Autore: Coach Italy

Essere felice: 15 istruzioni per costruire una felicità duratura

Ogni giorno, milioni di persone restano intrappolate in una indefinita condizione chiamata “infelicità” e non riescono a dare una risposta concreta alla domanda: “come posso essere felice?”

Spesso chi vive una condizione di insoddisfazione non riesce a esprimere con chiarezza le cause profonde, pur conoscendone perfettamente le manifestazioni: inquietudine costante, stress, tensione, stanchezza mentale, una vaga ma persistente sensazione di vuoto.

Il più delle volte, ci si lascia andare a queste sensazioni, che in alcuni casi prendono persino il controllo della nostra vita.

In questo modo, si susseguono giornate che paiono sempre uguali, piatte e senza alcuna apparente occasione di miglioramento.

Se si è abbastanza fortunati da avere attorno a sé delle persone premurose e attente, è inevitabile che chi ci ama, come un amico, un compagno, un genitore, un fratello o sorella, e qualche volta persino un figlio, provi a “tirarci su il morale”, magari con una battuta di spirito, con un gesto goffo, una giornata diversa o semplicemente un abbraccio.

Eppure, svanito l’effetto del palliativo, si ritorna nuovamente in quello stato di “infelicità” da cui pare impossibile uscire.

Ci si abitua e si va avanti.

Ma dentro rimane la domanda: è davvero questa la vita che voglio vivere?

In questo articolo approfondiremo cosa significa davvero essere felice e quali comportamenti concreti adottare per costruire una felicità autentica, duratura e coerente con i tuoi obiettivi personali e professionali.

Prima però è importante fare una premessa.

 

La tua felicità dipende da te: la predisposizione ad essere felice

Al di là delle infinite definizioni filosofiche o psicologiche, esiste un principio determinante:

essere felice è una responsabilità personale.

La felicità è una condizione che dipende essenzialmente da te.

È un concetto potente, ma anche profondamente scomodo. Perché implica una scelta: smettere di attribuire la causa della propria insoddisfazione agli altri o alle circostanze esterne.

Finché pensi che la felicità dipende da ciò che accade fuori da te, resterai in una posizione di attesa.

E l’attesa, nel tempo, si trasforma in frustrazione.

Inoltre per essere felici, è necessario avere una certa predisposizione alla felicità, che ci rende capaci di cogliere gli stimoli positivi e le opportunità che l’ambiente e le persone con cui viviamo ci offrono.

Entriamo nel dettaglio per rispondere alla domanda: Come si fa ad essere predisposti alla felicità?

Cosa significa avere una predisposizione alla felicità?

Non significa essere sempre allegri.

Non significa ignorare le difficoltà.

Non significa vivere in una realtà parallela fatta di pensieri positivi forzati.

Significa sviluppare una struttura mentale ed emotiva che ti permette di:

  • cogliere stimoli positivi anche in contesti complessi;
  • riconoscere opportunità dentro le difficoltà;
  • attribuire significati costruttivi alle esperienze;
  • mantenere equilibrio anche sotto pressione.

In altre parole, la predisposizione alla felicità è una forma di maturità interiore.

È la capacità di scegliere consapevolmente come interpretare ciò che accade.

Perché questo concetto è così difficile da accettare?

Perché ci priva di un comodo alibi.

Attribuire all’esterno la causa della propria infelicità è rassicurante.

Se il problema è fuori, non sono io a dover cambiare.

Ma questa posizione ha un costo altissimo: ti toglie potere.

Essere felice richiede di recuperare il controllo su ciò che puoi davvero governare:

  • i tuoi pensieri,
  • le tue interpretazioni,
  • le tue reazioni,
  • le tue scelte.

Ed è qui che si gioca la vera partita.

Senza questa predisposizione alla felicità:

  • nessun successo sarà abbastanza;
  • nessun risultato sarà realmente soddisfacente;
  • nessuna relazione colmerà il senso di mancanza.

Puoi ottenere qualsiasi risultato rilevante nella tua o raggiungere qualsiasi traguardo professionale e personale, ma…

…se la tua struttura mentale è orientata alla mancanza, troverai sempre qualcosa che non va.

Questo meccanismo è molto diffuso: si vive in uno stato di tensione continua verso il prossimo obiettivo, senza concedersi mai il diritto di sentirsi soddisfatti.

Il risultato?

Si ottiene molto, ma si gode poco.

E senza la capacità di godere dei risultati, la motivazione si trasforma in pressione cronica.

Quando sviluppi una predisposizione alla felicità

Al contrario, quando alleni una predisposizione alla felicità:

  • riconosci il valore di ciò che hai già costruito;
  • impari a celebrare i progressi, non solo i traguardi finali;
  • trasformi gli ostacoli in apprendimento;
  • vivi con maggiore lucidità e centratura.

Questo non ti rende meno ambizioso. Ti rende più equilibrato.

 

La felicità come allenamento mentale

Così come un atleta si allena per vincere, anche tu devi allenarti per essere felice.

Non si tratta di ottimismo ingenuo.

Non si tratta di ignorare i problemi.

Non si tratta di ripetere frasi motivazionali allo specchio.

Si tratta di sviluppare una disciplina emotiva e mentale.

Allenare la felicità significa:

  • osservare i propri pensieri senza identificarsi con essi;
  • sostituire il dialogo interno sabotante con uno costruttivo;
  • scegliere consapevolmente le proprie reazioni;
  • creare abitudini che sostengano benessere ed equilibrio.

È un lavoro quotidiano.

Proprio come l’allenamento fisico.

Se vai in palestra una volta all’anno, non ottieni risultati.

Se lavori sulla tua mentalità solo quando sei in crisi, non costruisci stabilità.

La felicità non è un evento, è un sistema

Chi riesce a costruire una felicità duratura non si affida al caso.

Ha costruito un sistema fatto di:

  • abitudini funzionali;
  • comprensione emotiva;
  • responsabilità personale;
  • chiarezza di valori;
  • obiettivi coerenti con la propria identità.

Chi invece vive in una condizione di infelicità cronica spesso presenta il modello opposto:

  • reazioni impulsive;
  • convinzioni limitanti non messe in discussione;
  • mancanza di riflessione;
  • focalizzazione costante sui problemi.

La differenza non sta negli eventi esterni.

Sta nella struttura interiore e nelle scelte che fai.

Ogni mattina puoi decidere:

  • se concentrarti su ciò che manca o su ciò che hai;
  • se interpretare un errore come fallimento o come apprendimento;
  • se reagire in modo automatico o consapevole;
  • se restare nel vittimismo o assumerti la responsabilità.

Essere felice è il risultato di queste micro-scelte ripetute nel tempo.

Ed è proprio questa ripetizione a costruire una nuova identità: quella di una persona che non subisce la vita, ma la guida.

Un’azione da fare subito per la tua felicità

Fermati un momento e chiediti:

  • In quali ambiti della mia vita sto delegando la mia felicità?
  • Quali circostanze sto usando come giustificazione?
  • Cosa potrei fare, già da oggi, per assumermi una responsabilità più piena?

Non serve rivoluzionare tutto.

Serve iniziare.

E continuando a leggere scoprirai come farlo nella pratica.

 

Come essere felice: 15 consigli per costruire la tua felicità

Se desideri davvero essere felice, non puoi limitarti a comprendere il concetto in modo teorico. Devi trasformarlo in comportamento quotidiano.

La felicità non è casuale ma è una conseguenza di scelte ripetute.

Approfondiamo ora, in chiave ancora più concreta e strategica, le 15 istruzioni operative che possono cambiare in modo significativo la qualità della tua vita personale e professionale.

1. Ammetti di avere torto, quando hai torto

Uno dei comportamenti più distruttivi nelle relazioni professionali e personali è il bisogno costante di avere ragione.

Nel breve periodo può sembrare una vittoria.

Nel lungo periodo distrugge fiducia, collaborazione e serenità.

Quando difendi una posizione anche sapendo interiormente di essere in errore, stai pagando un prezzo emotivo. Ti irrigidisci. Ti giustifichi. Ti chiudi.

Per essere felice devi sviluppare:

  • umiltà intellettuale, riconoscere che puoi sbagliare senza che questo metta in discussione il tuo valore;
  • capacità di ascolto reale, non ascoltare per rispondere, ma per comprendere;
  • apertura al confronto, considerare le differenze come arricchimento, non come minaccia.

Ogni volta che ammetti un errore:

  • rafforzi la tua autorevolezza, perché dimostri maturità;
  • costruisci relazioni più autentiche, basate sulla trasparenza;
  • alleggerisci il tuo carico emotivo, perché smetti di difendere una posizione insostenibile.

La felicità nasce anche dalla leggerezza.

E la leggerezza nasce dalla libertà di non dover essere perfetto.

2. Finiscila con la mania del controllo

Il controllo totale è un’illusione.

Molte persone cercano di controllare ogni aspetto della propria vita e questo genera tensione costante e stress cronico.

Il bisogno di controllo nasce spesso dalla paura: paura di perdere, di sbagliare, di essere giudicati.

Ma più cerchi di controllare tutto, più aumenti la frustrazione.

Essere felice significa distinguere tra:

  • ciò che puoi controllare (le tue azioni, le tue decisioni, il tuo atteggiamento);
  • ciò che puoi influenzare (persone, processi, dinamiche);
  • ciò che devi accettare (eventi esterni, reazioni altrui, variabili di mercato).

Questa distinzione è liberatoria.

Lasciare spazio agli altri non significa perdere potere, ma costruire fiducia.

E la fiducia è uno dei pilastri della serenità.

3. Assumiti la tua responsabilità

Non puoi essere felice se vivi in modalità “colpa degli altri”.

Finché la causa del tuo malessere è sempre esterna, resterai bloccato.

La responsabilità personale è il punto di svolta.

È il momento in cui smetti di reagire e inizi a guidare.

Chiediti:

  • Cosa posso fare io, ora?
  • Qual è la mia parte in questa situazione?
  • Quale comportamento posso modificare?
  • Quale conversazione sto evitando?

Queste domande ti restituiscono potere.

Responsabilità non significa colpa. Significa possibilità di azione.

Ed è solo nell’azione consapevole che puoi costruire una felicità stabile.

4. Gestisci il dialogo interno

Ognuno di noi ha una voce interiore. Spesso severa, critica, esigente.

“Non hai fatto abbastanza.”

“Potevi fare meglio.”
“Non sei all’altezza.”

Se non impari a gestirla, quella voce diventa sabotante.

Essere felice richiede:

  • consapevolezza dei pensieri automatici;
  • capacità di interrompere schemi mentali negativi;
  • sostituzione con dialoghi più costruttivi.

Non si tratta di mentire a te stesso.

Un dialogo interno sano non nega gli errori.

Li analizza con lucidità, senza distruggere l’autostima.

La qualità dei tuoi pensieri determina la qualità delle tue emozioni.

E la qualità delle tue emozioni determina la qualità delle tue decisioni.

5. Liberati delle convinzioni limitanti

“Non sono portato.”
“Non ce la farò.”
“È troppo tardi.”
“Non lo merito.”

Queste convinzioni limitanti non sono verità.

Sono interpretazioni costruite nel tempo.

Spesso derivano da esperienze passate, giudizi ricevuti o fallimenti mal elaborati.

Finché credi di non poter essere felice, non lo sarai.

La tua mente cercherà prove per confermare quella convinzione.

Cambiare convinzioni significa:

  • mettere in discussione ciò che dai per scontato;
  • raccogliere evidenze alternative;
  • costruire nuove narrazioni più potenzianti.

E questo processo può trasformare radicalmente la tua percezione della vita.

6. Scegli un atteggiamento positivo (realistico)

Pensare positivo non significa negare le difficoltà.

Significa scegliere un’interpretazione costruttiva.

Un atteggiamento positivo realistico si fonda su tre elementi:

  • analisi lucida dei fatti;
  • ricerca delle opportunità;
  • decisione di agire.

Ricorda che la positività vince sempre.

7. Smetti di criticare costantemente

La critica continua è un drenaggio energetico.

Ogni giudizio negativo alimenta frustrazione, distacco e tensione relazionale.

Chi critica tutto raramente è felice.

Perché la critica continua crea una visione del mondo centrata su ciò che non funziona.

Al contrario, sviluppare comprensione e curiosità:

  • amplia la visione;
  • migliora le relazioni;
  • favorisce la collaborazione.

E relazioni sane sono fondamentali per essere felici.

8. Sii autentico

Molte persone indossano maschere.

Ma vivere dietro una maschera o dover interpretare sempre un “personaggio” è estenuante.

Essere felice significa allineare:

  • valori,
  • comportamenti,
  • scelte.

Quando ciò che fai è coerente con ciò che sei, riduci conflitti interiori.

Le persone si fidano di chi è coerente, non di chi è perfetto.

9. Abbraccia il cambiamento

Il cambiamento è inevitabile. Resistergli genera sofferenza.

Chi impara a cavalcare il cambiamento:

Più diventi flessibile mentalmente, più aumenti la tua serenità.

10. Lascia andare le etichette

Etichettare persone o situazioni limita la tua percezione.

“È incompetente.”
“È impossibile.”
“Non funziona.”

Ogni etichetta è una chiusura.

Quando etichetti, smetti di esplorare e quando smetti di esplorare, smetti di crescere.

Essere felice richiede apertura mentale e flessibilità.

11. Affronta le tue paure

La paura è naturale.

Ma quando diventa paralizzante, limita la vita.

Molte infelicità nascono da decisioni non prese:

  • conversazioni difficili evitate;
  • progetti rimandati;
  • cambiamenti temuti.

Ogni volta che affronti una paura:

  • aumenti autostima;
  • ampli la tua zona di comfort;
  • rafforzi il senso di autocontrollo.

La felicità cresce quando smetti di fuggire dalle tue paure.

12. Elimina gli alibi

Gli alibi proteggono l’ego ma sabotano la crescita.

“Non ho tempo.”
“Non dipende da me.”
“Non è il momento giusto.”

Spesso il problema non è la mancanza di tempo, ma la mancanza di priorità.

Essere felice richiede onestà radicale con te stesso.

La verità può essere scomoda, ma è liberatoria.

13. Lascia andare il passato

Il passato è esperienza, non identità.

Continuare a rivivere errori o fallimenti:

Impara a:

  • estrarre l’insegnamento;
  • chiudere il capitolo;
  • ripartire con maggiore consapevolezza.

La felicità vive nel presente non nel passato.

14. Riduci l’attaccamento

L’attaccamento eccessivo a:

  • ruoli,
  • status,
  • risultati,
  • relazioni disfunzionali,

genera paura costante di perdita.

La felicità cresce nella libertà interiore.

Puoi ambire a grandi risultati, ma senza legare il tuo valore esclusivamente a essi.

15. Chiediti: voglio davvero essere felice?

Sembra una domanda scontata ma non lo è.

Alcune persone restano nell’infelicità perché è familiare.

Cambiare richiede impegno.

Essere felice richiede:

  • scelta consapevole;
  • impegno costante;
  • azione quotidiana.

Chiediti ogni giorno:

  • Quale comportamento mi avvicina alla felicità?
  • Cosa posso fare oggi per migliorare dell’1%?

La felicità non è un evento straordinario.

È una costruzione quotidiana.

E ogni giorno hai l’opportunità di scegliere se esserne l’artefice o lo spettatore.

 

Essere felice è un processo, non un traguardo

Uno degli errori più comuni è trasformare la felicità in un obiettivo futuro.

Molti pensano:

“Sarò felice quando…”

  • quando fatturerò di più,
  • quando avrò più tempo,
  • quando cambierò ruolo,
  • quando sistemerò l’azienda,
  • quando i problemi finiranno,
  • quando troverò il partner giusto.

Questa struttura mentale è estremamente diffusa.

È la logica del “prima risolvo tutto, poi mi concedo di stare bene”.

Il problema è che quel “poi” non arriva mai.

L’illusione della vetta

Molti vivono la felicità come una vetta da conquistare.

Un punto preciso nello spazio e nel tempo in cui, finalmente, tutto sarà perfetto.

Ma ogni vetta raggiunta diventa presto una nuova base di partenza.

Pensa ai tuoi successi passati.

Probabilmente, dopo un breve momento di soddisfazione, la tua mente si è spostata altrove.

Non è un difetto. È la natura umana.

Il nostro cervello è orientato alla crescita, al miglioramento, alla sopravvivenza.

Ma se non impari a gestire questo meccanismo, rischi di vivere in uno stato di rincorsa permanente.

E rincorrere non è sinonimo di essere felice.

La felicità come percorso

Essere felice non è raggiungere una vetta. È il modo in cui percorri il sentiero.

Questo significa che la felicità non è legata esclusivamente ai risultati, ma alla qualità dell’esperienza che vivi mentre li costruisci.

Puoi:

  • lavorare intensamente ed essere centrato,
  • affrontare una crisi ed essere lucido,
  • gestire una sfida ed essere sereno.

La differenza non sta nella quantità di problemi, ma nel modo in cui li affronti.

Quando consideri la felicità un processo:

  • smetti di rimandarla;
  • impari a valorizzare il presente;
  • costruisci soddisfazione anche durante la fatica.

E questo cambia radicalmente la qualità della tua vita.

Dal “quando” al “come”

Il passaggio chiave è questo: non chiederti più “quando sarò felice?”

Chiediti: “come posso essere felice mentre costruisco ciò che desidero?”

Il “quando” ti proietta in un futuro incerto.

Il “come” ti riporta al presente operativo.

Ad esempio:

  • Come posso vivere questo progetto con maggiore equilibrio?
  • Come posso affrontare questa difficoltà senza perdere centratura?
  • Come posso godermi anche il percorso, non solo il risultato?

Sono domande che spostano la responsabilità su di te, qui e ora.

La crescita non esclude la felicità

Molti temono che, accettando la felicità come processo, possano perdere ambizione.

In realtà accade l’opposto.

Quando non dipendi emotivamente dal risultato per sentirti realizzato:

  • prendi decisioni più lucide,
  • rischi con maggiore consapevolezza,
  • riduci la pressione distruttiva,
  • migliori la qualità delle performance.

Essere felice non significa accontentarsi.

Significa crescere senza autodistruggersi.

Significa puntare in alto senza perdere equilibrio.

Il presente come unico spazio reale

C’è un altro elemento fondamentale:

l’unico spazio in cui puoi davvero essere felice è il presente.

Il passato è memoria.

Il futuro è proiezione.

Se rimandi costantemente la felicità al futuro, stai scegliendo di non viverla mai davvero.

Essere felice come processo significa:

  • dare valore ai progressi quotidiani;
  • riconoscere i piccoli miglioramenti;
  • celebrare i passi avanti, non solo i traguardi finali.

È una disciplina dell’attenzione.

E ciò su cui poni attenzione determina la qualità della tua esperienza.

La vita è ciò che accade mentre costruisci, impari, cadi, ti rialzi e vai avanti.

 

Un ultimo consiglio per essere felice

Se sei arrivato fin qui, hai già fatto un primo passo importante: hai deciso di fermarti e riflettere su cosa significhi davvero essere felice per te.

Sei abituato a correre, decidere, gestire, risolvere, raramente ti concedi il tempo di porti una domanda essenziale:

Sto costruendo solo risultati… o sto costruendo anche la mia felicità?

E dopo questa domanda, a prescindere da quale sia la risposta, devi passare all’azione.

Dalla riflessione alla pratica concreta

Non serve rivoluzionare tutta la tua vita in una settimana.

Non serve cambiare tutto contemporaneamente.

Scegli anche uno solo dei 15 punti che hai letto.

Quello che ti ha colpito di più.

Quello che ti ha fatto pensare: “Qui devo lavorare.”

Applicalo con disciplina per 30 giorni.

  • Se hai scelto di gestire meglio il dialogo interno, osserva ogni giorno i tuoi pensieri.
  • Se hai scelto di ridurre il bisogno di controllo, delega consapevolmente.
  • Se hai scelto di assumerti più responsabilità, smetti di cercare colpevoli e cerca soluzioni.

Trenta giorni sono sufficienti per iniziare a modificare un’abitudine.

E le abitudini costruiscono identità.

Osserva cosa cambia.

  • Come cambia il tuo stato emotivo?
  • Come cambiano le relazioni?
  • Come cambia il modo in cui affronti le difficoltà?

La felicità non è casuale. È una conseguenza delle scelte ripetute nel tempo.

Un coach come guida verso la felicità

Abbiamo visto che essere felice è un percorso.

E come ogni percorso di crescita, può presentare ostacoli:

  • convinzioni limitanti radicate da anni;
  • paure che ti bloccano;
  • schemi mentali automatici difficili da riconoscere;
  • difficoltà nel mantenere costanza e disciplina.

A volte la differenza non la fa la motivazione, ma il contesto che crei.

Un coach professionista ti aiuta a:

  • fare chiarezza su ciò che ti sta realmente bloccando;
  • individuare le aree prioritarie su cui intervenire;
  • costruire un piano concreto e personalizzato;
  • mantenere focus e responsabilità nel tempo.

Una sessione di coaching non ti “rende felice” ma ti aiuta nel tuo percorso verso la felicità.

Se senti che è arrivato il momento di fare un passo concreto, richiedi una sessione di coaching.

Sarà uno spazio dedicato esclusivamente a te, in cui potremo:

  • analizzare la tua situazione attuale;
  • chiarire cosa significa per te essere felice;
  • individuare i blocchi che ti impediscono di vivere con maggiore equilibrio;
  • definire azioni pratiche e misurabili da mettere in campo fin da subito.

Non rimandare la tua felicità a “quando sarà il momento giusto”.

Se vuoi iniziare questo percorso in modo strutturato, richiedi ora la tua sessione di coaching e fai il primo passo concreto verso una felicità più solida, consapevole e duratura.

Sii felice!

Da Coachee a Coach professionista: quando il Coaching diventa un lavoro

Sapevi che quella del coach è diventata una delle professioni più richieste degli ultimi anni?

Grazie alla crescente consapevolezza sull’importanza dello sviluppo personale e professionale, il coaching si è affermato come una disciplina in grado di trasformare vite e carriere.

Molte persone si rivolgono ai coach per affrontare le sfide della propria vita in diversi ambiti, migliorare le proprie performance e raggiungere obiettivi ambiziosi.

Questo ha fatto sì che il coaching non sia più visto come un lusso riservato a pochi, ma come una risorsa accessibile e fondamentale per chiunque voglia crescere.

Inoltre ci sono molte storie di persone che si sono appassionate così tanto al coaching che, partendo come coachee, in seguito al proprio percorso hanno deciso di iniziare a formarsi per diventare coach.

Una passione che si trasforma in un vero e proprio lavoro e in una nuova carriera.

Vediamo quali sono i passaggi di questo percorso che accomuna tanti uomini e donne che oggi svolgono la professione di coach professionista.

 

Come nasce la passione per il coaching

Spesso, la passione per il coaching nasce da un bisogno personale: superare una difficoltà, migliorare una relazione o semplicemente trovare una direzione nella vita.

Molte persone si avvicinano al coaching perché si trovano a un bivio, bloccate da incertezze o paure, e desiderano un cambiamento significativo.

Tuttavia, non sempre sanno da dove partire, e qui entra in gioco il ruolo del coach.

Un coach, attraverso un percorso di coaching, ti guida a:

  • analizzare i tuoi obiettivi e comprendere le tue potenzialità, offrendoti una visione chiara di ciò che vuoi raggiungere.
  • superare ostacoli emotivi o pratici, come paure, insicurezze o convinzioni limitanti, che spesso rappresentano il principale freno al cambiamento.
  • raggiungere i risultati che desideri davvero, attraverso un piano d’azione concreto e personalizzato.

L’esperienza di un percorso di coaching può essere illuminante: molte persone scoprono non solo soluzioni ai propri problemi, ma anche un nuovo modo di vedere la vita, fatto di consapevolezza, crescita e realizzazione personale.

Questo primo approccio non si limita a risolvere questioni immediate, ma accende una curiosità e un interesse profondi verso il coaching come disciplina.

Spesso, chi vive un cambiamento significativo grazie al coaching inizia a pensare: “E se potessi fare lo stesso per gli altri?”.

Da qui nasce il desiderio di approfondire le tecniche e i principi del coaching, non solo per continuare il proprio percorso di crescita, ma anche per trasformare questa passione in una professione.

La consapevolezza che il coaching possa diventare uno strumento per aiutare gli altri spinge molti coachee a intraprendere il percorso che li porterà a diventare coach professionisti.

 

Da coachee a coach: il percorso di trasformazione

Molti coachee, dopo aver vissuto in prima persona i benefici del coaching, decidono di approfondire questa disciplina per aiutare altre persone.

Ma come si passa da coachee a coach professionista?

Ecco le fasi principali.

1. La scoperta

Durante un percorso di coaching, molti si rendono conto dell’impatto positivo che questa disciplina ha sulla propria vita.

La soddisfazione e i risultati ottenuti accendono una curiosità naturale verso il coaching.

Questo momento di consapevolezza è spesso accompagnato da una sensazione di gratitudine verso il coach e il desiderio di replicare quell’impatto positivo su altre persone.

2. L’approfondimento

Spinti dalla curiosità, iniziano a informarsi e a leggere articoli e libri sul coaching.

Questo passaggio è fondamentale per comprendere le basi teoriche della disciplina.

Molti iniziano anche a seguire webinar, podcast e seminari, immergendosi in una comunità di professionisti e appassionati.

Questo approfondimento aiuta a chiarire se il coaching sia una semplice passione o una vocazione professionale.

3. La formazione

Per diventare coach è necessario frequentare corsi certificati che forniscano competenze teoriche e pratiche.

La scelta del corso di coaching adatto è cruciale e deve basarsi su referenze solide e programmi strutturati.

I migliori percorsi formativi includono moduli su tecniche di coaching, gestione delle relazioni, etica professionale e sviluppo di competenze comunicative avanzate.

Durante la formazione, i futuri coach hanno anche l’opportunità di sperimentare le tecniche apprese attraverso simulazioni e casi studio.

4. La pratica

Dopo aver completato la formazione, si inizia a lavorare con i primi clienti, acquisendo esperienza sul campo e affinando le proprie abilità.

La pratica è un momento di crescita fondamentale, durante il quale il coach sviluppa uno stile personale e impara a gestire situazioni diverse.

Spesso, i primi clienti sono amici o conoscenti, ma con il tempo e l’esperienza, si costruisce una rete professionale più ampia.

5. L’evoluzione continua

Diventare coach non è un traguardo, ma l’inizio di un percorso di apprendimento e miglioramento continuo.

Partecipare a corsi di aggiornamento, ricevere supervisione e confrontarsi con altri professionisti permette di crescere e di offrire un servizio sempre più efficace ai propri clienti.

P.S. se vuoi confrontarti con coach professionisti e altri appassionati al coaching, ti consigliamo di richiedere l’accesso gratuito a questo gruppo Facebook esclusivo.

 

I vantaggi di diventare coach professionista

Diventare coach professionista offre numerosi vantaggi, sia a livello personale che professionale.

Chi decide di iniziare questa nuova carriera lo fa essenzialmente per uno o più di questi motivi.

Flessibilità

Una delle caratteristiche più attraenti del coaching è la possibilità di lavorare in modo indipendente.

Puoi scegliere i tuoi orari, decidere quanti clienti seguire e gestire il tuo lavoro in base alle tue esigenze personali.

Questa flessibilità permette di conciliare la carriera con la vita privata, rendendo il coaching una professione ideale per chi cerca un work life balance perfetto.

Soddisfazione personale

Aiutare gli altri a raggiungere i loro obiettivi è estremamente gratificante.

Ogni volta che un cliente supera un ostacolo o realizza un traguardo importante, il coach condivide quel successo, sentendosi parte integrante del cambiamento positivo.

Questa soddisfazione personale è uno dei motivi principali per cui molti scelgono di intraprendere questa carriera.

Crescita continua

Il coaching non è solo un lavoro, ma un percorso di crescita personale.

Ogni cliente rappresenta un’opportunità per imparare qualcosa di nuovo, affinare le proprie competenze e ampliare le proprie prospettive.

Inoltre, per essere efficaci, i coach devono investire costantemente nella propria formazione, partecipando a corsi, seminari e supervisioni.

Opportunità economiche

Il coaching è un mercato in espansione, con una crescente domanda di professionisti qualificati.

In un mondo in cui sempre più persone cercano supporto per migliorare la propria vita, i coach professionisti hanno l’opportunità di costruire una carriera remunerativa.

Con il tempo e l’esperienza, è possibile specializzarsi in nicchie specifiche, aumentando il valore dei propri servizi e la propria reputazione.

Impatto positivo sulla società

Essere un coach significa contribuire al miglioramento della vita delle persone e, di riflesso, della società nel suo complesso.

Un cliente che migliora le proprie relazioni, la propria carriera o il proprio benessere ha un effetto domino positivo su chi lo circonda, creando un impatto che va ben oltre la singola sessione.

Dopo aver visto sottolineato i motivi per cui le persone decidono di iniziare un percorso per diventare coach, vogliamo raccontarti la storia reale di una nostra coachee che ha fatto proprio questa scelta.

 

Caso studio: la storia di Anna, da coachee a coach di successo

Anna, una giovane manager nel settore delle risorse umane, si avvicinò al coaching durante un periodo di crisi professionale.

Nonostante una carriera promettente, si sentiva insoddisfatta e incapace di gestire lo stress.

Decise di intraprendere un percorso di coaching con Antonio, uno dei nostri coach professionisti.

Durante le sessioni, Anna non solo riscoprì le sue passioni e raggiunse i suoi obiettivi, ma si rese conto dell’impatto straordinario che il coaching aveva avuto sulla sua vita.

Spinta dalla curiosità, iniziò a leggere libri sul coaching e a partecipare a workshop introduttivi.

Col tempo, il desiderio di approfondire questa disciplina crebbe, portandola a iscriversi al nostro corso di coaching di primo livello: “I Pilastri del Coaching”.

Dopo aver completato la formazione, Anna iniziò a lavorare come coach part-time, affiancando questa nuova attività al suo lavoro principale.

Grazie alla dedizione e alla passione, in soli due anni è riuscita a trasformare il coaching nella sua professione principale.

Oggi, Anna è una coach riconosciuta, specializzata nel supportare soprattutto i manager nel raggiungimento dei loro obiettivi.

La sua storia dimostra come l’esperienza da coachee possa trasformarsi in una carriera gratificante e di successo nel mondo del coaching.

 

Quale sarà il tuo primo passo nel mondo del coaching?

La storia reale che ti abbiamo raccontato rappresenta un cambiamento che sempre più persone decidono di fare.

Questo perché il coaching è una disciplina che ti apre davvero ad una nuova visione non solo della tua vita, ma anche delle relazioni e di tutto ciò che ti circonda.

Se non hai ancora fatto il primo passo nel mondo del coaching hai due opzioni:

  1. iniziare un percorso di coaching con un nostro coach professionista richiedendo una prima sessione di coaching gratuita
  2. partire direttamente con la formazione iscrivendoti a “I Pilastri del Coaching”, il nostro corso di primo livello che combina teoria, pratica e supporto personalizzato, assicurandoti una preparazione solida e approfondita.

Due scelte, ognuna con un diverso obiettivo, che ti introdurranno nel mondo del coaching.

E sappiamo già che non tornerai più indietro!

Marketing per Coach: la guida per iniziare a trovare i tuoi primi clienti

Trovare nuovi clienti nel settore del coaching può essere una vera e propria impresa se non metti in atto specifiche tecniche di marketing per coach.

La maggior parte dei coach non riesce ad avere una clientela fidelizzata e soprattutto un bacino di clienti tale da innescare una crescita della propria attività.

Spesso, i potenziali clienti possono essere scettici riguardo all’efficacia del coaching o possono non essere consapevoli dei benefici che esso può offrire.

Inoltre, il mercato del coaching è diventato sempre più concorrenziale, con numerosi professionisti competenti che offrono una vasta gamma di servizi.

Questa concorrenza può rendere difficile emergere e farsi notare tra la moltitudine di opzioni disponibili, all’apparenza uguali.

Inoltre, molti coach si trovano in difficoltà nel navigare il mondo del marketing, con le sue costanti evoluzioni e richieste di adattamento.

In un panorama così complesso, creare un piano di marketing per coach può essere una sfida non da poco.

Tuttavia, se sei un coach e vuoi svolgere questa attività da professionista, è possibile raggiungere il successo attraverso strategie mirate che mettono in risalto il valore unico dei tuoi servizi e ti distinguono come esperto nel tuo settore.

In questo articolo troverai alcuni consigli utili da mettere in pratica per creare la tua strategia, prima però vediamo quali vantaggi puoi ottenere dal marketing per coach.

 

Fare marketing per coach: perché è importante e i vantaggi

Fare marketing per coach significa promuovere attivamente i tuoi servizi di coaching e creare consapevolezza del tuo brand tra il tuo pubblico di riferimento.

Questo coinvolge l’identificazione delle esigenze e dei desideri dei potenziali clienti, la comunicazione dei benefici unici dei tuoi servizi di coaching, e la creazione di strategie di promozione mirate per raggiungere e coinvolgere il tuo pubblico ideale.

Il marketing per coach si concentra sull’istituzione di relazioni di fiducia con i potenziali clienti, dimostrando la tua competenza nel settore e fornendo valore attraverso contenuti educativi e ispiratori.

In sostanza, fare marketing per coach significa posizionarti nel settore del coaching e attrarre i clienti giusti per la tua attività.

Fare marketing è essenziale per un coach perché rappresenta la chiave per espandere il proprio business, trovare nuovi clienti e raggiungere il successo nel competitivo mondo del coaching.

Attraverso strategie di marketing mirate, un coach può in particolare:

  • aumentare la propria visibilità,
  • attrarre nuovi clienti,
  • differenziarsi dalla concorrenza,
  • offrire i propri servizi a un prezzo più alto,
  • far crescere la propria attività nel lungo periodo.

In un mercato dove i potenziali coachee hanno molte opzioni tra cui scegliere, il marketing efficace permette al coach di distinguersi, comunicando in modo chiaro e convincente il valore unico dei propri servizi.

Inoltre, fare marketing consente al coach di costruire relazioni autentiche con il proprio pubblico, creando fiducia e credibilità nel proprio brand.

Con una strategia di marketing ben definita, un coach può posizionarsi come un’autorità nel proprio settore, aumentando la propria reputazione e aprendo nuove opportunità di crescita e successo professionale.

In definitiva, fare marketing per un coach non è solo un investimento nella propria attività, ma un passaggio fondamentale verso il raggiungimento dei propri obiettivi e la realizzazione del proprio potenziale nel mondo del coaching.

 

Come fare marketing per coach: 5 azioni da cui partire

Dopo aver visto i vantaggi del fare marketing per coach, passiamo ai consigli pratici che dovresti attuare nella creazione della tua strategia di marketing.

Partire da questi consigli è fondamentale per creare una base solida per il tuo business investendo in quelle azioni che portano maggior valore alla tua attività.

Presta molta attenzione a questi passaggi perché sono quelli che fanno la differenza tra un coach con zero clienti e un coach di successo.

1. Comprendi a fondo il tuo pubblico di riferimento

Prima di qualsiasi azione di marketing, è cruciale immergersi nell’analisi approfondita del proprio pubblico di riferimento.

Comprendere chi sono i tuoi clienti ideali va ben oltre la semplice identificazione demografica. Significa esplorare i loro bisogni, desideri e sfide in profondità, per cogliere le sottili sfumature che guidano le loro decisioni.

Questo richiede ricerche di mercato dettagliate, che vanno oltre i dati di base per abbracciare un quadro completo delle loro esperienze, emozioni e obiettivi.

Creare profili dettagliati dei tuoi potenziali clienti ti permette di personalizzare le tue strategie di marketing in modo mirato, creando connessioni autentiche e significative con coloro che sono più inclini ad apprezzare il valore dei tuoi servizi di coaching.

2. Crea una presenza online efficace

Nell’era digitale, una presenza online solida è il fondamento su cui si costruisce il successo nel marketing per coach.

Tuttavia, non si tratta solo di avere un sito web accattivante, ma di creare un’esperienza coinvolgente e coerente che rifletta la tua brand identity e risuoni con il tuo pubblico.

Ciò significa non solo fornire informazioni chiare e dettagliate sui tuoi servizi di coaching, ma anche comunicare in modo autentico e rilevante attraverso i social media.

Utilizzare piattaforme come Facebook, Instagram e LinkedIn in modo strategico ti permette di connetterti direttamente con il tuo pubblico, condividendo contenuti pertinenti, avviando conversazioni significative e costruendo relazioni durature.

3. Offri contenuti di valore

Il content marketing è l’arma segreta di ogni coach di successo.

Attraverso la creazione e la condivisione regolare di contenuti di alta qualità, come articoli sul blog, video tutorial e podcast, puoi posizionarti come un’autorità nel tuo settore e catturare l’attenzione dei potenziali clienti.

Tuttavia, non si tratta solo di produrre una grande quantità di contenuti, ma anche di concentrarsi sulla qualità e sulla rilevanza.

I tuoi contenuti devono essere informativi, ispiratori e utili per il tuo pubblico di riferimento, affrontando le loro sfide e rispondendo alle loro domande in modo esaustivo e coinvolgente.

4. Ottimizza il tuo sito web per i motori di ricerca (SEO)

Essere trovati online è essenziale per il successo di ogni strategia di marketing per coach, e l’ottimizzazione per i motori di ricerca (SEO) è il primo passo verso questo obiettivo.

Utilizzare le parole chiave più rilevanti per la tua attività in modo strategico nei contenuti del tuo sito web, ti aiuta a posizionarti in prima pagina sui motori di ricerca, aumentando la visibilità della tua attività e generando traffico qualificato.

Inoltre, assicurati che il tuo sito sia veloce, mobile-friendly e ottimizzato per una facile navigazione, per garantire un’esperienza utente ottimale e migliorare il tuo ranking sui motori di ricerca.

In ogni caso, se non sei esperto di questo ambito, il consiglio è di affidarti a un SEO Specialist in grado di supportarti e guidarti con una strategia coerente rispetto ai tuoi obiettivi di business.

5. Collabora con altri professionisti

Infine, collaborare con altri professionisti può essere un’opportunità preziosa per espandere la tua rete e raggiungere nuovi clienti.

Partecipare a eventi di networking, webinar e conferenze, sia nel tuo settore che in altri, ti mette in contatto diretto con colleghi e potenziali collaboratori, offrendo la possibilità di condividere conoscenze, esperienze e risorse.

Inoltre, considera la possibilità di creare partnership strategiche con altri professionisti che offrono servizi complementari ai tuoi, ampliando così le tue opportunità di business e fornendo un valore aggiunto ai tuoi clienti.

Seleziona con cura i tuoi partner, valuta se il loro pubblico potrebbe essere interessato ai tuoi servizi e fai in modo che dalla vostra collaborazione si crei valore per tutti.

 

Investi nel marketing per il tuo successo come coach

Il marketing per coach è molto più di una serie di strategie. È il fondamento su cui costruire una carriera di successo nel mondo del coaching.

Richiede un impegno costante, un approccio creativo e una pazienza diligente, ma i risultati che può portare nel lungo termine sono inestimabili.

Seguendo le strategie delineate in questo articolo e adattandole alle tue esigenze specifiche e al tuo pubblico di riferimento, puoi posizionarti come un’autorità nel tuo settore e far crescere la tua attività di coaching in modo sostenibile nel tempo.

Ricorda, il marketing non è un’opzione, ma una necessità per distinguersi dalla concorrenza e raggiungere i tuoi obiettivi professionali.

Vuoi massimizzare il tuo potenziale come coach creando un vero e proprio business?

Contattaci ora per una strategia di marketing per coach personalizzata.

Da anni guidiamo coach alle prime armi e coach professionisti a sviluppare il proprio business nel mondo del coaching con risultati oltre ogni aspettativa.

Insieme lavoreremo alla strategia di marketing più efficace per il tuo target e ti guideremo passo passo nella creazione e nell’applicazione di un piano d’azione che ti permetterà di raggiungere gli obiettivi di business.

Richiedi ora la tua strategia di marketing personalizzata e preparati ad essere inondato di richieste e clienti.

Relazione di Coaching: le basi del rapporto tra coach e coachee

La relazione di coaching è molto più di una semplice interazione tra coach e coachee.

Essa si configura come il punto di partenza di un percorso di cambiamento positivo e in generale di crescita personale.

È uno spazio sacro in cui le persone si aprono, esplorano, e si impegnano in un viaggio di auto-scoperta e auto-miglioramento.

Nel mondo caotico di oggi, caratterizzato da pressioni quotidiane e sfide notevoli, la relazione di coaching offre una prospettiva di chiarezza e un rifugio sicuro per esplorare il proprio potenziale inespresso

Accoglienza, Ascolto, Alleanza, Autenticità e Responsabilità costituiscono i pilastri su cui poggia questa relazione costruttiva.

Ognuno di essi contribuisce in modo unico alla creazione di uno spazio di fiducia e comprensione reciproca, fondamentale per un percorso di trasformazione personale.

In questo articolo approfondiremo ogni singolo pilastro della relazione di coaching, prima però è obbligatorio porre l’attenzione su un aspetto fondamentale e che esprime al meglio la potenza del coaching.

 

Relazione di Coaching: un concetto fondamentale

Il focus della relazione di coaching risiede nella comprensione profonda e nella consapevolezza che coach e coachee condividono lo stesso terreno, sono sulla stessa linea di partenza, senza gerarchie predefinite.

Contrariamente a molte dinamiche interpersonali che spesso si basano su strutture gerarchiche, il coaching rappresenta un’eccezione in cui il concetto di esperto e allievo viene sfidato e ribaltato.

Nel mondo del coaching, il coach non è un maestro detentore di risposte pronte o soluzioni predefinite. Al contrario, si presenta come un compagno di viaggio, una guida competente pronta a indirizzare il coachee nel suo percorso di esplorazione e auto-scoperta.

La relazione di coaching è costruita sulla premessa che ogni individuo possiede le risposte al proprio interno, e il coach funge da facilitatore esperto, fornendo le giuste domande e il sostegno necessario per aiutare il coachee a tirarle fuori.

In questa cornice di parità, la relazione di coaching crea uno spazio aperto e libero da giudizi, in cui il coachee può esplorare liberamente il proprio mondo interiore.

La mancanza di una rigida gerarchia consente al coachee di sentirsi non solo ascoltato, ma veramente compreso e rispettato.

Questa prospettiva rivoluzionaria getta le basi per un’autentica connessione e una collaborazione profonda tra coach e coachee.

 

5 pilastri della relazione di coaching

La relazione di coaching emerge come il filo conduttore che collega il coach al coachee in un rapporto profondo di fiducia, comprensione e collaborazione.

Al fine di delineare in modo esaustivo i principi cardine che definiscono questa relazione, esploreremo i cinque pilastri fondamentali: Accoglienza, Ascolto, Alleanza, Autenticità e Responsabilità.

Ogni pilastro costituisce un fattore immancabile per creare una base solida per un percorso di coaching efficace e significativo.

1. Accoglienza

L’accoglienza è la prima attività in cui il coach è impegnato per mettere a suo agio il coachee e creare un ambiente sicuro e di fiducia.

Senza giudizio, il coach si focalizza sul creare rapport e sul delineare uno spazio dove il coachee può esprimersi liberamente, senza timori o riserve.

Questo atto iniziale di accoglienza stabilisce le fondamenta per una connessione autentica, fondamentale per l’esplorazione profonda che caratterizza le sessioni di coaching.

2. Ascolto

L’ascolto attivo diventa un’arte e una competenza fondamentale per il coach nell’ambito della relazione di coaching.

Il coach dedica la sua attenzione completa al coachee, andando oltre le parole espresse per cogliere le emozioni sottostanti e i segnali non verbali.

Questo ascolto attivo e empatico non solo crea una connessione più profonda, ma facilita anche una maggiore comprensione reciproca.

3. Alleanza

L’alleanza è il patto tra coach e coachee.

Entrambi si impegnano attivamente nel processo di coaching, lavorando insieme per identificare obiettivi, superare sfide e, perché no, anche festeggiare i successi.

Questa partnership collaborativa sottolinea l’importanza dell’impegno condiviso nel percorso di crescita personale, creando un legame che va oltre una semplice interazione e un semplice confronto.

4. Autenticità

L’autenticità è ciò che distingue la relazione di coaching da tanti rapporti superficiali che quotidianamente viviamo in ambito lavorativo e privato.

Il coach ha un approccio genuino e trasparente, incoraggiando a sua volta il coachee a porsi in maniera autentica e sincera nei suoi confronti.

Questo approccio senza barriere e senza sovrastrutture di qualsiasi tipo, permette ad entrambi una libera espressione e al coachee di esplorare il suo potenziale e le sue emozioni in assoluta tranquillità.

5. Responsabilità

Mentre il coach è responsabile di fornire sostegno e guida, il coachee si fa carico del proprio percorso di crescita e di cambiamento.

Questa condivisione di responsabilità crea un ambiente di responsabilizzazione, un terreno fertile in cui entrambe le parti si impegnano attivamente per raggiungere gli obiettivi stabiliti durante le sessioni di coaching.

Coach e coachee devono essere pienamente consapevoli dei loro ruoli e delle loro responsabilità durante tutto il percorso insieme.

 

Relazione di Coaching: scopri in cosa consiste con una sessione di coaching

Una sessione di coaching è un’opportunità unica e preziosa per immergersi nelle profondità della propria vita, esplorando gli obiettivi e affrontando le sfide con il sostegno di un coach esperto.

Questo incontro offre un ambiente sicuro, dove le dinamiche della relazione di coaching si manifestano per dare vita a un percorso significato non solo per il coachee.

Durante una sessione di coaching, il coach e il coachee collaborano sinergicamente per definire obiettivi chiari, sviluppare piani d’azione concreti e superare gli ostacoli che possono emergere lungo il percorso.

Questo non è solo un dialogo tra due individui; è un’esperienza in cui l’ascolto attivo, la costruzione di un’alleanza solida, l’espressione autentica e la condivisione di responsabilità diventano gli elementi chiave del processo di crescita personale.

Il cambiamento positivo diventa un obiettivo tangibile, e il coachee è ispirato a intraprendere azioni concrete che lo guideranno verso una vita più significativa.

Se desideri scoprire come un percorso di coaching può migliorare la tua vita, prenota ora la tua sessione di coaching.

I nostri coach professionisti sono pronti per supportarti, guidarti e costruire insieme un percorso personalizzato che rispecchi le tue aspirazioni e ambizioni.

Il tutto partendo dai pilastri della relazione di coaching che ti abbiamo illustrato in questo articolo.

La tua trasformazione inizia con un passo, e quel passo potrebbe essere la tua prima sessione di coaching.

Contattaci ora e inizia il tuo percorso verso il cambiamento positivo e duraturo che meriti.

Tutto quello che avresti sempre voluto sapere sul Coaching e non hai mai osato chiedere

Coaching: le risposte a tutto ciò che avresti sempre voluto chiedere

A meno che tu non abbia seguito un percorso di coaching o non sia un coach, è molto probabile che non hai ancora una visione particolarmente chiara di questa disciplina.

Per molte persone è come se fosse un ambito sempre avvolto dalla nebbia, che non si riesce a delineare e a decifrare per capirne le caratteristiche e le potenzialità.

C’è chi scambia il coach per il motivatore, chi per il consulente aziendale, chi per l’allenatore sportivo e in pochi si prendono la briga di approfondire.

È arrivato quindi il momento di fare un po’ di chiarezza e di rispondere alle principali domande che vengono poste da chi vuole saperne di più.

Le domande a cui risponderemo in questo articolo sono:

  • Che cos’è il coaching?
  • Quali sono i fondamenti del coaching?
  • Come funziona il coaching?
  • Perché si pratica il coaching?
  • Come mai funziona?

Quando sarai arrivato alla fine avrai più chiaro di cosa si tratta e magari sarai preso da un forte desiderio di approfondire.

SPOILER: tante persone prima di te hanno scelto di saperne di più sul coaching e di formarsi partecipando a questo corso. È probabile che capiti anche a te quando scoprirai quanto è potente e in che modo può cambiare la tua vita e i tuoi risultati.

 

Che cos’è il coaching?

Nel linguaggio comune il termine “coach” vuol dire allenatore, ma la sua origine ha radici ben più antiche.

Questa parola compare per la prima volta nel 1500, riferita ad un mezzo di trasporto, un veicolo trainato da cavalli, proveniente dalla piccola città ungherese di Kòcs (pronunciato “koach”).

Il termine compare qualche secolo dopo, a metà del 1850, per essere utilizzato nelle università inglesi in riferimento ad una persona che aiutava gli allievi nella preparazione dell’esame.

Queste due immagini, il carro e il preparatore all’esame, rappresentano molto bene le due facce del coaching.

Pensaci per un attimo: guidare un carro non è facile, bisogna imbrigliare un paio di cavalli almeno, farli andare nella stessa direzione anche quando vorrebbero prendere strade diverse, stare attenti alla carrozza e a tutto ciò che porta con sé, dalle persone ai semplici oggetti.

Ognuno di noi, in fondo, è in viaggio verso una meta importante, ma la deve raggiungere col proprio carro, mettendo in riga i propri cavalli e portando con sé le cose preziose caricate sul carro.

Il coach ti aiuta proprio a fare questo: a raggiungere i tuoi obiettivi, allineando le tue risorse, preparando a tutto ciò che potrebbe accadere durante il percorso.

Anche la figura del preparatore all’esame fa capire bene l’altra metà del lavoro di un coach, ovvero la creazione di un piano di azione che aiuta il coachee a raggiungere il proprio obiettivo (che potrebbe essere un esame passato con successo, così come qualsiasi risultato che ci si è prefissati).

Quindi, in breve, che cos’è il coaching?

Si tratta di una metodologia pratica e utile per arrivare più veloce e diretto a destinazione, attingendo alle proprie risorse, attraverso una pianificazione e un focus pieno e specifico sull’obiettivo da raggiungere.

 

Quali sono i fondamenti del coaching?

Per alcuni il primo coach della storia è stato Socrate che, attraverso la maieutica (l’arte di portare gli altri a trovare una risposta da sé alle proprie domande) era in grado di aiutare le altre persone. Ma, siamo onesti, è un po’ una forzatura!

Il coaching nasce dal mondo dello sport.

Di solito viene datato a partire dagli anni ’70, con la pubblicazione dei primi libri di Timothy Gallwey, allenatore di tennis e primo a mettere nero su bianco i principi di base del coaching.

Nel suo libro più famoso, “Il gioco interiore del tennis”, Gallwey scrive: “C’è sempre un gioco interiore in corso nella nostra mente, non importa in che altro gioco siamo impegnati. Il modo in cui lo affrontiamo è quello che spesso fa la differenza tra il nostro successo e il nostro fallimento”.

In pratica Gallwey sostiene che le sfide dell’esistenza intera si combattano contemporaneamente in due arene: quella esteriore e quella della mente, dove bisogna sconfiggere giorno dopo giorno gli ostacoli che noi stessi, da soli, ci creiamo e che fanno da tappo alla realizzazione del nostro pieno potenziale.

Dal suo punto di vista, quando parliamo di performance, è importante ragionare su questa equazione:

PERFORMANCE = Potenziale – Interferenza

Quindi per aumentare il livello delle performance è necessario aumentare il proprio potenziale o ridurre al minimo le interferenze.

Questo approccio ha trovato, nel corso degli anni, applicazioni in un numero sempre maggiore di attività: dal tennis e dal golf si è spostato sino al mondo della musica, a quello del benessere, per passare a quello dell’istruzione, per poi sbarcare anche nel mondo aziendale.

A portare il coaching dall’America all’Europa ci ha pensato John Whitmore negli anni ‘80.

Whitmore era un ex pilota automobilistico, successivamente psicologo dello sport, che aprì per primo le porte del business e della carriera professionale ai principi del coaching, delineando le linee guida in quella che viene considerata una vera e propria bibbia del successo, il bestseller “Coaching for Performance”.

Si tratta di un libro che ha venduto oltre 500mila copie e, ancora oggi, è costantemente in ristampa.

Il punto di forza del coaching è stato la sua grande adattabilità a qualsiasi campo, la sua malleabilità a qualsiasi processo o obiettivo da raggiungere.

Questo lo ha portato ad uscire dalle strade tracciate dai pionieri e ad assumere nel tempo declinazioni sempre nuove.

Un esempio è quello del coaching attraverso la PNL, ovvero la Programmazione Neuro Linguistica. In realtà non si tratta di nulla di diverso dalla struttura base del coaching, ma a questa vengono aggiunti gli strumenti che derivano dalla PNL, che parte dal presupposto che “siamo esseri auto-programmabili”.

Quelle tra le virgolette sono le parole utilizzate da Richard Bandler, uno dei fondatori della PNL. Insieme a John Grinder (l’altro padre della disciplina) hanno dimostrato come è possibile impostare a priori un dato numero di abitudini, reazioni e atteggiamenti mirati al successo.

L’esempio più famoso di coaching con l’uso della PNL è quello praticato da Anthony Robbins, celebre per essere entrato nelle grazie di giganti della politica internazionale, come Michail Gorbačëv, Bill Clinton e Donald Trump.

 

Come funziona il coaching?

Gli approcci al coaching sono molto diversi e hanno dato vita ad una moltitudine di tecniche e modelli.

Ma c’è una cosa che accomuna tutti questi approcci diversi, per ognuno il punto di partenza è sempre lo stesso: raggiungere un obiettivo.

Qualsiasi sia l’obiettivo, attraverso il coaching, ci si sprona a realizzarlo, si elaborano strategie che avvicinano al raggiungimento del risultati, così come si prepara un piano operativo grazie al quale si possono allenare e potenziare le risorse a propria disposizione.

Lo strumento principale nelle mani del coach sono le domande potenti, ovvero domande in grado di far uscire il coachee fuori dai suoi abitudinari schemi di pensiero, che guidano l’attenzione dell’interlocutore a valutare idee, strategie e atteggiamenti completamente nuovi.

Una volta fatto tutto questo, il coach aiuta il coachee ad usare questo fantastico materiale in modo produttivo e preciso.

Una cosa deve essere chiarita nel modo più perentorio possibile: un coach non ti darà mai dei consigli o delle soluzioni per aiutarti ad ottenere ciò che vuoi.

Anzi, un comportamento di questo tipo denota solo una certezza nella persona che lo utilizza: non è per niente un coach. Magari ne avrà il titolo, ma di certo consigliandoti non sta facendo il suo lavoro di coach.

Un coach, mentre fa il suo lavoro aiuta il coachee facendolo passare per quattro fasi:

  1. la definizione dell’obiettivo: il coach con il suo coachee devono avere ben chiaro ciò che si vuole ottenere e quindi l’obiettivo deve essere declinato attraverso parametri ben precisi;
  2. lo stato attuale: dopo aver deciso il punto di arrivo, si va al punto di partenza, per confrontare le due situazioni;
  3. opzioni: vengono vagliate tutte le possibili alternative per percorrere la strada che separa i due punti;
  4. piano di azione: il coach aiuta il suo coachee a creare un piano di azioni, non è quindi il coach a proporlo, bensì il coachee che riesce a stabilirlo da solo.

Queste quattro fasi vengono conosciute con l’acronimo G.R.O.W., la struttura più usata oggi nel coaching.

 

Perché si pratica il coaching?

Chi si avvicina deve essere consapevole che si tratta di un percorso che mette la responsabilità al centro.

La persona che si affida a un coach non lo subisce passivamente, ma vive con lui un rapporto di parità, al centro del quale c’è proprio la responsabilità: da parte del coach per svolgere nel modo migliore il proprio lavoro, da parte del coachee quando giunge il momento di seguire il piano di azione.

In più il focus dell’intero rapporto è il presente, come base per poter agire concretamente nella creazione del proprio futuro ideale.

Non a caso, ogni sessione di coaching dovrebbe concludersi con un piano d’azione in modo che le azioni messe in atto dal coachee possano essere il primo argomento di discussione durante la sessione successiva, dove si andranno a raccogliere i feedback e ad aggiornare il piano di azione.

Riguardo al perché si pratica il coaching il motivo è facile: tutti in qualsiasi ambito vogliamo raggiungere degli obiettivi e tutti abbiamo bisogno di una guida.

Se riguarda l’ambito personale magari ti affiderai a un Life Coach.

Se riguarda la tua azienda probabilmente sceglierai un Business Coach.

Se sei un atleta professionista affiancherai al tuo allenatore un esperto di Sport Coaching.

In ogni ambito ci saranno sempre degli obiettivi e un coach pronto a guidarti.

 

Come mai il coaching funziona?

In primo luogo è giusto che tu sappia che il coaching non è per tutti.

Come detto sopra, alla base di questa disciplina c’è la responsabilità.

Se non ci si sente pronti ad assumersi la responsabilità del cambiamento, così come la responsabilità del miglioramento, se si crede che questi due elementi siano delegabili ad altri o non sotto il proprio controllo, allora il coaching sarà completamente inutile.

Valutare l’efficacia del coaching è molto semplice: se la persona raggiunge gli obiettivi prefissati, allora vuol dire che la relazione di coaching ha avuto successo.

Essendo una disciplina molto pragmatica, valutarne i risultati risulta essere facile.

Ovviamente, come in molte altre discipline (così come in molte scienze), bisogna fare attenzione nel distinguere un professionista da un improvvisato.

Insomma, davanti a un settore che si mostra promettente, ottimista e fertile di iniziative, è anche vero che diversi sono i segnali lanciati dagli stessi addetti ai lavori per metterci in guardia da professionalità improvvisate, volontà speculative o veri e propri ciarlatani.

 

E adesso? Scopri come entrare nel mondo del coaching

Abbiamo cercato di chiare alcuni aspetti fondamentali del coaching e di rispondere in modo semplice alle principali domande su questa disciplina.

Arrivati a questo punto ci sono tre scenari che ti si prospettano davanti:

  1. decretare che il coaching non fa per te e archiviarlo come un argomento che non è di tuo interesse;
  2. affidarti ad un coach professionista per scoprire la potenza del coaching e in che modo può aiutarti ad ottenere risultati migliori, provando su te stesso i benefici di un percorso di coaching;
  3. iniziare ad informarti, studiare e approfondire questa materia e magari scoprire che può essere una svolta verso una carriera da coach professionista.

Il primo scenario non lo contempliamo nemmeno perché faresti un grave errore.

Negli altri due casi abbiamo ciò che fa per te.

Un percorso di coaching con un coach professionista che ti guiderà a realizzare gli obiettivi più grandi della tua vita. Puoi richiedere la tua prima sessione di coaching gratuita cliccando qui.

E se intendi iniziare a studiare il coaching, ti invitiamo a partecipare a “I Pilastri del Coaching”, il nostro corso di primo livello in cui potrai apprendere tutte le migliori tecniche dei coach professionisti.

Qualsiasi sia la tua scelta, ci auguriamo che non ti lascerai sfuggire la possibilità di approfondire una disciplina che può cambiare davvero la tua vita e quella delle persone attorno a te.

Credere in se stessi: 2 “Tool” di Coaching a Prova di Fuffa per Migliorare i Tuoi Risultati

Credere in se stessi: è ora di smetterla! Meglio questo metodo.

“Credere in se stessi” è un concetto spesso frainteso, soprattutto quando viene collegato al coaching.

La prima cosa da fare è smetterla di “crederci” come insegnano alcuni pseudo-coach che confondono il coaching con una curiosa “pseudo-motivazione”.

Diversi pseudo-professionisti – che si dichiarano “coach” pur non avendo seguito un percorso certificato – insistono così tanto su “credi in te stesso” che i loro clienti quasi si convincono che i risultati arriveranno magicamente da soli fin quando si accorgeranno di aver perso tempo e soldi.

Il fatto è che espressioni come riuscire nella vita, vincere se stessi, avere fiducia nella vita, valorizzare se stessi, avere rispetto di se stessi, essere fiduciosi, vanno benissimo dal punto di vista del coachee che si rivolge al coach ma poi c’è bisogno di un passaggio in più

È compito del coach allenare il coachee a trasformare queste espressioni vaghe in obiettivi ben formati, precisi, misurabili con un piano d’azione da attuare nell’immediato.

Insomma: basta credere in se stessi per migliorare i risultati?

Assolutamente NO!

Questo non significa che non serva, perché capire come avere fiducia in se stessi aiuta a migliorare i risultati e ad aumentare motivazione ed entusiasmo, ma c’è bisogno di altro!

Se credi di essere un grande giocatore di calcio ma ti mancano l’allenamento, la tecnica e l’ultima volta che hai giocato a calcio c’erano ancora le 1.000 lire, molto probabilmente la tua prossima partita non sarà esattamente un successo. Anzi, se non fai attenzione, rischi anche di procurarti uno strappo muscolare o un infortunio perché hai gestito male le risorse a tua disposizione.

Chiarito questo punto, possiamo trattare l’argomento da un punto di vista più pratico e concreto.

 

Come credere in se stessi: autostima ed autoefficacia

A questo punto potresti chiederti: che cosa significa esattamente… e come credere in se stessi?

Spesso si usano espressioni come “sicurezza in se stessi”, “contare su se stessi” e “fiducia in se stessi” quasi come sinonimi.

Nel modello di NeuroCoaching integrato del Dr Roberto Castaldo, invece, ci sono 2 fattori strategici che portano chiarezza e risultati.

Uno è l’autostima – la stima di te – l’altro è l’autoefficacia – la stima di ciò che sai fare – due elementi che, come lo Yin e lo Yang, si influenzano reciprocamente e vanno considerati insieme.

Quando hai un livello di autostima positivo, ti percepisci come più efficace; quando il tuo livello di autoefficacia è positivo, lo sarà in proporzione anche la tua autostima.

Se vuoi migliorare l’autostima devi lavorare sull’autoefficacia: se vuoi migliorare l’autoefficacia, devi lavorare sull’autostima.

Questo è solo l’inizio di un processo molto più complesso del semplice “ci devi credere” per ottenere risultati.

Vediamo perché.

 

Da autostima ed autoefficacia a risultati superiori: i 3 fattori del successo

Credere in se stessi non basta, ma è un fattore che aiuta a migliorare i tuoi risultati.

Il primo tassello da aggiungere è che autostima ed autoefficacia si influenzano reciprocamente.

Il secondo è mantenere il focus su questi 3 fattori: autonomia, energia e competenze.

Quindi va bene credere in se stessi, a patto che lavoriamo su:

  • autonomia ovvero la capacità di scegliere le strategie decisionali più adatte ai risultati desiderati;
  • energia ovvero le strategie motivazionali e l’investimento energetico che metti in campo;
  • competenze ovvero le strategie di apprendimento che usi per acquisire nuove capacità ed abilità.

Come vedi, “credere in se stessi” ha sullo sfondo un lavoro integrato su più livelli che possono portare grandi trasformazioni nella tua vita.

E questa è solo la punta dell’iceberg.

Sì perché, tutto questo presuppone una definizione chiara dell’obiettivo e la creazione di un piano d’azione efficace.

 

Metti in pratica il modello di NeuroCoaching Integrato

Facciamo il punto finale e tiriamo le somme.

Siamo partiti da “credere in se stessi” ed abbiamo visto come – all’interno di un modello scientifico di NeuroCoaching integrato – questo investa:

  • autostima ed autoefficacia
  • autonomia, energia e competenze
  • definizione dell’obiettivo e piano d’azione

Se la teoria può sembrarti chiara, mettere in pratica questi concetti può essere più complesso e risulta necessario l’intervento dei nostri coach professionisti.

Richiedi ora una sessione di coaching per testare l’efficacia e la rapidità del modello di NeuroCoaching integrato ed ottimizzare i tuoi investimenti di tempo e soldi per raggiungere i tuoi obiettivi.

Metodo Walt Disney e Coaching: l’approccio più efficace alla creatività

Walt Disney è un nome che evoca immagini di magia e creatività senza limiti.

I suoi personaggi hanno plasmato l’infanzia di molte generazioni.

Ma cosa c’era dietro la mente geniale di questo visionario?

Sicuramente sai che Walt Disney era un uomo dotato di una determinazione e di una creatività molto rare.

Non è da tutti riuscire a dare vita ad un business sulla fantasia e sui sogni dell’infanzia. E, se conosci un po’ della sua storia, sai che non è stato facile per lui realizzare tutto ciò che ha fatto.

In pochi però sanno che Walt Disney aveva un metodo che lo ha portato a creare storie e personaggi di successo, riconosciuti in tutto il mondo.

Si può addirittura dire che questo suo metodo sia una sorta di sistema di coaching, perché con esso ha molte somiglianze.

O almeno questa è l’idea di Robert Dilts.

 

Robert Dilts e gli studi sull’approccio di Walt Disney

Robert Dilts è uno dei principali esperti di Programmazione Neuro Linguistica a livello mondiale.

Nel suo lungo lavoro di ricerca e sviluppo, ha iniziato a studiare quelli che lui reputava i geni del passato per comprendere cosa facevano per essere così geniali.

Tra i geni che ha studiato c’è anche Walt Disney.

L’idea che animava Robert Dilts era la volontà di estrarre la strategia della creatività, così che chiunque potesse replicarla.

La cosa, neanche a dirlo, fece storcere il naso a più di qualcuno.

“Tu mi stai dicendo che se faccio queste cose divento creativo come Walt Disney? Ma non farmi ridere!”

Come spesso succede, molti non compresero affatto l’intento di questo lavoro.

Non aveva la presunzione di far diventare creativi come Walt Disney e questo non l’avrebbe mai potuto fare.

Perché la sua creatività deriva dall’essere proprio Walt Disney, dalle esperienze che ha fatto e dal modo in cui le ha vissute.

Allo stesso modo, la creatività di Walt Disney è anche frutto di una strategia di pensiero molto specifica.

Ed è proprio questo ciò che cercava Robert Dilts: una strategia che chiunque avrebbe potuto usare per essere creativo, attingendo dalle proprie esperienze e dal modo in cui le ha vissute.

Se vuoi conoscere questa strategia mentale e in che modo puoi usarla anche tu, continua a leggere perché stai per scoprire il processo creativo di Walt Disney.

 

Il Metodo Walt Disney: dal sogno alla realtà

Partiamo con il dire che il Metodo Walt Disney può essere utilizzato non solo all’interno di un processo creativo (come può essere la scrittura di un libro, la realizzazione di un progetto fotografico, o la realizzazione di un film) ma in qualsiasi contesto.

Per molti versi ripercorre specifici passaggi del coaching e la loro unione può diventare uno strumento potente per avere un approccio creativo ma allo stesso tempo realistico e concreto.

Vediamo in cosa consiste nello specifico il Metodo Walt Disney.

Questo approccio stimola singoli individui o gruppi a analizzare un problema o un progetto da diverse angolazioni, promuovendo così la creatività e inserendola in un contesto reale.

Il Metodo Walt Disney si basa su tre fasi diverse in cui l’approccio di chi utilizza il metodo corrisponde a tre “ruoli” differenti che sono:

  1. il sognatore
  2. il realista
  3. il critico

Andiamo a scoprire nel dettaglio le caratteristiche di questi tre approcci.

Fase 1 – Il sognatore

Questa è la fase creativa per eccellenza.

Per praticarla sarebbe anche il caso di immergersi in un luogo in cui ci si sente completamente a proprio agio, sereni, tranquilli, pronti per far esplodere la propria creatività.

In questa fase, infatti, bisogna semplicemente lasciarsi andare.

Se avessi risorse infinite che cosa realizzeresti?

L’essenza di questa fase sta proprio nel rispondere a questa domanda.

Fase 2 – Il realista

Questa è la fase concreta in cui ci si “sveglia” dal sogno e ci si impegna a comprendere in che modo trasformarlo in realtà.

Rappresenta il momento cruciale in cui l’entusiasmo del sogno si traduce in un impegno concreto per realizzare quell’idea.

In questa fase l’approccio si fa più pragmatico.

Si declina il progetto in obiettivi, con un preciso piano d’azione, che delinea passo dopo passo tutte le azioni che devono essere messe in campo per trasformare il sogno in un risultato.

Fase 3 – Il critico

Questa forse è la fase più difficile, quella in cui si vanno ad analizzare tutti i motivi per cui quell’idea o quel progetto potrebbe non funzionare.

Una volta individuati hai due opzioni, che vanno prese in considerazione in ordine.

La prima consiste nel fare tutte le correzioni necessarie per rendere funzionale quell’idea e rendere reale il progetto.

La seconda, da prendere in considerazione solo quando non c’è possibilità di correzione, consiste nell’eliminazione di specifici elementi che rendono il progetto macchinoso o irrealizzabile.

Queste fasi possono essere utilizzate tanto nella macroprogettazione, quanto nella microprogettazione. Insomma, è possibile utilizzare il Metodo Walt Disney sia per un progetto ampio, sia per lavorare su ogni suo singolo elemento.

 

I vantaggi del Metodo Walt Disney

Il Metodo Walt Disney si presenta come una potente risorsa che offre una serie di vantaggi significativi nell’affrontare sfide e progetti complessi.

Questi benefici si concretizzano attraverso diversi aspetti chiave.

  • Visione ampia e più completa

Questo approccio si distingue per la sua capacità di promuovere un pensiero globale, coinvolgendo gli individui nell’esplorazione di idee da molteplici prospettive.

La pratica di adottare diversi ruoli di pensiero assicura un’esplorazione completa e dettagliata, garantendo un approccio esauriente alla risoluzione dei problemi.

In questo modo, il Metodo Walt Disney stimola una visione più ampia e complessa delle sfide, consentendo una comprensione più profonda e articolata delle possibili soluzioni.

  • Equilibrio tra creatività e realismo

Un altro punto di forza di questo metodo è la sua capacità di trovare un delicato equilibrio tra il pensiero creativo e la pianificazione pratica.

Questo equilibrio si traduce in soluzioni non solo innovative ma anche fattibili.

Mentre incoraggia la creatività e il pensiero fuori dagli schemi, il Metodo Walt Disney integra anche un approccio realistico, assicurando che le idee siano ancorate alla praticità e alla realtà.

Questa sinergia tra creatività e realismo è fondamentale per tradurre idee visionarie in azioni concrete e tangibili.

  • Collaborazione efficace e diverse prospettive

Nei contesti di gruppo, il Metodo Walt Disney si rivela particolarmente efficace nell’incoraggiare la collaborazione e l’integrazione di diverse prospettive.

Quando utilizzato in team, questo approccio promuove un ambiente di lavoro collaborativo in cui i membri possono esplorare idee da angolazioni diverse.

La diversità di prospettive non solo arricchisce il processo decisionale, ma contribuisce anche a una visione più completa e ben ponderata del problema o del progetto in esame.

La sinergia delle idee provenienti da membri con background e prospettive diverse diventa un valore aggiunto nell’approccio complessivo del Metodo Walt Disney.

In conclusione, il Metodo Walt Disney non solo fornisce uno strumento pratico per la risoluzione dei problemi, ma rappresenta un approccio integrato che enfatizza l’importanza della creatività ma con i piedi ben saldi nella realtà.

 

Metodo Walt Disney e Coaching per un approccio creativo e realistico

Il Metodo Walt Disney ricorda, sotto molti aspetti, l’approccio del coaching.

Basti pensare alla trasformazione di idee in obiettivi concreti, ai processi di pensiero per risolvere un problema, alla valutazione delle opzioni e dei possibili ostacoli.

E proprio per queste loro similitudini, è facile comprendere che

l’unione sinergica tra il Metodo Walt Disney e il coaching crea un connubio potente per sbloccare il massimo potenziale creativo degli individui.

Il Metodo Walt Disney, con la sua struttura basata su tre fasi distintive (il sognatore, il realista e il critico), offre un terreno fertile per l’esplorazione e lo sviluppo di idee innovative.

Quando integrato con il coaching, questo approccio diventa un veicolo per guidare gli individui attraverso le fasi del processo creativo in modo più consapevole ed efficace.

Insieme, il Metodo Walt Disney e il coaching si combinano per creare un ambiente che stimola la riflessione profonda, favorisce la consapevolezza delle proprie capacità creative e promuove una strategia di attuazione chiara.

Questa sinergia offre agli individui un approccio strutturato e guidato per liberare la loro creatività, rendendo il processo creativo più accessibile e gratificante.

Ti piacerebbe esplorare la tua creatività e scoprire come utilizzarla per liberare il tuo potenziale?

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Un percorso che ha in sé qualcosa di magico proprio come i film di Walt Disney.

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Caretaking: il coaching e l’impatto dell’ambiente sul cambiamento

Il processo di coaching è un’arte complessa che coinvolge diversi aspetti, tra cui la pianificazione degli obiettivi, la motivazione e la guida del coachee verso il successo.

Tuttavia, c’è un aspetto spesso trascurato che gioca un ruolo cruciale nel processo di coaching e nel processo di cambiamento: l’ambiente circostante.

E proprio per spiegare meglio questo fattore è utile fare riferimento al cosiddetto caretaking.

Se non ne hai mai sentito parlare, soprattutto in relazione al coaching, continua a leggere.

In questo articolo, esploreremo il concetto di caretaking e come si lega all’impatto dell’ambiente in un percorso di cambiamento e di raggiungimento degli obiettivi.

 

Caretaking: definizione e significato

Robert Dilts, nel suo libro “From Coach to Awakener”, sottolinea l’importanza del caretaking come parte integrante del coaching.

Il caretaking è il supporto fornito al coachee all’interno dell’ambiente in cui sta cercando di realizzare un obiettivo o un cambiamento.

L’ambiente in cui agiamo svolge un ruolo cruciale nel modellare i nostri comportamenti e le nostre interazioni.

Un ambiente positivo e di supporto può ispirarci, motivarci e facilitare il cambiamento. D’altra parte, un ambiente tossico o sfavorevole può ostacolare i nostri progressi e impedirci di realizzare il nostro potenziale.

I coach professionisti riconoscono l’importanza dell’ambiente nel coaching e lavorano con i loro coachee per creare spazi sicuri e stimolanti per affrontare il cambiamento.

 

Caretaking e ambiente circostante

Per ambiente si intende il contesto esterno in cui viviamo varie esperienze, ed è ciò che percepiamo come “al di fuori” di noi stessi.

Esso è influenzato da diversi fattori ambientali che creano opportunità e limiti rispetto ai cambiamenti che vogliamo realizzare.

Il caretaking, quindi, consiste nel fornire un ambiente sicuro e di supporto per il coachee.

Ad esempio, pensa ai genitori che creano uno spazio di gioco sicuro per i loro figli, lontano da situazioni pericolose o di possibile rischio.

Oppure agli ospedali e le cliniche che forniscono un ambiente privo di stress e contaminazioni per aiutare i pazienti a concentrarsi su se stessi e sul loro processo di guarigione.

Anche nel mondo aziendale, la creazione di eventi e meeting può essere considerata una forma di caretaking, in quanto queste occasioni mirano a fornire un ambiente di supporto che favorisca lo sviluppo personale e il team building.

 

Il ruolo del coach come caretaker

Il coach svolge un ruolo essenziale come caretaker all’interno del processo di coaching.

La chiave per un coach è porre domande mirate che aiutino il coachee a individuare le risorse e il supporto di cui ha bisogno per raggiungere i suoi obiettivi.

Nell’ottica della creazione di un ambiente favorevole, alcune domande cruciali in una sessione di coaching potrebbero includere:

  1. Di quali risorse e supporto esterno hai bisogno per raggiungere i tuoi obiettivi?
  2. Dove puoi trovare queste risorse e chi può fornirtele?
  3. Quali azioni e comportamenti devi esplorare per raggiungere i tuoi obiettivi?
  4. Dove, quando e con chi puoi mettere in pratica queste azioni e comportamenti?
  5. Di quali strumenti e risorse materiali hai bisogno per raggiungere i tuoi obiettivi?

Queste domande sono fondamentali per creare un contesto di supporto che faciliti il processo del coachee verso i suoi obiettivi.

Tuttavia, il coach dovrebbe evitare di offrire soluzioni dirette, poiché il coaching mira a far emergere le risposte partendo dallo stesso coachee e dai suoi pensieri.

 

Superare i limiti ambientali e sfruttare le opportunità

Per raggiungere con successo un cambiamento o uno stato desiderato, è essenziale identificare e affrontare sia i limiti che le opportunità nell’ambiente circostante.

Il caretaking aiuta a creare opportunità ambientali, a trarne vantaggio e a comprendere come superare i limiti ambientali.

Nel contesto del coaching, è essenziale evitare la tentazione di fornire soluzioni dirette.

Invece, il coach dovrebbe concentrarsi su domande come:

  1. Quali fattori esterni potrebbero ostacolare il tuo progresso verso gli obiettivi?
  2. Quali strategie puoi adottare per evitare questi ostacoli?
  3. Se dovessi imbatterti in un ostacolo, come farai a ripristinare il tuo impegno?

Queste domande aiutano il coachee a sviluppare strategie per affrontare il proprio ambiente, sfruttando le sue conoscenze e competenze.

 

Caretaking: come un coach può utilizzarlo

I coach possono integrare il caretaking nel loro approccio per massimizzare l’impatto del coaching.

Ecco alcune strategie che i coach possono adottare per mettere in pratica il concetto di caretaking e creare un ambiente favorevole al cambiamento:

1. Valutazione dell’ambiente

Una valutazione accurata dell’ambiente in cui il cliente vive e lavora è il punto di partenza per un coaching efficace.

I coach dovrebbero collaborare con i coachee per esaminare i dettagli del loro ambiente, includendo la casa, l’ufficio, i luoghi di incontri abituali e l’ambiente sociale.

Questa valutazione aiuta a identificare i punti di forza e le aree di miglioramento.

Durante la valutazione, il coach può esplorare domande come:

  • Quali aspetti dell’ambiente ti influenzano positivamente e quali potrebbero rappresentare ostacoli?
  • Come può essere organizzato lo spazio per massimizzare la produttività e il benessere?
  • Ci sono elementi nell’ambiente sociale che favoriscono o ostacolano il progresso?

Una comprensione completa dell’ambiente in cui si trova il coachee nella vita quotidiana è essenziale per un coach e per lo sviluppo di una sessione di coaching.

2. Creazione di un ambiente di supporto

Una volta identificati i punti di forza e le aree di miglioramento nell’ambiente del cliente, il coach può lavorare a stretto contatto con il cliente per creare un ambiente di supporto che favorisca il cambiamento desiderato.

Questo processo può includere vari aspetti.

Si pensi all’identificare e ridurre le distrazioni nell’ambiente circostante, oppure la promozione di un ambiente sociale positivo sostenendo il coachee nella creazione di una rete di supporto che comprende amici, familiari o colleghi che condividono obiettivi simili o che forniscono un sostegno emotivo e pratico.

La collaborazione tra il coach e il coachee per apportare queste modifiche può avere un impatto significativo sulla capacità del cliente di concentrarsi sulle sfide del cambiamento personale senza le distrazioni e gli ostacoli dell’ambiente.

Integrando la valutazione dell’ambiente con la creazione di un ambiente di supporto, i coach possono offrire un coaching più mirato e personalizzato, consentendo ai loro clienti di superare ostacoli e raggiungere i propri obiettivi.

Questo approccio non solo migliora il coaching stesso, ma contribuisce anche a creare cambiamenti duraturi e positivi nella vita del coachee.

 

Creare un ambiente di supporto con una sessione di coaching

In sintesi, il caretaking è un aspetto spesso trascurato ma cruciale del coaching.

Il coach svolge un ruolo fondamentale nel creare un ambiente di supporto per il coachee attraverso domande mirate e stimolando la riflessione sull’ambiente circostante.

Questo aiuta il coachee a superare i limiti e sfruttare le opportunità ambientali per raggiungere i suoi obiettivi.

Se desideri sfruttare appieno il potenziale del coaching e creare un ambiente di supporto che ti aiuti a raggiungere i tuoi obiettivi, non esitare a richiedere una sessione di coaching con uno dei nostri coach professionisti

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Le 7 domande che distruggono una sessione di coaching

7 tipi di domande che distruggono una sessione di coaching

Quanti tipi di domande ci sono? Quali bisogna evitare in una sessione di coaching?

Se sei un coach, sai perfettamente che uno degli strumenti più importanti che abbiamo a disposizione sono le domande.

Le domande, infatti, hanno il potere di far esplorare il potenziale del coachee, di orientarne l’attenzione; insomma, sono come una luce in grado di illuminare zone che, sino a quel momento, erano in ombra.

Proprio perché le domande hanno questo enorme potere, bisogna fare estrema attenzione al modo in cui vengono poste, altrimenti si rischia di orientare l’interlocutore ad una dimensione depotenziante.

Pensa, ad esempio, ad una bella ragazza che si chiede di fronte allo specchio “Cosa c’è che non va in me?”

Potrebbe anche essere perfetta, ma il solo aver posto l’attenzione su “ciò che non va”, la metterà nella condizione di trovare una risposta.

È questo per un motivo molto semplice: la mente è un potente computer in grado di trovare le risposte alle domande, anche quelle stupide, anche quelle che sono in grado di far stare male, quindi non solo quelle positive.

Questo della bella ragazza è un esempio di domanda depotenziante, che invece di orientare l’attenzione verso le risorse, verso la soluzione, la orienta verso il problema e tutti i suoi relativi ostacoli.

Proprio per questo, porre una domanda non è sempre facile ed è importante comprendere quali sono le domande che vanno assolutamente evitate.

 

Tipi di domande da evitare in una sessione di coaching

Come abbiamo anticipato, ci sono vari tipi di domande da fare in una sessione di coaching.

Alcune possono essere uno strumento fondamentale per un coach. Altri tipi di domande, invece, sono assolutamente da evitare.

In questo articolo vogliamo concentrarci su queste ultime e soprattutto darti consigli pratici su come sostituire questi tipi di domande con domande più efficaci.

Ecco le 7 tipologie di domande da evitare in una sessione di coaching.

 

1. Domande Chiuse

Le domande chiuse devono essere utilizzate in modo strategico. 

L’unica situazione in cui può essere efficace utilizzarle è quando il coachee divaga troppo con le sue riflessioni e non arriva mai al punto fondamentale. 

In tutte le altre situazioni è sempre preferibile porre domande aperte.

Le domande aperte hanno due benefici chiave: permettono all’interlocutore di dirigere la conversazione (e questo perché possono avere diversi tipi di risposte) e possono far pensare in modo più ampio, proprio perché non restringono il campo dell’attenzione.

Certo, ci possono essere delle persone che rispondono occasionalmente in modo aperto a delle domande chiuse, ma è pur sempre vero che troppe domande chiuse di seguito fanno ritirare sempre di più l’interlocutore.

Come evitare le domande chiuse: trasformale in domande aperte

Impara a trasformare le domande da chiuse ad aperte

Per fare questo passaggio, innanzitutto devi avere ben chiaro cosa vuoi chiedere e la risposta che vorresti ricevere.

Poi, prima di porre la domanda, nota se è possibile rispondere solo con un numero, un insieme limitato di risposte predefinite, un semplice sì o no.

Quando hai a che fare con una domanda a risposta chiusa, riformula la stessa domanda ma, questa volta, preceduta dalle parole “cosa” o “come”.

  • Cosa puoi fare?
  • Come ci hai provato?
  • Come ti sentivi in quel momento?

 

2. Domande Orientate alla Soluzione (DOS)

Le DOS sono uno speciale tipo di domanda a risposta chiusa e si riducono ad essere dei semplici consigli a cui, però, viene incollato un punto interrogativo.

Questo tipo di domande celano l’irrefrenabile volontà di offrire a tutti i costi una soluzione, quando il nostro vero compito è quello di far trovare da solo la risposta al coachee, o al nostro interlocutore.

Per darti una regola generale: se a parole come “dovresti”, “potresti”, “se” fai seguire il “tu” allora ci sono buone possibilità che sei caduto nel tranello delle DOS.

Come evitarle le domande orientate alla soluzione: segui la curiosità

Dal punto di vista pratico, le DOS hanno origine nella curiosità, ovvero qualcosa che la persona ci dice che ci rende curiosi.

Così andiamo a concentrarci su quello che è il problema sottostante, dopodiché creiamo la soluzione e, infine, la offriamo alla persona.

Il trucco, in questo caso, è tornare a ciò che ci ha reso curiosi e tornare a informarci su quello.

Attenzione però: spesso fare questo comporta allargare la DOS in una domanda orientata a più soluzioni diverse.

Ecco un esempio di come trasformare in modo produttivo questo tipo di domande:

  • Prima di agire devi verificare qualcosa?
  • In che modo puoi allentare le tensioni col tuo partner?
  • Quali sono le ragioni che non ti fanno avere fiducia? C’è qualche motivo, invece, per cui dovresti fidarti?

 

3. Domande Definitive

Uno dei più grandi ostacoli per un coach che sta iniziando a cimentarsi in questa metodologia, è la domanda “fine del mondo”; ovvero quel tipo di domanda che sarà in grado di condurre il coachee verso la soluzione più efficace.

Il punto è che molto spesso la ricerca spasmodica di queste domande, porta a deviare l’attenzione dall’interlocutore.

In più, porta a perdere pezzi della discussione e, di conseguenza, a generare domande che saranno meno efficaci.

Come evitare le domande definitive: fidati del processo

Non è la domanda perfetta quella che fa la differenza: il tuo scopo, infatti, è quello di aiutare la persona con cui stai parlando a pensare un po’ oltre ciò che avrebbe pensato se fosse stato da solo.

Fidati del processo del coaching per aiutare la persona, e metti un po’ da parte la fiducia nel tuo intuito.

Una tecnica eccellente è fare domande come: “Ti va di dirmi di più?”, “Puoi entrare nei dettagli?”

Il beneficio di queste semplici domande è che non interrompono il processo di pensiero della persona e aiutano ad ottenere maggiori informazioni.

Un altro grande strumento è la tecnica delle domande di osservazione: prendi una delle cose più significative e, ripetendo esattamente le sue parole, chiedi di saperne di più.

Ecco un esempio:

Hai detto che ________________. Ti va di dirmi di più?

Puoi usare questa tecnica più e più volte, senza sembrare bloccato. È un buon modo per evitare di avere l’attenzione sulle proprie capacità nel coaching, e di orientarla verso l’interlocutore.

 

4. Domande Sconclusionate

Anche in questo caso, una tipologia di domanda definitiva è la domanda sconclusionata.

Molte persone sono in grado di chiedere la stessa cosa in tre modi diversi, magari mettendo cinque risposte diverse lungo la strada.

Quando ormai è stata pronunciata l’intera domanda, l’interlocutore è confuso su cosa rispondere e l’intero flusso della conversazione è perso.

Come evitare le domande sconclusionate: prima pensa e poi parla

Ci sono due modi per eliminare la propria propensione a divagare ed evitare domande sconclusionate a cui spesso è anche complesso rispondere.

Il primo è: restare in silenzio per un paio di secondi prima di porre la domanda.

Molto spesso proviamo una leggera forma di disagio quando siamo in silenzio e questo ci porta a volerlo colmare il più velocemente possibile.

Ma, lasciandoti andare al silenzio per un paio di secondi, ti renderai conto che sarà molto più facile dare alla luce una domanda potente.

Un’altra causa del divagare è l’essere eccessivamente preoccupati della comprensione della domanda che si sta ponendo. Proprio per questo limitati a fare la domanda una sola volta, fermati, e nota la reazione del tuo interlocutore.

Spesso i momenti migliori sono proprio quelli in cui a persona che hai davanti non capisce cosa stai chiedendo.

 

5. Domande Interpretative

A volte, semplicemente ponendo una domanda sbagliata, andiamo ad alterare ciò che il coachee ci sta dicendo.

Per esempio, potrebbe capitarti una persona che afferma: “Ultimamente trovo difficile alzarmi il lunedì mattina. Sono frustrato con il lavoro che sto affrontando in questo periodo, non ricevo il supporto di cui ho bisogno, e mi trovo a guardare l’orologio, non vedendo l’ora che la giornata finisca”.

A questo punto un errore terribile potrebbe essere rispondere: “Da quando odi il tuo lavoro?”

Infatti questa domanda non fa altro che restituire all’interlocutore la nostra interpretazione dei fatti e, in aggiunta, è come se gli chiedesse di adattarsi a quella interpretazione.

Proprio per questo motivo, domande del genere vanno a minare il rapporto di fiducia col coachee e, di conseguenza, bloccano il flusso del discorso.

Come evitare le domande interpretative: usa le stesse parole del coachee

Le domande interpretative sono facili da correggere: semplicemente prendi l’abitudine di incorporare le parole stesse del coachee nelle tue domande.

Per esempio, in risposta alla domanda di sopra, potresti chiedere: “Da quanto tempo sei frustrato del tuo lavoro?”, oppure “Di che supporto hai bisogno?”, o ancora: “Cosa ti porta a guardare l’orologio e a non vedere l’ora che il giorno finisca?”,

Come puoi notare, nell’esempio che ti ho fatto, mi sono concentrato su tre singoli punti e da lì sono partito per creare le domande, restituendo esattamente le stesse parole dell’interlocutore.

 

6. Domande Retoriche

Anche se sono poste in forma interrogativa, le domande retoriche altro non sono che affermazioni (spesso emotive e critiche) che non fanno altro che esporre la tua opinione su ciò che hai appena ascoltato.

  • A cosa stavi pensando?
  • Vuoi davvero buttare la tua carriera così?
  • Credi veramente che quella sia una scappatoia?
  • Non preferiresti andare d’accordo col tuo partner?

Proprio perché non stiamo davvero chiedendo l’opinione dell’altra persona, queste domande non fanno altro che provocare una risposta difensiva, che non ha nessuna utilità all’interno di un processo di coaching.

Le domande retoriche sono di solito un segno dell’incapacità di trattenere il proprio giudizio su ciò che racconta l’interlocutore. Il che spezza completamente il clima di fiducia e il rapport.

Come evitare le domande retoriche: elimina il giudizio

Per evitare le domande retoriche c’è bisogno di un cambiamento di attitudine verso il coachee.

Uno dei modi possibili è quello di entrare in contatto con ciò che sta succedendo dentro di te, e come questa situazione ti coinvolge emotivamente.

Un secondo approccio, invece, consiste nel rinnovare la tua immagine interna del potenziale e delle abilità del coachee.

 

7. Domande Allusive

Le domande allusive sono quelle che conducono sottilmente il coachee ad una determinata risposta: quella che il coach (consciamente o inconsciamente) vuole.

Mentre le domande retoriche risultano apertamente faziose, con quelle allusive puoi addirittura non renderti conto che stai spingendo la conversazione dove vuoi tu e non dove vuole il tuo coachee.

Ecco alcuni esempi.

  • Come descriveresti questa sensazione: sconforto?
  • Vuoi restare in questa azienda che ti ha tolto così tanto?
  • Sembra che questa opzione ti faccia stare bene oggi, ma l’altra ti darebbe una soddisfazione duratura. Quale vuoi scegliere?

Come evitare le domande allusive: opzioni multiple

Quando ti sorprendi nell’atto di porre una domanda allusiva, puoi rimediare offrendo soluzioni multiple.

Quindi trasforma la domanda allusiva (ad esempio: Come descriveresti questa sensazione: sconforto?) e aggiungi altre scelte alla fine (… sei deluso, eccitato, amareggiato o cosa?).

 

Come imparare e riconoscere i tipi di domande da evitare e porre domande efficaci

Quelle che abbiamo approfondito sono tipi di domande in cui molti coach alle prime armi (e non solo) rischiano di cadere.

Proprio per questo il consiglio è di imparare a riconoscerle tempestivamente.

E se non riesci a correggerti in tempo, ritorna su quella domanda quando puoi rifletterci su e inizia a pensare al modo in cui potevi evitarle o correggerle.

Dopo aver letto questo articolo, hai già molti strumenti per imparare a riconoscere i tipi di domande da evitare.

Se però vuoi approfondire questo argomento di fondamentale importanza per un coach e imparare a porre sempre le domande più efficaci, parti dalle basi con il nostro “I Pilastri del Coaching”.

Partecipando al nostro corso di coaching di primo livello, apprenderai tutte le tecniche principali dei coach professionisti e imparerai l’arte di fare domande come solo i migliori coach sanno fare.

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Autostima dei figli: come un genitore può guidarli a svilupparla

Nel mondo di oggi, essere genitore non vuol dire solo educare e impartire regole: è diventato essenziale abbracciare un nuovo approccio soprattutto per favorire lo sviluppo dell’autostima dei figli.

Questo nuovo approccio è quello del genitore-coach, fondamentale per consentire ai bambini e agli adolescenti di esprimere il loro pieno potenziale e crescere in modo sano fino all’età adulta.

L’antico modello di genitorialità basato sull’autorità, sui premi e sulle punizioni, dovrebbe essere sostituito dall’approccio del genitore-coach, che mira a guidare i figli piuttosto che a comandarli.

Facciamo qualche esempio per comprendere meglio questo cambio di approccio partendo da alcuni errori di comportamento molto comuni.

 

Errori di approccio che influenzano l’autostima dei figli

Spesso le regole imposte dai genitori sono più orientate a soddisfare le loro esigenze anziché quelle dei bambini stessi.

Pensiamo ad esempio alla regola comune “Quando inizi qualcosa, devi portarla a termine”.

Si tratta di una regola imposta dai genitori quando i bambini desiderano intraprendere un nuovo percorso, come imparare a suonare uno strumento o praticare uno sport.

Tuttavia, questa regola può essere dannosa, in quanto impone un impegno a lungo termine senza dare al bambino la possibilità di sperimentare e scoprire se quella attività è veramente ciò che ama e ciò che lo appassiona.

Lo stesso principio si applica quando i ragazzi si avvicinano all’età adulta e devono prendere decisioni cruciali, come la scelta dell’università e della carriera.

Senza esperienza pratica, è difficile per loro capire se una determinata strada sia adatta alle loro aspirazioni.

Inoltre, durante questo percorso, molti giovani si ritrovano intrappolati in situazioni che non li appassionano ma si sentono costretti a continuare, spinti dalla regola incrollabile di “finire ciò che si inizia”.

A lungo termine, questo può portare a frustrazione e insoddisfazione e soprattutto a minare l’autostima dei figli a causa di un approccio poco efficace da parte dei genitori.

Se non vuoi incorrere in questi errori e aiutare i tuoi figli a sviluppare una buona autostima, inizia ad applicare i consigli che stai per leggere.

 

5 consigli per aiutare i figli a sviluppare autostima

Ecco a te alcune linee guida su come puoi aiutare i tuoi figli a sviluppare un’alta autostima attraverso pratiche genitoriali costruttive, prendendo spunto dai principi e dalle tecniche di coaching.

1. Stabilisci obiettivi realistici

Incoraggia i tuoi figli a seguire ciò che li appassiona senza mettergli pressione per la perfezione e aiutandoli a definire obiettivi che possono realizzare.

Mostrare che è accettabile commettere errori e fare passi avanti gradualmente li aiuterà a costruire una visione positiva di se stessi e dei loro progressi.

Se il loro obiettivo sembra troppo impegnativo, guidali a divederlo in piccoli traguardi che possono raggiungere passo dopo passo.

2. Celebra i successi

Soprattutto quando sono ancora bambini è utile tenere un “Calendario dei Successi” dove tu e i tuoi figli potete annotare ogni settimana le loro conquiste, per quanto piccole possano sembrare.

Questo calendario visivo servirà come promemoria tangibile dei loro risultati e li farà sentire apprezzati per i loro sforzi costanti.

Celebrare i successi è una pratica fondamentale anche man mano che crescono perché un figlio avrà sempre bisogno dell’appoggio e della gioia di un genitore per i propri successi.

3. Fornisci feedback costruttivi

Capiterà sicuramente che dovrai sottolineare alcune situazioni in cui tuo figlio non avrà avuto comportamenti adeguati o non avrà agito come avrebbe dovuto per raggiungere un obiettivo.

Usa questa tecnica molto efficace: inizia con un complimento sincero, seguito da un consiglio critico e concludi con una frase che lo spinga a migliorarsi.

Questo approccio bilanciato assicura che i tuoi figli ricevano feedback positivi e costruttivi creando un ambiente di apprendimento favorevole.

4. Dimostra fiducia

Esprimi regolarmente fiducia ai tuoi figli e dimostra di credere in loro, di essere il loro principale fan e supporter infondendo grinta e motivazione.

La sensazione di essere supportati e creduti è essenziale per sviluppare l’autostima.

Incoraggiali a superare le sfide e ad affrontare nuove esperienze, sottolineando che hai fiducia nelle loro capacità di farlo e di ottenere grandi risultati.

5. Supportali nei momenti difficili

Quando i tuoi figli affrontano le difficoltà che inevitabilmente capitano, offri loro sostegno emotivo.

Aiutali a capire che i passi falsi sono parte integrante del percorso di crescita e che possono imparare preziose lezioni da queste esperienze.

Mostrare che il tuo sostegno è incondizionato, li aiuterà a sviluppare resilienza e a credere maggiormente nelle loro capacità.

 

Far crescere l’autostima dei figli utilizzando l’approccio del genitore-coach

Diventare un genitore-coach richiede un investimento prezioso: quello di tempo, dedizione e una mentalità aperta.

Tuttavia, i risultati che ne derivano sono gratificanti e gettano le basi per il futuro dei tuoi figli, creando un impatto duraturo sulla loro autostima e il loro benessere.

Utilizzare il coaching come stile educativo e approccio efficace, non solo li prepara per sfide future, ma li aiuta anche a sviluppare una visione positiva di sé stessi e a coltivare una fiducia genuina nelle loro capacità.

Immagina i sorrisi sul volto dei tuoi figli quando raggiungeranno un obiettivo che hanno faticosamente perseguito, oppure quando affronteranno ostacoli con determinazione e successo.

Il tuo ruolo come genitore-coach deve essere quello di guida lungo il cammino della crescita dei tuoi figli, offrendo un ambiente in cui possono esplorare, imparare e migliorarsi e un contesto in cui si sentono supportati.

Se desideri approfondire ulteriormente come diventare un genitore-coach e acquisire strumenti pratici per aiutare i tuoi figli a sviluppare una solida autostima, ti invitiamo a partecipare a “I Pilastri del Coaching”.

È il nostro corso di coaching in cui apprenderai le principali tecniche dei coach professionisti e anche come applicarle per guidare i tuoi figli in un percorso di crescita.

Qui trovi tutte le informazioni sul corso e il form per richiedere l’iscrizione a “I Pilastri del Coaching”.

Preparati a scoprire la potenza del coaching e investi in un percorso che ti porterà ad essere un genitore migliore.

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