanno queste quattro caratteristiche.

  • Chiarezza: so esattamente cosa fare
  • Calendario: l’azione è fissata in un tempo preciso
  • Impegno: so che farò questo
  • Scadenza: ho stabilito una data certa per la conclusione

In più è consigliabile chiedere un resoconto dei progressi (scritto o orale) sia all’inizio di ogni nuova sessione per stabilire una forma di responsabilità per i passi precedenti, sia in corso d’opera.

Ti abbiamo dato quelle che sono le indicazioni indispensabili per creare un perfetto piano d’azione. Questo risulterà estremamente efficace nel momento in cui viene integrato con gli altri elementi del modello G.R.O.W..

Ma c’è qualcos’altro che puoi fare per diventare un coach sempre più competente, in grado di aiutare i tuoi coachee a raggiungere i propri obiettivi in fretta e nel modo migliore: clicca qui e scoprilo!

Come superare una delusione d’amore: 4 passi per ripartire

Hai avuto una delusione d’amore?

Sei stato/a lasciato/a e stai soffrendo per la fine della tua storia?

È perfettamente normale!

In ogni separazione, cioè in ogni frattura relazionale, c’è un dolore.

Questo dolore deriva dal trauma dell’abbandono, ed è naturale avvertirlo. In un certo modo, persino salutare.

Serve a comprendere l’importanza del nostro passato, di ciò che ha fatto parte della nostra vita, di quanto ci siamo impegnati in una relazione ed anche di come siamo cambiati nel periodo in cui eravamo innamorati.

Allo stesso tempo, è anche uno stimolo a voltare pagina, a dare un nuovo senso alla nostra vita facendo tesoro proprio dell’esperienza vissuta per ritornare ad innamorarci.

Sì, non è facile. Soprattutto quando la sofferenza derivante da una delusione d’amore è tale che ti sembra quasi non ci sia via d’uscita, quando vedi tutto nero, quando sei portato ad abbandonarti a questa situazione di malessere e non hai la forza di ripartire.

Continuando a leggere questo articolo scoprirai come superare la fine di un amore, come superare una separazione attraverso quattro passi che, nella loro semplicità, ti daranno benefici evidenti per ritrovare il tuo equilibrio e la tua serenità.

 

Come smettere di stare male per amore e reagire alla fine di una storia d’amore

Facile a dirsi, molto meno a farsi.

Quando si soffre per amore e soprattutto nei giorni immediatamente successivi alla fine di una storia d’amore, è difficile guardare avanti, acquisire la consapevolezza di ciò che è successo, razionalizzare l’accaduto e cercare di considerare concluso il percorso fatto insieme alla persona che ti stava accanto.

Eppure, nonostante la naturale sofferenza, è necessario reagire.

Smettere di stare male per amore e ripartire per trovare una nuova dimensione che ti faccia stare bene.

Magari stai pensando che sono tutte belle parole e che poi la realtà è ben diversa. Leggendo le prossime righe, vedrai come superare una delusione d’amore può essere più semplice di quanto credi.

Considera questo articolo come un prontuario che ha lo scopo di aumentare la tua consapevolezza su ciò che ti è successo e in cui troverai consigli che ti permetteranno di elaborare l’accaduto e guardare utilmente avanti.

I risultati non mancheranno e potrai finalmente lasciarti la separazione alle spalle e guardare al futuro con un rinnovato ottimismo.

Forza allora: spalle dritte e… cominciamo!

 

I 4 consigli su come superare una delusione d’amore.

È arrivato il momento di capire concretamente come riprendersi da una delusione d’amore.

In particolare vedremo cosa fare e cosa non fare per ripartire dopo la fine di una relazione.

Partiamo!

1) Chiedere spiegazioni all’ex partner: le vuoi davvero?

Spesso, quando veniamo lasciati, sentiamo il bisogno di avere delle spiegazioni per capire che cosa è successo ad un certo punto del rapporto, quali sono le motivazioni che hanno portato il partner a voler interrompere la relazione.

Focalizza la tua attenzione su un punto: sei sicuro di volere delle spiegazioni proprio per questo motivo?

“Sei sicuro/a che vuoi davvero delle spiegazioni o stai cercando solo una scusa per mantenere un rapporto e un legame?”

Forse sarà capitato anche a te di stare vicino a qualcuno che stava soffrendo per una separazione, stargli accanto proprio nel momento in cui riceveva delle spiegazioni.

Se hai vissuto questo tipo di esperienza probabilmente avrai notato che le spiegazioni che riceveva raramente gli bastavano. Di solito lo portavano solo a chiederne di nuove.

Questa è una dimostrazione di come in realtà le spiegazioni non ci interessano davvero; sono solo una scusa per mantenere ancora un contatto, una parvenza di rapporto.

Con questo non voglio dirti di disinteressarti completamente alle spiegazioni, ma di non cercarle in modo ossessivo.

Se ne senti il bisogno, chiedile; ma se l’altra persona non è disposta a risponderti, oppure ti appare poco chiara, limitati ad accettarle senza volerne ancora e ancora.

La ricerca compulsiva delle spiegazioni porta solo ad enormi litigi, perché il più delle volte, chi viene lasciato non le accetta.

Magari l’ex dà una risposta parlando dei sentimenti che prova, di ciò che sta sentendo ma la persona lasciata risponde dicendo che non può essere vero, che le cose che sente non sono giuste. Insomma, gli piacerebbe imporre all’altra persona il modo in cui deve sentire e provare i sentimenti.

Una cosa del genere, vista con la lucidità di chi non è coinvolto, appare assurda, eppure è un comportamento molto consueto per chi sta affrontando una separazione.

2) Cercare un colpevole a tutti i costi

Quando finisce una relazione, la delusione e il dolore portano a voler cercare il colpevole di questa separazione.

In casi estremi, si finisce con il rinfacciare situazioni passate, si cerca di giustificare la scelta con le mancanze del partner e spesso la tendenza è quella a voler gettare la colpa sull’altro.

Ecco perché è importante capire questo aspetto: non c’è colpa.

È possibile che ci siano stati comportamenti sbagliati ed errori, ma quando una coppia si separa difficilmente la colpa è di una sola persona.

Nella maggior parte dei casi, cambiano le situazioni, cambiamo noi ed è spesso questo il motivo principale che porta due persone a decidere di non proseguire il proprio percorso insieme.

Due persone iniziano una relazione, durante la quale sono perfetti l’uno per l’altra (nel caso in cui la relazione sia cominciata fondandosi su basi solide e positive), ma noi esseri umani non siamo immutabili: ogni giorno facciamo tante esperienze, incontriamo persone, ci confrontiamo con nuove idee, nuovi modi di vedere le cose e tutto questo non ci lascia indifferenti.

L’essenza dell’essere umano risiede nel cambiamento, nell’evolversi.

Se ci fai caso tu per primo non sei la persona che eri dieci anni fa, o anche solo un anno fa.

Quindi cosa succede?

Due persone che in un dato momento sono perfette ecco che, nel corso del tempo, modificano parti del loro carattere, le loro aspettative, i loro desideri. In alcuni casi queste modifiche avvengono in modo simmetrico, in altri invece no.

Proprio per questo è inutile parlare di colpa e ti consigliamo di non credere a tutte le eventuali critiche.

In un secondo momento, quando sarai in grado affrontare il tutto con distacco e lucidità, potrai prendere in considerazione ciò che ti è stato detto e capire quanto c’è di vero.

3) Evita di sentirti un/a fallito/a

La conclusione della relazione spesso fa percepire in chi la subisce che ogni aspetto della propria esistenza sia un fallimento.

È come la fine dell’intero percorso personale, un po’ come se un’enorme scritta GAME OVER sia comparsa sulla propria esistenza.

Questo è forse uno degli errori più gravi in cui puoi cadere, perché significa accettare un’idea terrificante: tutta la propria vita, tutto ciò che si è fatto, ogni risultato, ogni sfida accettata sono completamente inutili. L’unica cosa che conta è il proprio ruolo di moglie o di marito, di fidanzata o di fidanzato.

Insomma è come annullare gran parte della propria esistenza, per concentrarsi solo su un aspetto.

E questo è uno degli atti autolesionisti più crudeli a cui ti puoi sottoporre, perché è come distruggere tutto ciò che hai costruito sino a quel momento e dire che non merita di esistere se non sei più all’interno della relazione.

Nel caso tu stessi vivendo proprio questa percezione, è importante iniziare a vederla da un’altra prospettiva: le cose cambiano, niente resta immutato, tu sei cambiato tante volte e questo è soltanto l’ennesimo cambiamento.

La tua vita non è finita, tantomeno fallita, sta semplicemente cambiando.

L’unica cosa davvero finita è il progetto di vita in due.

Ma questo non vuol dire che il tuo progetto di vita in qualità di individuo si è concluso, anzi, ha solo attraversato un’altra tappa, l’ha conclusa ed ora si sta accingendo a passare a quella successiva.

4) Isolarti non è la soluzione

L’ultimo è forse l’errore più conosciuto ma, nonostante questo, è anche uno di quelli in cui è più facile finire.

La tristezza, il senso di abbandono e la sofferenza portano spesso ad un senso di apatia che conduce ad isolarsi.

Non si vuole uscire di casa, si perde la voglia di avere a che fare con le altre persone e ci si riduce a fare solo ciò che siamo obbligati a fare, come ad esempio andare a lavoro.

Isolarsi equivale ad escludere la possibilità che qualcosa di diverso dall’idea della separazione possa entrare nella nostra mente; è come rinchiudersi in una prigione infestata solo dal fantasma della relazione conclusa.

Insomma, isolarsi è un po’ come dire: “Io voglio stare al centro di questo dolore”.

A volte questa reazione è supportata da due presupposizioni errate:

  • “Quando si viene lasciati è opportuno stare da soli per un po’”. In questo caso non ci si riferisce ad escludersi dal mondo, ma semplicemente di evitare di immergersi a capofitto in una nuova relazione. Una delle cose fondamentali da fare è riappropriarsi della propria individualità, anche se la cosa all’inizio sembra far male. Possiamo, infatti, pensare di tornare a far parte di una coppia solo quando ci siamo ricostruiti in quanto individui.
  • “Ho bisogno di tempo per pensare”. Il fatto di avere tempo per pensare, però, non implica l’isolamento. Abbiamo un sacco di momenti durante la giornata in cui siamo soli e, specialmente dopo la separazione, questi aumentano. In più, si crede che riflettere da soli su un problema per un mese sia più produttivo che rifletterci – ad esempio – per tre ore. In realtà non è affatto così. Anzi, specialmente dopo una delusione d’amore, passare un mese a pensare, vuol dire solo buttare del tempo e condannarsi al dolore. I nostri pensieri, infatti, vengono stimolati attraverso l’interazione sociale (quindi le uscite, le conversazioni con gli amici, gli aperitivi, ecc.), anche se durante queste interazioni non si fa assolutamente riferimento all’abbandono. Il nostro inconscio riflette su un problema anche quando la mente conscia non ne è consapevole.

Per farla breve: qualunque siano le riflessioni che vuoi fare, le farai comunque anche senza isolarti, anzi, arriverai più in fretta a ciò che cerchi se non ti precludi la vita sociale.

L’isolamento è anche una diretta conseguenza dell’apatia da cui si viene colti quando si vive un dolore emotivo molto forte.

Questa apatia, specie nella fase iniziale, è estremamente positiva, perché fa prendere realmente consapevolezza del trauma che si sta vivendo (chi viene lasciato vive la cosa come un lutto). Ma, come abbiamo detto, è solo una fase; una fase breve.

 

Come superare una delusione d’amore: reagisci subito!

Quando si soffre per amore, la tendenza è quella di lasciarsi andare e di procrastinare le decisioni e le azioni che permettono di riprendere in mano la propria vita.

Indugiare troppo a lungo vuol dire solo farsi ulteriormente del male.

In questi casi, è opportuno agire subito. Comprendere quale direzione dare alla propria vita, capire cosa è davvero importante per se stessi e, di conseguenza, rimboccarsi le maniche.

Certo, a volte potrebbe essere difficile riuscirci da soli.

E per questo puoi affidarti ai nostri coach professionisti che ti aiuteranno a ritrovare l’equilibrio nella tua vita e a raggiungere gli obiettivi che davvero desideri.

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